Chiedi chi era Tonino, il signore della Bellezza del basket

Spencer Haywood era arrivato in Italia con un carico di gloria, un oro olimpico vinto a Città del Messico e undici stagioni in NBA. Veniva dai Lakers, aveva scelto Venezia. A stelle così non eravamo abituati allora, era il 1980, e non ci siamo abituati dopo. Faceva coppia con Dražen Dalipagić, una cosa da sogno. Un giorno fece sapere che se ne andava. I ritagli dell’epoca raccontano di pendenze economiche non saldate. C’era dell’altro. Il martedì che precedeva quel giovedì, la Reyer aveva esonerato Tonino, e senza Tonino la stella non aveva più voglia di restare, arrivederci, io vado. Finché c’era stato Zorzi, con lui era stato bello pure litigare. 

Tonino Zorzi è morto a Gorizia, la sua città, in una struttura dov’era ricoverato da tempo. Le sintesi da ieri pomeriggio ce lo ricordano giocatore di Varese, con lo scudetto del 1961 vinto da protagonista, così centrale da essere nominato – poi – giocatore del secolo, non in un posto qualunque, un posto dove sono passati Dino Meneghin e Bob Morse. Ma Zorzi è diventato Tonino soprattutto da allenatore, in un tragitto da Gorizia ad Avellino, dodici stagioni a Venezia, portata in A1 e alla finale di Coppa Korac, maestro pure a Napoli, dove nel 1970 arrivò a vincere la Coppa della Coppe con la Partenope, finale contro i francesi del Vichy, il picco della sua carriera a livello internazionale, diecimila spettatori nel palazzetto, chissà quanti altri fuori senza biglietto.

Dietro le sintesi ci sono i ricordi e i passi di chi lo ha incrociato. Roberto Degrassi sul Piccolo di Trieste scrive allora stamattina che al Dio dei canestri avrà già raccontato qualcuno dei suoi mille aneddoti. Partite, vittorie, scoperte. Le sconfitte, quelle, erano viste solo come un intervallo talvolta inevitabile tra un successo e l’altro. Momenti da archiviare con filosofia

L’ultima panchina: quattro anni fa. Una partita tra vecchie glorie: Trieste contro Gorizia. Dall’altra parte c’era Boscia Tanjevic. Aveva 88 anni. Una parte di lui, dice il Piccolo, si era spenta con la morte di sua moglie. 

Rimaneva forte la passione per il basket alimentata con lunghe, frequenti telefonate a quelli con cui aveva condiviso quel mondo

Lo chiamavano il Paron. Come Nereo Rocco. Per la schiettezza nei rapporti umani, la gestione guidata dal buon senso, il pragmatismo delle persone semplici. Le persone che sanno scorgere frammenti di immensità in una serata tra amici oppure guardando il mare. Al Paron Zorzi non dispiaceva allenare in città di mare, guardare il mondo da una barca a vela. Uno dei pochi vezzi: la passione per il golf

 

     A 27 anni Zorzi decise a sorpresa di lasciare il parquet per sedersi in panchina. Una forma di masochismo, ma Zorzi aveva sempre pensato che in futuro avrebbe fatto il coach perché amava insegnare il basket come doveva essere giocato. Grande maestro mai stanco di correggere, dimostrare, stimolare, motivare i giocatori giovani o maturi che fossero. Si divertiva a stare ore sul campo con giovani e anche giocatori esperti trovando sempre qualcosa di diverso e nuovo da aggiungere al loro arsenale tecnico. Abbiamo passato giorni a discutere sul potenziale dei giocatori d’oggi. La conclusione era che tra i giocatori ci sono formidabili potenti atleti, ma poveri di tecnica individuale e versatilità. E che la specializzazione è molto diffusa

di sandro gamba, introduzione a La mia Itaca, di Tonino Zorzi

 

Stefano Babato sul Gazzettino fa notare che non è mai stato farina da far ostie come si dice in Veneto e quel “paron” che si è trovato presto appiccicato addosso non è stato certo casuale. Tonino Zorzi è sempre stato così, spigoloso e passionale

Matteo Valente sul Corriere Veneto considera che da nord a sud, chi ha preso in mano la palla a spicchi almeno una volta ha sentito citare il suo nome. Un avanguardista, sotto tanti aspetti, un vincente, ma anche un grande formatore

Oscar Eleni sul Giornale ha scritto: Oggi beviamo nero perché siamo in lutto come diceva una delle canzoni popolari che si divertiva a cantare nelle tavolate dove anche il basket celebrava il suo terzo tempo. Gigante nella casa della gloria del nostro basket, leone per sempre e quando sembrava non esserci più posto per lui da Venezia a Reggio Calabria, passando per Pavia, Siena, tornando spesso a Napoli, si era inventato il ruolo senior coach. Ci mancheranno i suoi camicioni, la voglia di non arrendersi mai, lo spirito guerriero che trasmetteva ai giocatori. Ci mancherà la sua voglia di litigare, di berci sopra, di prendere per il collo chi lo tradiva e con la nazionale, nella disastrosa trasferta per il mondiale argentino inseguì un giocatore avversario che aveva spedito gli azzurri a Salta, lontano dalle medaglie

Piero Guerrini su Tuttosport stamattina aggiunge che Tonino Zorzi partendo da Gorizia ha indicato la via della pallacanestro all’Italia. I suoi allievi faticavano a dargli del tu. Un maestro di basket legato ai fondamentali, alla tecnica individuale, alle letture. Alla responsabilità. Molti dicono non avesse un carattere facile, ma come tutti i maestri nell’animo, aveva un cuore grande. diceva quello che pensava. E da allenatore non aveva cambiato la filosofia del giocatore, l’aveva sublimata. Principale importatore dagli States del passing game, il gioco di passaggi. Una gioia per noi che impazziamo nel vedere un “backdoor”.

