Un anno fa il campionato cominciò con 34 gol e senza sorprese. Le otto più forti vinsero tutte. Aspettando il Milan per disporre del quadro completo, al pronostico ieri si è sottratta solo la Lazio, accompagnata da una severità televisiva finale di Maurizio Sarri a Dazn con pochi precedenti. Le vittorie in trasferta di Gasperini e Allegri sono due spie accese, esigono attenzione. Ma l’Atalanta è passata fuori casa con lo stesso 2-0 di dodici mesi fa, la Juventus ha finito con lo stesso punteggio di 3-0 d’allora. Il senso è che non dalla prima giornata si misurano le metamorfosi. Neppure dalle prime sei-sette. Prendiamocele tutte per capire senza fretta, sempre che esista in giro questa voglia. Nel 2022 il calendario baciava Torino e Salernitana. Nelle prime cinque giornate non incrociarono nessuna avversaria da Champions. È un privilegio che fino alla sesta giornata capiterà di nuovo alla Salernitana, ma soprattutto tocca all’Atalanta. Così, Bergamo ha un’occasione unica per abbagliarci. Può candidarsi più agevolmente di altre a una rapida uscita dai blocchi in posizione eretta, in attesa di ospitare la Juventus nel suo stadio il 30 settembre e incrociare poi Lazio + Inter nei tre turni successivi.
È lo stesso periodo in cui un anno fa il Napoli scavò il suo primo divario vero, tra fine ottobre e inizio novembre, grazie ai due colpi in trasferta piazzati proprio a Bergamo e all’Olimpico con la Roma. Fino a quel primo passaggio delicato della stagione, quando le Coppe iniziano a farsi vive nei programmi settimanali d’allenamento – meno recupero, più viaggi, meno sedute – l’Atalanta resterà un’osservata speciale con questo asterisco.
Roberto Berlinghieri sull’Eco parla di primi 3 punti frutto della qualità superiore uscita dal mercato. La qualità porta soprattutto il nome di Charles De Ketelaere, uno degli innamoramenti di Slalom. Per un anno i cuori milanisti sono stati invitati ad attenderlo. È sbucato adesso da un’altra parte, qualche km più in là, vestito dei nuovi colori nero-blu che portava quando con la maglia del Bruges iniziò a incantare. Sarà questo, sarà la famosa armocromia.
Paolo Condò su Repubblica scrive che “Charles De Ketelaere non è tornato perché, molto semplicemente, non era ancora venuto. L’Atalanta ha scommesso sul fatto di poterlo sincronizzare con il nostro calcio, neanche fosse un film di Nolan, e la prima uscita è stata subito vincente, con quel gol che per tutta la scorsa stagione era stato un miraggio irraggiungibile, e ha risolto la serata a Gasperini prima che lo scaldabagno di Zortea la chiudesse in gloria. Raramente i gol vengono a caso, De Ketelaere ha riempito il suo match di giocate interessanti, sbagliando due buone occasioni prima di centrare la terza, ma soprattutto trovandosi lì al momento giusto quando nel Milan pareva divergere dal cuore della gara ogniqualvolta la situazione si scaldava”.
Su Calciomercato dicono che “neanche il Diavolo, simbolo del Milan, avrebbe mai potuto però scrivere una sceneggiatura del genere per la prima in maglia Atalanta del suo ex pupillo De Ketelaere”.
Il resto della differenza beragmasca arriva casomai da un mercato disinnescato. Il Napoli voleva Koopmeiners e Scalvini, ma Koopmeiners e Scalvini sono qua. L’Inter voleva Scamacca, ma Scamacca è qua. La Roma vorrebbe Zapata, ma Zapata è ancora qua.

LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO
Moderna
Di tante cose ha bisogno adesso la Juventus, uscita senza penalizzazioni per la nuova stagione dalla polvere dei processi sulle plusvalenze. Si è data un nuovo management e un nuovo responsabile sportivo che deve portarla fuori dalle secche di bilancio. Giuntoli è stato celebrato come l’altro Cristiano, nella convinzione che il prossimo Kvaratskhelia e il prossimo Osimhen finiranno qui. Stona solo che per ora l’obiettivo sia Lukaku. Di tante cose ha bisogno la Juventus, non solo di gol. Pare di capire anche di una nuova narrazione, come dicono quelli bravi. Per uscire dalle secche della magra etichetta dell’utilitarismo. Ci avevano provato con la cura più drastica Nedved e Paratici, cercando prima Sarri e dopo Pirlo. Adesso la Juve post-Agnelli affida a Max Allegri il compito di scriversi da solo il post-Allegri. Oppure è solo un abbaglio da chiacchiere di prima giornata.
Fatto sta che un indizio è nelle parole di Federico Chiesa, nell’aggettivo scelto per definire quale obiettivo darsi come stile. Moderna. La Juve deve essere moderna, ha detto.
