Il nemico delle stelle dello sport: il burnout di Adam Peaty

 

E quando la tua mente prende il volo | ti accorgi che sei rimasto solo

Rino Gaetano

 

  DISCUSSIONI

Il nemico delle stelle dello sport: il burnout di Adam Peaty

 

  

Era l’Imbattibile. L’Imbattibile non solo del nuoto, ovunque ti girassi. Tra gli Europei di Berlino del 2014 e i Giochi di Tokyo del 2021, le sconfitte di Adam Peaty sono state rarissime. Le sconfitte di Adam Peaty, per capirsi, erano medaglie d’argento: due nei 50 e nei 100 rana ai Mondiali in vasca corta di Doha 2014, due agli Europei sempre in vasca corta di Netanya del 2015. Tutto il resto è stato oro. Sui 50 e sui 100: in quattro Europei di fila [Berlino 14, Londra 16, Glasgow 18, Budapest 20], in tre Mondiali [Kazan 15, Budapest 17, Gwangju 19], in due Olimpiadi [Rio 16, Tokyo 20+1].  E poi: clic. È successo qualcosa. Qualcosa che non va più via. 

Non ci sono commenti alla notizia, sulla stampa inglese, ma il Guardian fa un accenno al fatto che Peaty ha subito una prima battuta d’arresto nel 2022 dopo essersi rotto un piede in uno strano incidente in allenamento, ma era stato in grado di riprendersi in tempo e competere ai Giochi del Commonwealth di Birmingham, la scorsa estate. Li aveva preferiti agli Europei di Roma, rinunciando così alla sfida con Nicolò Martinenghi

Ora Peaty ci fa sapere che la scia di disagio non è spezzata. Ha cancellato l’iscrizione ai campionati britannici di nuoto del mese prossimo, erano validi per la qualificazione ai Mondiali di Budapest dell’estate prossima. Forse non lo vedremo neppure là. Si fa da parte, ha scritto sui social, per preoccupazioni legate al suo benessere psicologico. Ha detto di essere stanco, di non sentirsi più sé stesso, di non riuscire più a godersi lo sport come aveva fatto negli ultimi dieci anni. Vorrebbe arrivare ai Giochi di Parigi, ma deve aver capito che in queste condizioni no. 

Il sito specializzato Swim Swam chiarisce che il ritiro di Peaty dai campionati britannici non significa necessariamente una rinuncia ai Mondiali, dal 14 al 30 luglio a Fukuoka, in Giappone. Le procedure di selezione del team britannico gli lasciano la possibilità di entrare a far parte della squadra anche con una decisione di pura discrezionalità.

È la parola che viene pronunciata per Peaty, a preoccupare: burnout. Il nemico delle stelle. Il Mirror definisce l’annuncio del ranista drammatico

 

    Servirebbe uno spazio molto più ampio, intanto però è bene constatare che si tratta di un fatto sempre più frequentemente riconosciuto. E questo è un bene | Luca Soligo aka Fattidinuoto 

 

GLI STUDI | Il tennis femminile ha conosciuto i casi di Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Sono salite ai vertici della classifica e hanno fatto un passo di lato. Tre anni fa il cestista Kevin Love ha scritto un intervento su The Players Tribune sulla questione. Il gruppo di ricerca capeggiato dal professor Simon Rice all’Università di Sydney ha condotto qualche anno fa una ricerca [The mental health of elite athletes: A narrative systematic review] pubblicata su Sports Medicine, dalla quale è emerso che gli atleti di alto livello incorrono in un rischio più alto di sviluppare disturbi psicologici come ansia e depressione, rispetto al resto della popolazione. Rice collega il risultato a fattori come un infortunio oppure allenamenti eccessivi, impegni estremi e ravvicinati. 

Paul Gorczynski e i suoi colleghi dell’Università di Greenwich hanno condotto a loro volta un’analisi [Depressive symptoms in highperformance athletes and non-athletes: A comparative meta-analysis sul British Journal of Sports Medicine] prendendo in esame un campione di 1.545 atleti di alto profilo e 1.811 non atleti. I risultati non differiscono rispetto ai sintomi associati alla depressione, se non nelle occorrenze che riguardano le atlete donne di alto livello. Gli autori riferiscono che lo stigma associato alla depressione spinge atleti di eccellenza a tentare di nascondere i sintomi ed evitare la richiesta di aiuto. 

Matteo Fortunati, docente all’Università di Pavia, autore di Teoria & Metodologia del monitoraggio degli atleti, ha dei numeri da citare: La prevalenza per ansia e depressione nello sport professionistico ed olimpico è del 34%. In particolare, nello sport d’élite del Regno Unito è del 47,8%, tra il 25-43% in giocatori di calcio in cinque nazioni europee e sono molto simili a quelli rilevati anche in altri continenti come l’Australia. Invece, l’angoscia è presente tra l’11 e il 26,8%. Questi disturbi sono minori negli sport di squadra rispetto a quelli individuali e si trovano sia in atleti seniores che juniores. Inoltre, si conosce che l’età in cui si ha il maggior rischio di disordini psichici coincide con l’età in cui si è maggiormente competitivi dal punto di vista fisico, infatti, speculativamente sono in maniera inferiore nei giocatori anziani. Se si confrontano queste percentuali con la popolazione generale si può constatare che sono comparabili a quelle rilevate nella popolazione generale in Danimarca, mentre, per il caso specifico riscontrato nei giocatori di rugby inglese è maggiore rispetto alla media della popolazione del loro stato.

 

Il professor Peter Olusoga della Sheffield Hallam University, insieme a Göran Kenttä della Swedish School of Sport and Health Science, ha condotto una ricerca sul rapporto tra sport e burnout intitolata: Desperate to Quit: A Narrative Analysis of Burnout and Recovery in High-Performance Sports Coaching. Da questo studio sono emersi dei suggerimenti. In sintesi: Prima di tutto, è fondamentale avere una buona consapevolezza di sé. Conoscere il modo in cui normalmente si risponde allo stress e i fattori che scatenano sentimenti negativi è indispensabile per riconoscere eventuali cambiamenti, che potrebbero costituire segnali di allarme. Di straordinaria importanza è poi evitare di sviluppare il cosiddetto “complesso del supereroe”, ovvero il convincimento di poter affrontare, gestire e superare qualsiasi cosa. Saper chiedere aiuto ed essere disposti a mostrare anche segni di vulnerabilità è essenziale per scongiurare il burnout. Un’altra lezione che si può trarre dal mondo dello sport è la necessità di stabilire delle aspettative realistiche. Porre l’asticella troppo in alto, creando inevitabilmente una discrepanza forte tra la realtà e l’immagine ideale di se stessi, è deleterio per l’autostima e può rendere lo sviluppo della sindrome da burnout un rischio reale. Gran parte dello stress deriva da fattori che esulano dal controllo personale: concentrarsi su una piccola attività di cui si può prendere il controllo, per esempio imporsi una semplice buona abitudine, può essere un’ottima strategia per attenuare i sentimenti di ansia e rafforzare la fiducia in se stessi. Infine, forse non sarebbe nemmeno necessario dirlo, bisogna prendersi periodicamente delle pause, del tempo da dedicare esclusivamente a se stessi e alla propria vita al di fuori del lavoro, in modo da poter costruire e coltivare la propria rete relazionale di supporto. [letto sul sito di Technogym]

 

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