DI MARCO CIRIELLO
È probabile che Rūta Meilutytė non ci pensasse minimamente quando ha tinto di rosso il laghetto che sta davanti all’ambasciata russa a Vilnius, in Lituania, per protestare contro la guerra e le morti procurate dall’invasione russa. Ma quella pozza d’acqua è diventata un Nilo fermo, e gli ucraini un popolo di oppressi che vuole piegare un faraone. L’ex nuotatrice lituana – oro a 15 anni nei 100 rana ai Giochi di Londra 2012 – si è tuffata ed ha nuotato nel sangue, mentre sul ponte c’era la scritta “Putin the Hague is waiting for you”, ogni bracciata un passo verso una ipotetica e sempre più lontana pace. Rūta Meilutytė e il gruppo di artisti che l’ha aiutata nella performance – che incrocia Bill Viola e Marina Abramović – è probabile che non pensassero all’Esodo, ma se seguiamo la narrazione occidentale viene naturale leggere quell’acqua che diventa sangue come una prima piaga, con gli ucraini mai disposti a piegarsi al tavolo delle trattative con la Russia, a rifiutare qualsiasi condizione di servitù e di divisione nazionale, e a intimare ripetutamente tramite Zelens’kyj: «Lascia andare il mio popolo». E il fatto che al cinema il faraone più grande e famoso e bello e terribile fosse un russo: Julij Borisovič Briner poi Yul Brynner (Ramses II, “The Ten Commandments”), rende tutto più complicato, in una guerra molto cinematografica: con il presidente ucraino eletto dopo aver prefigurato l’evento in una serie tv – “Sluha Narodu” / “Servitore del popolo” –, e il presidente russo che si arruolò nel KGB per uno sceneggiato su una spia: “Ščit i meč” / “Lo scudo e la spada”.
Una guerra che mischia e sovrappone molte cose: a cominciare dal sangue. Russi e Ucraini sono cresciuti come fratelli, uguale a Ramses e Mosè, tanto da poter utilizzare la parola russa:«Rodnoj», al limite dell’intraducibile, che viene da rodìt’, partorire, che i russi usano per dire che si sentono avvinghiati a te, parte di te. Ed è triste sapere che l’acqua di Mosè, «estratto dalle acque», quella delle correnti del Nilo, come quella del parto, siano tinte di rosso – nel lago di Vilnius – e che appartenga agli ucraini. Un rosso che invade tutto, entrando negli occhi di chi guarda, sovrapponendosi agli alberi ancora spogli dell’inverno dell’Est, e a i contorni di terra intorno, in una visione irreale e cinematografica, che dall’antico Egitto arriva all’oggi, alle macerie metropolitane. L’orrore artificiale, la sua finzione, diventa manifestazione di quello che non vediamo farsi, ma che ci viene solo raccontato in modo traballante, incerto, stropicciato. E che sia una olimpionica a muoversi dentro quell’orrore ci riporta alle anticipazioni dello sport che, proprio per questo, dovrebbe sempre essere libero, come la diplomazia. Libero di allacciarsi e andare oltre, e quindi libero dalle sanzioni. Meilutytė nuota nella finzione scenica del sangue ma ci inchioda al sangue che non vediamo scorrere, a quello che cade sotto le bombe e viene coperto dal fango, dalla polvere, dai calcinacci, dalle omissioni, invece in questo video, e in queste fotografie, ci viene incontro, proprio come una sciagura biblica. Ma le piaghe non minano solo il faraone, se vogliamo costruire qualcosa con il popolo russo non dobbiamo minacciare punizioni divine, ma strade di dialogo, bracciate di pace che portino a uscire da quelle acque di sangue e a tornare a quelle di cloro delle piscine, della normalità della competizione sportiva come unica possibilità di vittoria.