Ecco: moderna. In termini storiografici, però, i suoi problemi sarebbero tutt’altro che superati. La modernità è antica. Moderna non è la storia d’oggi. A meno che nelle parole dell’attaccante non ci fosse proprio un indizio così sottile. In fondo si chiama Chiesa – e moderna fu la storia degli anni in cui si chiusero le crociate [contro le istituzioni?] ma non le guerre di religione [per la tattica?]. Moderna fu la storia in cui sistemiamo l’inizio del Rinascimento, i grandi viaggi oltre l’orizzonte del mare, la scoperta di nuovi mondi, alcuni perfino grazie a un errore di navigazione, la rivoluzione scientifica basata sugli esperimenti, l’età dell’ottimismo e della fiducia dell’uomo in sé stesso, la contrapposizione al fato e al destino, l’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, Olanda, il posto del calcio totale. Moderna tuttavia è anche l’età di Machiavelli, quello del fine che giustifica i mezzi, il primo teorico del catenaccio e del calcio all’italiana, prima di Frossi e Brera. Tutto questo c’è dentro una storia moderna, con il grande punto interrogativo su cui gli storici tuttora si dividono: la storia moderna si chiude con le ghigliottine della Rivoluzione francese o con la restaurazione dell’Ancien Règime?
Il professor Chiesa avrebbe risolto ogni dilemma parlando di una Juve contemporanea, ma accontentiamoci. È già un passo avanti. Moderna tre anni fa era solo un vaccino.
Alessandro Bocci sul Corriere della sera parla di Juventus e scrive che “il brutto anatroccolo diventa un cigno bellissimo. Una squadra trasformata nello spirito, nella convinzione, soprattutto nel gioco. Organizzata, intensa, feroce. Bella e assatanata, tanto da sorprendere e travolgere l’Udinese con una partenza lampo e un primo tempo condotto con il piglio della grande che vuole riprendersi il tempo perduto”.
Paolo Condò su Repubblica dice che “il desiderio di rivincita della Juventus ha viaggiato sulle ali dei molti singoli che hanno qualcosa da dimostrare. Ha accelerato subito Chiesa, ha iscritto il nome a tabellino anche Vlahovic, e i due hanno confermato l’idea di poter giocare assieme con grande profitto in una squadra più alta e propositiva. Non c’è dubbio che Allegri gliel’abbia data, rassicurato da Rabiot (la sua permanenza è stata la chiave dello scarno mercato Juve) e attizzato dalla scoperta di corridori di qualità come Weah e Cambiaso”.
Paolo Brusorio su la Stampa aggiunge che “se è Juventus fiorirà, ma le novità sono da cogliere come le primule in primavera: palleggio e fraseggio molto più educati, nessuna stazione obbligata nel transito del pallone e la capacità, non casuale, di mischiare le carte all’Udinese soprattutto grazie ai movimenti di Cambiaso il cui primo beneficiario è Chiesa, da tempo non così determinante”.
Che balla signora, dice in prima pagina la Gazzetta. Questa sì che è vera Juventus, si legge all’interno. Sebastiano Vernazza da Udine scrive che “qualcosa è cambiato, anzi molto.
La Juve non è più micragnosa né speculativa, gioca per vincere (un’ovvietà) e per dominare, cosa quest’ultima tutt’altro che scontata, vista l’involuzione degli ultimi anni. Per un tempo però si è apprezzata una Juve alta e aggressiva, focalizzata sul controllo del gioco e dispensatrice di un possesso palla rapido e quasi mai orizzontale. La giornata 1 non stabilisce nulla di definitivo, tende a ingannare e noi, a essere sinceri, non ci fidiamo. Non vorremmo che fossero allucinazioni estive, buoni propositi destinati a svanire con i primi venti contrari, ma sembra che Massimiliano Allegri sia uscito dalle tenebre della semplicità ingannatrice e abbia rivisto la luce. Forse non teme più di avventurarsi nella difficoltà sana di costruire qualcosa che vada oltre la vigile attesa di un contropiede”.
Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio considera che “è la squadra che cambiando di meno è cambiata di più. Un solo acquisto vero, Weah, un altro debuttante, Cambiaso, e tutto il resto è identico all’anno scorso. Tutto il resto tranne la testa. Quella è nuova, nuovissima. È una squadra che ora gioca insieme, come non sempre accadeva un anno fa, quando si rintanava nella propria metà campo in attesa di un unico momento propizio. Ora va a cercare quel momento, lo provoca, non lo aspetta. Si muove perfino con armonia, con una qualità di giocate un tempo sconosciuta”.
È la favorita per lo scudetto, secondo Stefano Agresti, vicedirettore della Gazzetta. “La sensazione è che la squadra di Allegri possa affrontare l’intera stagione – che poi vive in gran parte sul campionato – con questo stato d’animo. Quello di chi ha dentro una rabbia speciale, trasmessa dalle vicissitudini vissute nella scorsa stagione: il fallimento tecnico in Champions, gli infortuni, la penalizzazione nella classifica di Serie A. Un’annata negativa, che ha lasciato nell’ambiente un sentimento amaro. L’abbiamo indicata come la favorita nella corsa allo scudetto, anche perché non avrà gli impegni europei; non basta certo una partita su trentotto per confermare questa idea, ma i segnali sono decisamente positivi”.
Una Juve da sogno, si rallegra Tuttosport. Il direttore Guido Vaciago nel suo editoriale dice: “Parliamo di calcio? È una meravigliosa novità per la Juventus, che, alla fine dello scorso campionato, avevamo lasciato impantanata nel fango delle questioni giudiziarie e nella noia di un gioco faticoso e lento. È la fine di un incubo o, se preferite, un sogno estivo per la gente bianconera, che ha ancora paura di svegliarsi, ma inizia a collezionare troppi indizi”.
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