È stato il maestro di Ettore Messina, di Matteo Boniciolli, di Frank Vitucci. Gli amici dicono la sua parola chiave in inglese era improve

Cosimo Cito su Repubblica aggiunge che odiava le statistiche, i giocatori accentratori, il suo basket collettivo e sanguigno non li contemplava e anche per questo, forse, non ebbe mai da primo allenatore la panchina di una grande.

 

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Era il 1993 direi, quindi 30 anni fa. Io alle prese con le collaborazioni per Gazzetta e Superbasket, lui allenatore di successo. Nacque una stima reciproca, spesso si faceva accompagnare a casa dopo le partite, nel tragitto mi raccontava la varie scelte tattiche oltre a tante altre curiosità. “Sei giovane ma sai leggere bene le situazioni, perché non provi a fare l’allenatore?”, mi disse una sera. Gli risposi che preferivo fare il giornalista e lui: “Intanto io ti regalo qualche libro utile, studia, bisogna sempre studiare”. Erano due volumi che custodisco gelosamente. Il suo corri e tira mi faceva impazzire. Grazie di tutto Paron Tonino Zorzi | Mario Canfora 

 

Stefano Prestisimone sul Mattino lo chiama  un cavaliere della palla a spicchi, un highlander dello sport dei canestri. Manfredo Fucile, uno dei suoi giocatori a Napoli lo ricorda come un uomo duro, ma dalla durezza necessaria. 

«Mi disse: “Io preferisco che tu mi odi, ma che diventi giocatore di pallacanestro”. E io l’ho odiato. Ma oggi lo ringrazio»

Tonino a Napoli era stato anche professore di educazione fisica. Aveva insegnato all’istituto Righi, che in quei primi anni ’70 aveva fama di scuola di frontiera. 

 

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“La vita e la persona di Tonino Zorzi meriterebbero un grande romanzo e un grande romanziere. Ernest Hemingway sarebbe perfetto. Ricordo l’anno in cui Tonino, richiamato da Reggio Calabria perché  salvasse la squadra dalla retrocessione , infilò una serie di inaspettate vittorie, rimediando a una situazione di classifica già  gravemente compromessa. Tuttavia nonostante la squadra avesse lottato fino all’ultimo, non riusci a evitare la retrocessione. Mi venne allora in mente l’incipit de “Il vecchio e il mare”.  Cito a memoria: ” Era un vecchio che navigava da solo su una piccola imbarcazione nella Corrente del Golfo e da 43 giorni non pescava un pesce”. Poi il vecchio riesce a catturare un Blu Marlin dopo una lunga lotta in mare aperto ma non ci sta sulla piccola barca e allora il vecchio lo lega su un fianco dell’imbarcazione. Nel lungo percorso di ritorno gli squali sbranano il Blu Marlin lasciando solo la lisca. Tonino ha fatto forse con la Reyer il più elegante basket che io abbia visto in Italia senza aver mai vinto lo scudetto che meritava. Ma ha vinto lo scudetto della Bellezza del Basket quale gli allenatori scudettati neanche si sognano. Tonino riposa nella Storia” | Valerio Bianchini 

 

Dan Peterson invece ne scrive sulla Gazzetta dello sport e dice che il basket italiano ha perso un genio. Tonino Zorzi ha fatto tutto nella sua lunga carriera. È stato un grande giocatore. Ho visto una foto di lui in entrata con la mano sinistra. Poiché era destro, gli dissi: «Toni! Sapevi anche usare la mano debole!». Lui, con orgoglio: «Dan, ero completo, non un mezzo giocatore!». Avevamo un “gioco”: io sono nato il 9 gennaio 1936 e Tonino il 10 giugno 1935. Quindi, ogni 9 gennaio lo chiamavo: «Zorzi! Ti ho raggiunto!». Ogni 10 giugno, mi chiamava: «Peterson, ti ho cacciato indietro un anno, ancora!». Quando non mi ha chiamato a giugno, sapendo dei suoi problemi di salute, ero preoccupato. Temevo questa notizia. Tutti noi di una certa età sappiamo che lui era l’Einstein del basket, sempre un passo davanti a tutti

Sergio Scariolo su Twitter unisce la sua morte a quella di Carletto Mazzone, due grandi allenatori, di cui ho avuto la fortuna di apprezzare personalmente la qualità personale. Hanno dimostrato che si può essere d’ispirazione a tante generazioni di tecnici pur senza allenare sempre grandi squadre. Ci mancheranno!

Anche Fabrizio Fabbri sul Corriere dello Sport-Stadio scrive: Qualche ora prima di Carletto Mazzone, quasi che il il destino abbia voluto portarsi via due galantuomini dello sport e grandi allenatori nello stesso giorno. Forse per mischiare le lacrime di chi ne ha apprezzato la grande sapienza unita a una umanità cristallina e a uno spiccato senso dell’umorismo.

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