Sanremo 1983: Saronni primo in maglia arcobaleno

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MILANO-SANREMO | FRA DUE GIORNI

I TRAGUARDI CON IL TRE

 

Saronni in  maglia arcobaleno

Uno scatto più bello che a Goodwood

di rino negri, la Gazzetta dello sport, 20 marzo 1983

 

“Un Saronni più grande di quello che si è laureato campione del mondo a Goodwood ha vinto la Milano-Sanremo che Moser ha sbloccato scendendo come un folle dalla Cipressa, la salita che Torriani aveva incluso nel tracciato soltanto l’anno scorso. Quando sul Poggio, a sei chilometri dal traguardo di via Roma, Saronni è scattato, lo ha fatto con la convinzione e la disinvoltura che caratterizza il campione che sa di essere superiore. La Sanremo è stata sul punto di finire nelle mani dello spagnolo Juan Fernandez prima e del francese Bittinger subito dopo. Nessuno dei tredici corridori che inseguivano sembrava più in grado di cavare il do di petto. E per un attimo abbiamo pensato che fosse Moser, lungo la discesa del Poggio, a rimediare. Invece è rispuntato il più bel Saronni che sia stato visto in una classica. È schizzato fuori dalla fila con meno violenza che a Goodwood, perché il traguardo non si trovava, come in Inghilterra, ad una schioppettata, ma s’è capito che avrebbe creato il vuoto decisivo perché, con un lungo rapporto, ha proseguito l’azione come se cominciasse in quel momento una prova a cronometro. Stupendo!

I tre secondi posti che aveva ottenuto due volte dietro a De Vlaeminck e una battuto di un niente da Gavazzi – devono avere suggerito a Saronni la sparata. Avere già vinto, all’età di venticinque anni, il giro d’Italia, il campionato del mondo, il campionato italiano, la Freccia Vallone, il giro di Lombardia e la Milano-Sanremo per limitare le citazioni, è quanto di meglio possa fare un campione del pedale

 

La maturità di un ex cavaliere dimezzato

di gian paolo ormezzano, la Stampa, 20 marzo 1983

 

Fino alle ore 16,27 minuti e 59 secondi di ieri pomeriggio, soltanto Binda, Merckx e Gimondi erano riusciti a vincere la Milano-Sanremo portando la maglia di campione del mondo, una maglia che zavorra, una lana che irrita (gli avversari). Da ieri, esattamente a quell’ora, quel minuto e quel secondo, ai tre si è aggiunto Giuseppe Saronni. Il corridore italiano s’è presentato solo a via Roma, e non ha assolutamente potuto esimersi dalla felicità, lui che di ogni vittoria era abituato a fare un’arma polemica, una rivincita, mal che andasse contro se stesso, una piattaforma dalla quale comiziare contro il mondo. Questo suo abbandonarsi ad una felicità finalmente assoluta, fanciullesca, paradossalmente appare come una maturità del campione. Da ieri questo corridore, che la gente ancora non sua sta cercando di capire e di amare (intanto che lui sta cercando di offrirsi in pieno a tutta la gente), ha una pelle nuova, e senza avere avuto bisogno di squamare tutta la precedente: è ancora temibilissimo in volata, insomma, ma sa vincere in solitudine. Esiste persino l’ipotesi, sussurrata da Eddy Merckx, che dentro Saronni stia nascendo un fuoriclasse: il quale fuoriclasse, ovviamente, esisteva già come materie prime, ma attendeva la «creazione». In fondo Saronni nacque al ciclismo come ragazzo prodigio, poi divenne in fretta un corridore «vecchio». E psicologicamente appariva un cavaliere dimezzato, irrealizzato

 

Un gesto biblico

di bruno raschi, la Gazzetta dello sport, 20 marzo 1983

 

Magica Sanremo»! Aspettavamo un purosangue e il purosangue è arrivato: il campione del mondo, il più puro e sanguigno di tutti. Ricorderemo per un pezzo il gesto di Saronni quando, a venti metri dal traguardo, piegato ancora sul telaio, in mezzo alla mandria dei clacson, si è levato sulla schiena ed ha girato il capo verso la fontana, il vestibolo dei trionfi, che segna la soglia del viale d’arrivo. Trecento metri. E non si vedeva nessuno. A quel punto Saronni, che pedalava ricurvo da sette ore e cinquanta minuti, si è ricomposto nel gesto antico del mietitore che depone la falce sull’ultima messe di grano e si porta una mano sul fianco, quasi per dire Sia benedetto Iddio, per oggi è finita. Quel gesto biblico ha un’eco nei salmi ma sarebbe grave disturbare il latino per una morale spontanea che trasuda come il vapore dalla strada, dal nobile asfalto della Milano-Sanremo. A 26 anni non ancora compiuti, la Sanremo avrebbe già dovuto vincerla tre volte. Ce l’ha fatta alla quarta, ma in una maniera che chiude la bocca, che toglie il respiro, direi, a coloro che lo avevano battuto. Li ha strangolati tutti con il centimetro ch’essi usavano per beffarlo, per togliergli il diritto di esser primo. Ma che voleva, che pretendeva questo bambino ancora imberbe e già così impertinente, con i denti da latte? Così dicevano.

Ma ora il bambino è campione del mondo e si consente il lusso di vincere come vuole, partendo da vicino e da lontano, alla maniera di Merckx.

 

Grazie anche a Moser

di fulvio astori, Corriere della sera, 20 marzo 1983

 

Anche stavolta quei due tanto attesi erano, come due anni fa, nella zona conclusiva della corsa, ancora l’ultima rampa da superare, Sanremo e lo striscione rosso del traguardo là sotto in attesa. Finì con litigi davvero poco edificanti e con accuse avvilenti la giornata di quei due, nel 1981, quando De Wolf poté vincere soprattutto grazie a quel Moser che non aveva voluto lavorare per Saronni e a quel Saronni che non aveva voluto rischiare un colpo di pedale in più. Ieri fra quei due è finita con un abbraccio in eurovisione. Non è che ci fosse da combattere e vincere una guerra santa come quel giorno dell’estate scorsa sul circuito iridato di Goodwood ma c’era da correre da professionisti seri e l’hanno fatto. Quel Francesco Moser che lungo la discesa della Cipressa, penultima della serie, allunga pericolosamente volteggiando come lui solo sa fare spaccando il gruppo, favorendo il formarsi della pattuglia di testa che prendeva in mano la corsa: stupendo

 

      titoli | Tuttosport: Van Aert e Van der Poel Fatica o nascondino?” – Sabato la Sanremo, in ombra due attesi protagonisti. Una Tirreno-Adriatico senza acuti per i due campioni, però potrebbe essere stata una scelta ponderata. La storia recente insegna che non conviene arrivare alla gara da favoriti  

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