È marzo, e mi riposo. La strategia degli assi NBA

 

I giorni passano, le mamme invecchiano, i tempi cambiano. E cambiano pure le lamentele. La certezza è che ce n’è sempre una. Qualche anno fa, i detrattori della NBA – eh sì, esistono i detrattori della NBA – sostenevano che mmm, non giocano in difesa. Oggi la critica è un’altra. Non giocano, non giocano e basta. Molte delle star del campionato stanno fuori. Per recuperare dopo un infortunio, per gestirlo o per prevenirlo. È il nuovo rito: arriva marzo, e mi riposo. 

Così la lega deve gestire la delusione di chi ha comprato un biglietto e non trova in campo i giocatori per i quali credeva di aver pagato. 

Robert O’Connell racconta sul Wall Street Journal questa nuova tendenza del campionato di basket in America. Il motivo è sfacciato: i play-off si avvicinano e c’è chi si risparmia. I dati sono eloquenti. Negli anni Venti di questo secolo, i giocatori chiamati per l’All-Star Game hanno saltato una media di 14,4 partite a stagione, rispetto alle 9,7 del decennio precedente e alle 6,2 degli anni Novanta, secondo una ricerca di Stats Perform.

 

  Charles Barkley, protagonista in campo fino al 2000 e oggi commentatore principe del campionato sulla tv TNT, è fuori di sé: «Noi siamo sopravvissuti, e giocando per molti meno soldi. Andiamo, su. Guadagnano tutti quei soldi, avrebbero un obbligo nei confronti dei tifosi».  

Il Wall Street Journal dice che Barkley è in sintonia con i sentimenti del pubblico televisivo. Non è più una moda passeggera, ma un dato di fatto nella NBA contemporanea. La decisione di mettere a sedere un giocatore a marzo, per mantenerlo fresco a maggio, contrappone lo spettacolo alla logica competitiva, i possessori dei biglietti agli strateghi del front-office.

Non si tratta di pigrizia dei giocatori, ma di ottimizzazione degli sforzi, dice il giornale americano. Un atteggiamento che è diventato il fondamento di ogni sport professionistico”. 

Era ancora gennaio quando il coach dei Golden State Warriors, Steve Kerr, ha fermato Curry Thompson e Green nella seconda partita in programma in due notti. 

«Questo è un discorso che dovrebbe riguardarci tutti», ha detto. «Abbiamo molti più dati di prima, molta più consapevolezza della vulnerabilità dei giocatori. È dimostrato che se un ragazzo è stanco, ha molte più probabilità di infortunarsi e di saltare a quel punto un numero di partite superiore a una. Ecco perché in giro si vede tanta cautela. Facciamo programmi a lunga scadenza».

In una conferenza stampa del sindacato giocatori tenuta a febbraio, i leader hanno sottolineato che tali decisioni spesso non vengono prese dai giocatori. Il direttore esecutivo Tamika Tremaglio ha citato le parole del proprietario dei Mavericks, Mark Cuban: le squadre devono convincere i giocatori a saltare le partite, contro i propri desideri.

 

   Anthony Edwards dei Minnesota Timberwolves, è uno di quelli che dice: «Non voglio mai perdermi una partita. Voglio giocarle tutte». La settimana scorsa si è fatto male a una caviglia.

Paul Oyer, professore di economia alla Stanford Graduate School of Business, autore del libro An Economist Goes to the Game, contestualizza l’aumento della gestione del carico di impegni. Lo segnala come l’aspetto di un cambiamento generazionale, un «problema di azione collettiva, nel senso che ciò che è positivo per una squadra è negativo per il prodotto complessivo del campionato. Quello che è successo nel baseball, sin da quando ero un ragazzino, è che le squadre sono migliorate molto nell’ottimizzare la loro strategia, ma in un modo che rende le partite meno divertenti per i fan» 

Il Wall Street Journal indica tuttavia che i risultati giustificano l’approccio. Durante la stagione 2018-19, i Toronto Raptors hanno gestito le presenze di Kawhi Leonard [22] e lo hanno mandato in campo in tutte le partite dei play-off. Risultato: storico anello e trofeo MVP delle finali. Nella scorsa stagione, Curry ha saltato un mucchio di partite nelle finestre di impegni consecutivi, frustrando la folla che lo aspettava a Detroit e a New Orleans, ma risparmiando energie all’età di 34 anni nella corsa al titolo. 

  Leonard ai Clippers è alle prese con una riedizione di quanto accadde nel 2019. 

