Vediamo se si può dire così. La Cina ha fatto suonare il suo inno più di tutti a Fukuoka [20 volte] soprattutto grazie alle 12 medaglie d’oro su 13 prese nei tuffi. Solo Lian Junjie ha perso dalla piattaforma contro Cassiel Rousseau.
L’Australia è stata seconda in assoluto perché ha dominato con il nuoto in vasca, 13 medaglie d’oro, 7 d’argento e 5 di bronzo per un totale di 25. È la seconda volta dai Giochi del 56 che si lascia gli Stati Uniti alle spalle. Era successo sempre a Fukuoka, nell’edizione del 2001.
Con gli ultimi due titoli nelle staffette miste, gli Stati Uniti possono invece dirsi d’aver raddrizzato la situazione scavalcando la Cina, anche se solo in vasca, chiudendo con 38 podi [44 totali con le altre discipline], eppure appena 7 d’oro, con 20 argenti e 11 bronzi. In America si erano già arresi all’idea di non poter chiudere in testa, così da qualche giorno i media avevano iniziato a compilare le classifiche non in base alle vittorie ma alle medaglie complessive.
Da qualunque angolo si guardi questo Mondiale, sono queste le tre nazioni guida, come non accadeva da Montréal 2005. L’Australia aveva lasciato da allora il suo posto alla Russia, e un anno fa senza i russi addirittura all’Italia, salita al terzo posto di Budapest con più enfasi che analisi. La stessa sinfonia sentita agli Europei di Roma, «nella piscina più bella del mondo» come direbbe e come ha detto chissà quante volte Tommaso Mecarozzi nelle sue dirette in Rai. Sentimmo Mameli per 25 volte, con 72 podi complessivi, settantadue [a lettere], senza avere fino in fondo il coraggio di dirsi che alle nostre spalle soffiava ogni tipo di vento, tramontana e libeccio, da nord e da sud, per via di stelle francesi assenti, la Russia messa al bando, i britannici venuti quasi con la squadra B.
Ora l’Italia si sveglia dal sonno e si scopre in arretramento non solo rispetto ai Mondiali di Budapest, con 22 podi complessivi scesi a 14, i 9 ori diventati 2, il terzo posto trasformato in ottavo, addirittura in decimo nella sola vasca, alla stregua di una carrozza che ridiventa [quasi] una zucca. Peggio ancora quando si considera che l’Italia del poporopò al Foro d’Italico, l’Italia bella e bulla di un’estate fa, ha chiuso solo come quarta forza d’Europa, dietro pure alla Spagna.
Cosa sia successo, l’ha intuito quella ragazza risolta e matura di Benedetta Pilato, nel giorno in cui le è stato portato via il primato del mondo nei 50 rana, negli stessi giorni in cui è accaduto pure a Federica Pellegrini e a Gregorio Paltrinieri con quello europeo: un crono da 29.16 [«quasi da uomo»] nella gara in cui Pilato è scesa più di tutte nella storia sotto i 30 secondi. La ragazza di Taranto ha fatto notare che questi Mondiali dovevano per forza essere più difficili, perché i precedenti erano post-olimpici, come sempre di qualità inferiore.
Infatti.
Come giudicare i Mondiali dell’Italia
Fukuoka ha contato 10 primati mondiali, due dei quali cancellati il giorno dopo. Nel libro così rimangono due reccord maschili, cinque femminili, uno misto. L’anno scorso a Budapest erano stati sempre due tra gli uomini, uno misto, nessuno tra le donne. A Gwangju nel 2019 furono 2+2+1. Il covid aveva contribuito a rimescolare silenziosamente gli equilibri. L’Italia se ne è giovata dal momento in cui gli atleti di interesse olimpico vennero autorizzati a proseguire i loro allenamenti mentre il resto del paese era in quarantena. Fuori non andava così.
Quando Federica Pellegrini postò su Instagram una storia in cui celebrava il suo primo tuffo in acqua, dalla Francia e dalla Spagna alzarono la voce. Fred Vergnoux, capo allenatore della nazionale spagnola, di Mireia Belmonte e Alberto Martínez, diede un’intervista all’agenzia Efe il 18 marzo 2020 e disse: «Abbiamo visto un allenamento di Federica Pellegrini online, da sola in piscina. Dall’inizio della pandemia, l’Italia ha mantenuto tre strutture con piscine riservate alla sua élite. Con un controllo rigoroso, sembra funzionare. Abbiamo chiesto di aprire una piscina a un piccolo gruppo di nuotatori, fare un test agli ingressi per vedere se siamo infetti o meno. In Sierra Nevada o a Sant Cugat troveremmo le opzioni possibili. Chiediamo di essere isolati, da soli, in quarantena in un posto con una piscina. Delle 18 settimane che sono rimaste per raggiungere Tokyo, ne perderemo già una, quando altri nuotatori di altri paesi stanno nuotando. Ma se i Giochi verranno rinviati, il che mi sembrerebbe la cosa più corretta, avremo anche meno tempo per la preparazione».
