LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO Sistema
Ai bei tempi del Totocalcio, si giocava. Ora non più. Basta gioco. Un sistema è una cosa seria. Un sistema si fa. Non solo si fa. Si deve. Fare sistema, ecco, non lo vedete? È pieno di convegni con lo stesso invito. Confindustria Cuneo, Cisl Campania, l’Ordine degli avvocati di Vicenza, Federparchi Puglia. Chi non pensa a fare sistema, non ha capito. Non si rende conto, non tiene il passo con le sfide della modernità, della complessità, con qualunque cosa che abbia l’accento sulla a. La vision. Se non fate sistema, non avete la vision.
In genere sono due le fonti sonore che invitano a fare sistema. Sono due profili differenti. Il primo: quelli che sentono di non avere la forza per farcela da soli. Puntano a scalare le gerarchie [la costruzione del basso] e usano la temibile variante di fare rete. La seconda: i potenti che sentono franare il terreno sotto i piedi.
È buffo. Quando erano re, finché sono stati re, non ci pensavano. Celebravano anzi la virtù opposta, la capacità di essersi fatti da soli. Chi arriva in cima, non ci va ai convegni su fare sistema. Li trovi più spesso nelle poltrone di Quale futuro per la nautica da diporto.
Il potere, per definizione, logora chi non ce l’ha. Solo che col tempo, quelli si sono piano piano abituati. I danni veri il potere li produce su chi l’aveva e lo sta perdendo. Veniva da pensarci tra ieri e -oggi, unendo un po’ di puntini apparsi sulla scena. Succede sempre così. Certe cose si affollano tutte insieme nell’aria come il polline a primavera. Nel commento alle motivazioni per la sentenza sulla Juventus, Riccardo Signori ammoniva sul Giornale a non fare autogol. Il pallone nostro – ha scritto – non è così ricco e forte da poter fare a meno della Juventus. Ha aggiunto che se sparissero insieme Juve, Milan e Inter potrebbe chiudere.
Qui non è importante se sia vero o no. Non è questo il tema. Il tema è il racconto di tutto questo. La visione è apocalittica quanto certe uscite di Carlo Tavecchio presidente federale, buonanima, quando le milanesi restavano fuori dalla Champions e lui sosteneva che il calcio italiano ne avesse bisogno. Bergamo, Roma, abbiate pazienza: come si fa senza Milano?
È una di quelle convinzioni che a forza di ripeterle si auto-alimentano. Ce lo ripetevamo tutti, perbacco, davvero come si fa. Milano ce la chiede l’Europa. Solo che poi la Champions si è giocata lo stesso, e in semifinale ci sono arrivate la Roma e [quasi] l’Atalanta.
Stamattina il Giornale lo ripete: con la Juventus in B incombe uno tsunami sul nostro campionato. Si parla di 500mila disdette ad abbonamenti tv, non è chiaro il metodo della conta. Il Giornale già ieri ricordava che la Juventus “vale quasi metà del valore commerciale per Tv, investitori e interessi finanziari”, che “l’Italia perderebbe peso internazionale, in campo e fuori” e che “l’intero sistema” [eccolo: il sistema, il sistema] “andrebbe incontro a deprezzamento economico. La comunità non può permetterselo – si leggeva – oggi il calcio è business”.
Esatto. È proprio così. Il calcio è business. Nessuno gliel’ha chiesto di diventarlo, ma pazienza: è andata. Molti pensano che non dovrebbe essere solo business, ma pazienza di nuovo: succede. Proprio perché di business si tratta, sarebbe obbligatorio star dentro le regole degli affari, della Borsa, del capitalismo, dentro il perimetro del libero mercato e della concorrenza. Se è business, sarà business per tutti.
Le narrazioni a senso unico invece hanno rimpiazzato la realtà. In alcuni angoli della visuale mediatica, ci si ammala di sineddoche. Si scambia la parte per il tutto, la vela per la barca e ogni mortale per un uomo. Dentro il teleobiettivo c’è la porzione di scena che ci riguarda, il resto è sfocato. Il racconto del calcio italiano è schiacciato su tre squadre. È quel singolare meccanismo che dal basso chiede correzioni alle disparità finanziarie con la Premier – da quando le Tre Grandi hanno smesso di vincere la Coppa – ma dall’alto non si occupa delle disparità verso la media borghesia annientata, il Bologna, la Fiorentina, il Verona. È come la trave e la pagliuzza. Per denigrare gli inglesi diciamo perfino che è una Superlega di fatto, dimenticando che la colpa della Superlega non era la ricchezza della sua élite, ma il suo sistema chiuso. In Premier League, dalla serie B ci si arriva, eccome.