Ha saltato tutto il 2021-22 per un infortunio. Ha giocato finora solo 43 delle 72 partite dei Clippers, il piano di rientro sta dando i suoi frutti. Nelle 34 presenze del 2023, Leonard ha segnato 27,6 punti a partita, tornando uno dei difensori più implacabili del campionato. 

In occasione della sua conferenza stampa per l’All-Star Game, il commissioner Adam Silver ha riconosciuto che squadre e giocatori si preoccupano delle energie da risparmiare nell’imminenza dei i playoff. 

Steve Ballmer, il proprietario dei Clippers, chiede pazienza i tifosi in nome dell’assalto al primo titolo nella storia della franchigia. Kerr invece ha proposto di accorciare la stagione regolare di 10 partite. Ma Silver e Ballmer hanno fatto notare che quando è accaduto [nella stagione 2020-21], l’effetto sugli appuntamenti saltati è stato trascurabile. 

Il Wsj fa notare che quasi la metà delle squadre NBA ha una media di almeno 18 miglia corse a partita. Quando l’NBA ha iniziato a rilevare questo dato per la prima volta, durante la stagione 2013-14, nessuna squadra arrivava a tanto. 

E del resto Oyer è franco: «Ogni volta che si aggiunge una partita, si aggiungono del soldi. Non ricordo nella storia degli sport seri, una stagione venga accorciata». 

 

Gli eccessi del calcio

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Tre anni fa, più o meno in questo periodo, eravamo chiusi in casa a dirci che la pandemia ci avrebbe portato a riflettere su molte cose, chi siamo, dove andiamo, il senso della vita, la gerarchia da attribuire alle cose, finanche i calendari del calcio. Si gioca troppo. Ecco.

Tre anni dopo, sono annunciati sulla scena un Mondiale di calcio con più nazioni [si sapeva già] e con più partite nei gironi [questo non si sapeva], una Champions XXL dal 2024, un Mondiale per club in estate, una Supercoppa italiana che passa da due a quattro partecipanti. La giocheranno al posto delle vacanze di Natale. 

Chi si fa sentire è un nemico del sistema. Non lo vedi che altrimenti salta tutto?

David Terrier è il successore di Philippe Piat alla presidenza europea della Fifpro, il sindacato mondiale dei calciatori. La sua prima battaglia è la difesa della salute dei giocatori, minacciata da un’inflazione di partite scrive l’Équipe che stamattina gli ha parlato e gli dedica una pagina. David Terrier ha iniziato la sua settimana da sindacalista pranzando lunedì con i giocatori del Nancy, preoccupati per il loro futuro dopo la retrocessione del club e il giorno prima aveva consegnato il trofeo di giocatore del mese di Francia a Kylian Mbappé 

«A prima vista, i giocatori del Nancy hanno bisogno di noi più di Mbappé – assicura David Terrier – ma Mbappé, se vuole fare una carriera lunga, ha bisogno di tutelarsi dal calendario e dai carichi di lavoro I giocatori mi dicono: – David, è disumano giocare al 100% 50 o 60 partite a stagione. Raphaël Varane ha appena annunciato che chiuderà la sua carriera internazionale, presto, perché fisicamente e mentalmente non può più continuare a questo ritmo. Come possiamo accettarlo? Abbiamo commissionato a dei medici degli studi sul carico di lavoro dei calciatori. Giocano troppo. Ma ogni volta che proviamo a mettere sul tavolo questa verità, le porte della discussione si chiudono, perché ci sono interessi economici o politici, e i leader non vogliono sentire. Ai miei tempi, quando il mister ti trattava male, abbassavi la testa. Ora vediamo che i giocatori hanno preso un potere che prima non avevano. Se domani vado a parlare con Ceferin, a me dirà: – Chi sei? Ma se avrò dalla mia parte la voce di Neymar, Mbappé o Varane, sarò più credibile». 

 

Le partite giocate finora da Marcus Rashford, 44 con la maglia del Manchester United e 5 con quella della Nazionale, per un totale di 3428 minuti. Ieri l’Inghilterra ha scoperto che ci si fa male. Rashford è al tappeto. Salta la prossime due partite della nazionale. 

Il Manchester United ha tre giocatori suoi in testa alla classifica dei più spremuti d’Europa. Davanti a Rashford c’è Bruno Fernandes con 51 partite giocate finora per 4410 minuti complessivi. Anche Lisandro Martinez ne ha giocate 49 per 3518 minuti. 