I Giochi alla fine slittarono di un anno, ma quando infine andammo a Tokyo, in vasca l’Italia prese 7 medaglie, quarta nazione per podi complessivi, seconda d’Europa, gli ori vennero meno solo per la mononucleosi di Paltrinieri. L’atletica italiana fece di più: cinque ori, addirittura. Mai visti.
Sul suo blog Questione di stile, il giornalista della Gazzetta Stefano Arcobelli si domanda: “Ci eravamo abituati bene? Forse. Ci aspettiamo di più? Certo”, ma trova un motivo per chiarire che non possiamo certo dirlo un naufragio. “Grazie al bronzo del Setterosa – fa notare – l’Italia è diventata l’unica delegazione a salire sul podio in tutte le discipline: nuoto, pallanuoto, fondo, tuffi e artistico”.
Il vostro amico Roberto Liberale si è messo a confrontare qualche numero sui fogli Excel.
“La prima analisi che viene fuori, dice che l’Italia di questi mondiali è stata inferiore come numero di finalisti rispetto a Budapest dell’anno scorso e ai Mondiali 2019 però leggermente migliore di Budapest 2017, che pure fu considerata un’annata trionfale, e molto superiore a Kazan 2015. Ci eravamo illusi di essere ai primissimi posti, ma comunque il movimento è ottimo. Negli ultimi 5 mondiali l’andamento delle medaglie è stato 5, 6, 8, 9, 6. Quel che sposta la posizione nel medagliere è sempre il solito discorso sul numero di ori, uguale a Kazan 2015. Invece nei Mondiali successivi ce ne sono stati rispettivamente 3, 3, 5. L’Italia non è la terza nazione al mondo, come il medagliere del 2022 suggeriva, di certo è tranquillamente tra le prime dieci. Anzi, se guardiamo i posti in finale e i risultati in finale, al netto di qualche grave mancanza come la staffetta mista, si tratta di una nazionale da primi sei-sette posti al mondo. Le condizioni di Budapest 2022 saranno pressoché impossibili da incontrare ancora”.
[solo vasca]
| Aligi Pontani su Domani analizza: “Il nuoto sembra sulla strada della restaurazione anche se, come ha detto Michael Phelps qualche giorno fa, è bello vedere un tunisino o un italiano battere tutti, perché fino a pochi anni fa era tutto America contro Australia o contro Cina o contro Russia, mentre ora il mondo è più grande. Molto più grande: ai mondiali appena conclusi, 38 Paesi hanno portato almeno un atleta in finale, quattro in più rispetto a un anno fa, 30 sono saliti sul podio, sette in più. Forse è questo a spaventare un po’ l’Italia: alla restaurazione si accompagna un allargamento costante dei confini del medagliere, ai cui bordi premono ragazzini e ragazzine formidabili che arrivano da ovunque, anche da quei posti dove, come mezzo secolo fa da noi, le piscine ci sono da poco, oppure viaggiano, emigrano, si spostano verso i tecnici più bravi, i college più accoglienti. Il mondo è diventato tanto grande e tanto giovane, mentre l’Italia resta piccola e invecchiata, però poi il talento continua a benedirla nonostante le federazioni ingessate, la scuola che non c’è, i maestri che vanno altrove a insegnare, i 300 mila tesserati complessivi persi dal nostro sport in un decennio, primo segnale dello scarseggiare della materia prima”.
Pontani ricorda che cinquant’anni fa Novella Calligaris ruppe un muro, fu la prima campionessa del mondo, in un paese dove afffogavano 1.400 persone all’anno. Dopo, sono arrivati Rosolino e Pellegrini, “hanno insegnato agli italiani che il nuoto è cool, e i suoi campioni sono delle superstar anche senza il cloro. Infine è approdato a questo nostro tempo così forsennato, con un gruppo sempre più numeroso e vario di campioni e campioncini: dorso, rana, farfalla, stile libero, acque libere, staffette veloci, miste, donne, uomini, tutto. È stata una nuotata a perdifiato, lunga e bella. Si può essere contenti, perfino felici, anche se no, non siamo più bravi degli australiani”.