Un chimico spiegherebbe che nella definizione da manuale, un sistema è tale se reagisce o evolve come un tutto, pur essendo costituito da elementi assai diversi tra loro, ma reciprocamente connessi, tra loro e con l’ambiente esterno. La tesi del Giornale è che il sistema dovrebbe preoccuparsi di salvare la Juventus. È un intento nobile, probabilmente esatto, probabilmente scaltro, ma quale idea di sistema aveva la Juventus di Agnelli [e inizialmente Milan e Inter] quando progettava di uccidere la serie A per fare la Superlega? Anche il mare in cui nuotano i pesci grossi e il plancton assomiglia a un sistema, invece è una catena alimentare.
È un quadro finanche più squilibrato quello che emerge unendo i puntini nel basket. Daniele Baiesi, vice di Andrea Trinchieri al Bayern, ha sostenuto nei giorni scorsi in un’intervista al Corriere di Bologna la necessità di esentare i club di Eurolega dalla stagione regolare dei campionati nazionali. Dice che 66 partite altrimenti sono troppe. Le grandi vanno ammesse direttamente ai play-off. Il Bayern in Germania, la Virtus e Milano qui da noi in Italia, pazienza se ci saranno due posti in meno per le ambizioni di Tortona, Pesaro, Varese. Non è chiaro se gli va dato anche il vantaggio di giocare in casa gara-5 fino alla finale.
Baiesi dice che in Serbia lo fanno già. Con tutto il rispetto, non è un argomento. Primo perché anche in NBA fanno tante cose e purtroppo non le imitiamo. Secondo perché non pare che alle squadre serbe porti qualcosa di buono. L’ultima a qualificarsi per una final four in Eurolega è stata il Partizan nel 2010. Dopo 21 giornate, sia Partizan sia Stella Rossa sono oggi fuori dalle prime otto.
È buffo che quando Milano e Bologna perdono in Europa, la colpa sia della serie A poco allenante, ma se perdono in campionato la colpa è delle fatiche di Coppa. C’è sempre la responsabilità di un sistema da correggere, quando le cose non funzionano più come una volta. Dell’esenzione suggerita dal Lodo Baiesi, in fondo, laicamente se ne potrebbe perfino parlare. Con un certo realismo, Bologna e Milano ai play-off si qualificano lo stesso e comunque. Il punto è chiaramente un altro. È buffo annotare che il concetto di fare sistema vada sempre nella direzione dei più grandi. Sarebbe in qualche modo perfino accettabile, se quei posti toccassero un anno a te e un anno a me. Invece non è così. All’Eurolega si partecipa uscendo dalla logica di fare sistema. Milano la sua licenza pluriennale l’ha comprata. Deve poter comprare anche un posto fisso ai play-off? Soprattutto: se tutto è business, se siamo un sistema, quale sarebbe in questa storia il vantaggio per il sistema?
Il tema dello squilibrio è stato affrontato ieri sulla Gazzetta da Dan Peterson. È un signore di 87 anni, spesso più carico di nostalgia che di progresso. Stavolta pone una questione assai contemporanea e poco moderna. Ha scritto che la Serie A del basket italiano deve affrontare il problema del grande divario economico fra ricchi e poveri.
Attenzione: Peterson ha allenato sia Bologna sia Milano. Eppure dice: “Non voglio danneggiare le società benestanti, quelle che portano la bandiera del basket italiano in Eurolega e nelle altre coppe europee. Sono la prua della nave, la faccia del movimento in Italia. Ma il loro successo non può essere un peso per le altre squadre della Serie A. Un club italiano che gioca in Eurolega può tesserare tutti i giocatori che vuole. Nessun limite per gli stranieri. Nessun tetto salariale, come esiste nell’Nba. Quando giocano in Europa, i nostri club sono liberi di fare come credono. Ma in Serie A, a mio avviso, si potrebbe adottare qualche regola che permetta ai club piccoli di competere con quelli grandi”.
La prua senza la poppa non fa una nave.
Seguono un po’ di proposte per dare più spazio agli italiani e ai giovani.
“Forse le grandi si ribellerebbero a queste idee – considera – ma continuerebbero a vincere, perché potrebbero sempre prendere i migliori. E se le grandi uscissero dalla Serie A per fare solo l’Eurolega? Come la Superlega nel Calcio? Idea assurda, a mio avviso, una ricetta per il disastro. I piccoli club sono la linfa del basket in Italia. Non vanno né favoriti né penalizzati. Vanno rispettati”. La differenza che esiste tra un vero sistema e una piramide alimentare.