In Italia spicca il fiorentino Sofyan Amrabat con 47 partite, 37 con la Fiorentina e 10 con la Nazionale. 

 

CARNET La Supercoppa di Francia? In Thailandia

Quando verrà il 5 agosto, anziché giocare un’amichevole contro una squadra di serie C, i campioni di Francia e i detentori della Coppa andranno un momento in Thailandia per la Supercoppa di Francia. C’est plus facile. Il consiglio direttivo della Lega calcio francese domani dovrebbe approvare questo scenario, del tutto coerente con le emergenze che i giocatori di ogni sport stanno denunciando. Dopo aver pensato di organizzare la partita a Miami, negli Stati Uniti, la Ligue1 ha rivolto lo sguardo verso est, in buona sostanza perché il PSG giocherà il suo tour estivo proprio là, probabilmente in Giappone. È meglio andargli incontro, no? Così, la Francia sta per aggiungere una nuova destinazione a una finale che in passato è stata giocata in Canada, Tunisia, Marocco, Austria, Cina, Stati Uniti, Gabon e Israele. 

 

Il no-globetrotter Paire si è ritrovato

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È il tipo con il barbone fitto fitto. Il tipo che andò in dis-equilibrio per il covid. Aveva trovato una strada tutta sua a questo vorticoso girare per i campi del mondo, girare e giocare, giocare e girare, anche quando il mondo stava in mascherina e in distanziamento sociale – che parole abbiamo usato: distanziamento sociale. 

Benoît Paire ha ancora il suo bel barbone, ma ha rimesso insieme cocci e rovine. Era sceso dal numero 18 al mondo a più giù del 200. Si presentava ai tornei e si faceva buttar fuori al primo turno, pensando al primo aereo da prendere per tornare a casa. 

La settimana scorsa ha vinto un challenger a Puerto Vallarta, il primo titolo dopo quattro anni, ora si è qualificato per Miami, battendo all’ultimo turno l’australiano Thanasi Kokkinakis, 96esimo al mondo. L’Équipe lo ha intervistato.

«Mi sento di nuovo me stesso in campo. So che il mio livello di gioco non era sparito, dovevo solo rimettere la testa a posto, ritrovare un po’ di fiducia e di fisicità, cosa che ho fatto nelle ultime settimane. Ecco perché sono molto contento di questa partita, è un passaggio importante, mi fa sentire bene». 

 ➣  Cos’ è che oggi va meglio?

«È una questione di fiducia ma anche star meglio nel proprio corpo, nella propria pelle, trovare il piacere di stare su un campo da tennis, qualcosa che avevo perso. Ho ritrovato la voglia, la voglia di vincere, soprattutto mi sento bene nelle gambe, da quando la testa sta meglio, il corpo reagisce bene. Negli ultimi anni la testa non andava, improvvisamente il corpo ha rifiutato il tennis: non avevo nessuna voglia di muovermi, nessuna voglia di fare sforzi. I pensieri girano meglio, presto un po’ più di attenzione a quello che faccio fuori dal campo, i risultati sono arrivati ​​subito. Sono stato fortunato, è successo». 

 ➣  È stato anche molto calmo nei game di servizio contro Kokkinakis…

«La cosa paradossale è che negli ultimi anni facevo quasi dieci doppi falli a partita, certe volte anche di più. Appena eravamo nei momenti importanti, non riuscivo più servire, ero come paralizzato. Per due o tre anni in campo non ero io, c’era un Benoît Paire piuttosto spettrale. Non avevo niente che funzionasse più. Avevo un bel servizio e un buon rovescio, invece mi muovevo molto male. Ho rimesso a posto tutto quello che sapevo fare quando per 13 anni sono stato nei top-100».

 ➣  Ha mai pensato di lasciare il tennis?

«No, a questo non ho mai pensato. Sentivo che la testa non andava bene. Non è ancora tornato tutto a posto. Sì, sto avendo buoni risultati, ho vinto un challenger, mi sono qualificato per un Masters 1000, ma ero 18esimo al mondo e per me ci sono ancora tanti passi da fare, prima di poter dire che sono davvero tornato. Il mio livello è buono, quel che mi serve adesso è la costanza, riuscire a vincere più partite possibili per ritrovarmi velocemente nei primi 100 e poter rigiocare i tornei che mi piacciono di più. La cosa difficile è stata trovarsi a giocare un Challenger, mentre in quel periodo c’erano i tornei di Dubai e Acapulco». 

 

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