Alessandra Retico su Repubblica parla di “anno strano, con le punte non affilate”.
| Paolo De Laurentiis sul Corriere dello Sport-Stadio commenta: “Solo chi era rimasto a Budapest 2022 poteva aspettarsi una pioggia di medaglie anche questa volta. La realtà è che il nuoto italiano in questo finale di stagione ha raccolto né più né meno quanto seminato durante l’anno, né tanto né poco: il giusto, andando comunque sul podio in tutte le discipline. Sostenere che sono mancate le punte è proprio il compitino della quinta elementare, perché non sarebbero bastate neanche quelle, fossero state al cento per cento. Non è un’opinione, sono numeri: confrontando i tempi dei 5 ori mondiali dell’anno scorso con quelli dei vincitori di quest’anno nelle stesse gare, gli azzurri avrebbero rivinto soltanto una volta, con Ceccon nei 100 dorso. Paltrinieri con il 14’32”80 del 2022 ieri sarebbe arrivato terzo, così come Benny Pilato in un ipotetico 100 rana. Il 58”26 di Martinenghi di Budapest non sarebbe bastato per vincere a Fukuoka perché il cinese Qin ha fatto meglio. E anche la 4×100 mista sarebbe arrivata seconda perché gli Usa in Giappone hanno migliorato quanto nuotato dall’Italia un anno fa. Questa è la realtà. Poi si può calcisticamente discutere se era meglio schierare tizio piuttosto che caio ma sono sciocchezze, da bar o da social, fate voi. In questo 2023 sono successe due cose: Australia e Cina sono tornate al loro livello dopo le restrizioni post Covid, gli azzurri sono in una fase di stasi dopo aver spinto a mille nel 2021 e 2022 e anche per acciacchi vari”.
| Giorgio Pasini su Tuttosport aggiunge: “La vera lezione di Fukuoka per Parigi è che il mondo è tornato a nuotare più forte per il cosiddetto quinto stile (subacquea) e pure il sesto (partenza, cambiata con i nuovi blocchi) e il settimo (virata). Dettagli che storicamente ci vedono indietro”.
| Così adesso c’è nervosismo, dentro la squadra. È facile cantare insieme sul pullman quando le cose vanno bene. Arianna Ravelli sul Corriere della sera racconta che la 4×100 misti “un anno fa era stata la cartolina di un intero movimento: andava trattata meglio, anche perché rischia di segnare il giudizio su un Mondiale anche con molti chiari (4 argenti sulle distanze olimpiche, per esempio). Malumori, sottovalutazioni, scelte contestate, spiegazioni una diversa dall’altra, scricchiolii dentro un gruppo che fin qui era sembrato unitissimo e che vanno risolti subito prima che diventino un peso da portarsi in acqua mentre si nuota verso Parigi. Dopo una giornata di analisi, le posizioni restano diverse. Ceccon dice che andava messo Miressi per Frigo, Frigo dice che andava messo Poggio per Martinenghi, Martinenghi dice che è mancata cattiveria a tutti, Ceccon controrisponde che lui le motivazioni le ha sempre. Forse un confronto tra le punte sarebbe utile: «Non ci siamo parlati, ma c’è poco da dire — sempre Ceccon —: se uno durante l’anno lavora bene i risultati si vedono. Io ho fatto il mio. Penso siano mancate motivazioni, ma non a me, io non vado neanche in vacanza. È pur sempre un Mondiale, e alle Olimpiadi manca un anno». Basta arrivarci in acque meno agitate”.
| Giulia Zonca su la Stampa considera: “Più che ammaccati o ridimensionati usciamo dal Mondiale di Fukuoka confusi. Si sapeva di uscire da mesi complicati, si conoscevano i mille acciacchi di diversi atleti fermi per settimane, si è capito il bisogno di tirare il fiato prima dell’anno olimpico e dopo un paio di stagioni esaltanti che hanno lasciato il segno, ma il mondo ha dato un’altra strizzata alla velocità e gli azzurri non gli sono stati dietro. Per tanti validi motivi e non tutti preoccupanti, però se dopo tre giorni di risultati ottimi con argenti pesanti, un successo inedito e un campione evidente ci si perde fino a buttare la staffetta di cui si doveva difendere il titolo, qualche cosa è successo”.
I Mondiali delle donne
Prendiamo Ruta Meilutyte, lituana. Arriva a Fukuoka, vince 50 e 100 rana, toglie a Benedetta Pilato il record mondiale. Se ne era andata in pensione. È tornata quando ha capito che poteva riprendersi la scena, addirittura dominarla – pare adesso – con il mostruoso 29.16 nello sprint. È la ragazza che nell’aprile scorso andò a nuotare nel laghetto di fronte l’ambasciata russa di Vilnius, tingendolo di rosso, rosso sangue, una protesta contro la guerra da performance artistica. Su Slalom ne scrisse Marco Ciriello.
LEGGI Le bracciate nel sangue di Rūta Meilutytė. Come in una piaga d’Egitto
Ruta Meilutyte fa un Mondiale così ma non può dirsi la stella tra le stelle di Fukuoka. C’è chi ha fatto di più. C’è Mollie O’Callaghan, australiana. Anche lei due ori, 100 e 200 stile libero, tutt’e due in una distanza olimpica, togliendo a Federica Pellegrini il più longevo tra i primati mondiali del nuoto. Una perfetta ragazza da poster. Ma in altri tempi. Non ora, non qui. Ora, qui, a Fukuoka, c’è stata per esempio anche una Sarah Sjostrom, svedese, oro nei 50 farfalla e 10 minuti più tardi primatista del mondo nella semifinale dei 50 stile libero, per andare a vincere l’oro il giorno dopo oro. Stefano Arcobelli dice sul suo blog Questione di stile: “Quando un anno ad un evento in Sardegna ci ritagliammo lo spazio di un’intervista tranquilla, Sarah Sjostrom ci disarmò sul perché a 29 anni non era più il caso di inseguire sogni velleitari nei 100 farfalla e stile libero, ma piuttosto che verso Parigi stava cercando una nuova via: vivere due stagioni senza stress per arrivare al top a Parigi nei 50 sl. Uscendo dall’acqua ieri non l’avevamo mai vista così spontanea, umana e felice”. Sjostrom ha pure scherzato. Ha detto che non riesce quasi mai a battere il suo personale. Quando lo fa è record del mondo. È tornata a casa anche con il nuovo record di medaglie individuali mondiali, 21, una in più di Michael Phelps. Eppure c’è altro. C’è una Ariarne Titmus da record mondiale nei 400 stile libero, argento nei 200 e bronzo negli 800, velocità e mezzofondo insieme, che razza di magnifico pesce. C’è Summer McIntosh oro nei 200 farfalla e nei 4o0 misti, all’età di 15 anni e 311 giorni, la seconda più giovane di sempre a vincere nei quattro stili dopo Tracy Caulkins nel 1978. C’è Katie Ledecky, oro sulle due distanze più lunghe, gli 800 e 1.500, anche lei adesso davanti a Phelps: negli ori [16 a 15], l’unica ad aver mai vinto sei volte su una stessa distanza, non perde gli 800 dai Giochi di Londra 2012, quando aveva 15 anni.
Giulia Zonca su la Stampa ha scritto: “Non è invecchiata affatto, gestisce i muscoli diversamente, conta le parole. Ha cambiato città e tecnici, non ha un mentore, si affida a chi la può aiutare a migliorarsi e in ogni fase della carriera le esigenze sono diverse.
Indifferente alla fama. Ha firmato i 29 tempi più veloci di sempre. Li ha strizzati, accelerati, domati, ormai li conosce a memoria e impone un ritmo che ha spinto la concorrenza a provarle tutte, fino a qui non le sono andate vicino. Ormai ha staccato qualsiasi paragone, si è impossessata di liste di statistiche, eppure ancora non è celebrata come un fenomeno. A stento il mondo del nuoto le tributa il coraggio che serve per vivere di successi, ma lontano delle corsie non la riconoscono, non la pagano, non la considerano”.
Neanche lei è l’immagine dei Mondiali, perché più storica di tutte fra le storiche è stata Kaylee McKeown, 22 anni, australiana, oro nei 50, nei 100 e nei 200 dorso, con un primato oceanico nello sprint. Non c’era mai stata una donna così in un grande evento. Se non fosse stata squalificata nei 200 misti, avrebbe aggiunto altro metallo in valigia. Kaylee è la ragazza che porta sul piede un tatuaggio in memoria di suo padre. Nell’agosto 2020, Sholto McKeown morì dopo due anni di cure contro il cancro al cervello. Desiderava vedere sua figlia alle Olimpiadi. Non c’è riuscito. Sul piede di Kaylee c’è scritto: sarò sempre con te.