Non sappiamo chi sarà il prossimo a segnare 50 punti, né sappiamo esattamente quando accadrà. Ma sappiamo che succederà, e anche presto. E poi accadrà di nuovo. E ancora, e ancora, e ancora. È la visione abbastanza afflitta e sconsolata di Victor Mather sul New York Times, al cospetto dei tabellini arrivati nelle ultime settimane. Giannis Antetokounmpo 55 punti il 3 gennaio. Klay Thompson 54 punti e Donovan Mitchell 71 il 2 gennaio. Luka Doncic ha fatto 50, 60 e 51 in tre uscite consecutive. Lauri Markkanen c’è andato vicino giovedì fermandosi a 49 punti.
“Un evento che fino a dieci anni fa era una rarità – scrive Mather – ora sta diventando un luogo comune, e in questa stagione in particolare”.
Negli ultimi quattro campionati, la media di giocatori arrivati a cinquanta è stata di quasi 20. A metà cammino della stagione in corso siamo arrivati a 14. Così il giornale americano si domanda che cosa stia accadendo.
Per cominciare, le squadre segnano di più, in media 113,8 punti a partita, il totale più alto dal 1970. Dieci anni fa la media era di 98,1. Anche il ritmo si è alzato. Le squadre giocano una media di quasi 100 possessi nelle ultime cinque stagioni, non accadeva dagli anni ’80. Più possesso palla, più tiri, più punti. Dieci anni fa, solo tre giocatori chiusero partite con almeno 50 punti. Gran parte della proliferazione si deve ovviamente al drastico aumento delle triple. Alla fine degli anni ’90, le squadre segnavano in media da quattro a sei a partita. Dieci anni fa siamo saliti a 7.2. Nel 2017-18 il totale ha superato per la prima volta quota 10, in questa stagione la media è di 12,2 su 34,3 tentativi.
In otto delle 14 partite chiuse con un giocatore a 50 punti, l’artefice del botto ne ha segnate almeno sei, con Thompson e Garland che sono arrivati a 10 L’eccezione è stata Antetokounmpo, arrivato a 55 nonostante 0 su 3 dall’arco.
Steve Kerr è dell’idea che – triple a parte – ci sia qualcosa che non va nelle difese, soprattutto in occasione degli attacchi in transizione.
In passato, sottolinea il New York Times, le partite da 50 punti erano una riserva di caccia dei grandi nomi. Wilt Chamberlain ne ha realizzate 118, inclusa quella famosa da 100 punti. Seguono Michael Jordan a 31 e Kobe Bryant a 25.
Tra i giocatori in attività, James Harden ne ha 23, LeBron James 14, Damian Lillard 12. Stephen Curry è arrivato in questa stagione a 11. Per non dire di chi si ferma tra i 40 a i 49 punti. Cani e porci, dice il New York Times. Dieci anni fa si contavano 33 partite in quel range. Nelle ultime stagioni la media è salita a un centinaio circa. In questa stagione ce ne sono già 76.
Maledizione. E noi che ci appassioniamo qui, ogni notte.
New York Times: “A Damar Hamlin è stato rimosso il tubo per la respirazione artificiale e ha ripreso a parlare” – I Buffalo Bills fanno sapere che il giocatore continua a progredire notevolmente e la sua funzione neurologica è intatta
Il Foglio sportivo: “I paperoni del football universitario” – Lunedì notte, a Los Angeles, si giocherà la finale del campionato universitario di football tra Georgia e Texas Christian, e per la seconda volta nella storia quasi tutti i protagonisti in campo saranno regolarmente, e riccamente, retribuiti. Roberto Gotta scrive: “Non dalle rispettive università, ma da agenzie di marketing e consorzi: il quarterback di Georgia, Stetson Bennett, può contare ad esempio su introiti superiori al milione di dollari, ma altri 98 giocatori dell’infinita rosa dei Bulldogs intascano somme superiori ai 25.000 dollari. Il problema è che la NIL, da meccanismo per permettere agli atleti di guadagnare qualcosa, si è presto tramutato in un’altra forma di influenza: gruppi di booster hanno infatti creato società, dette collective, che sventolando grandi somme di denaro attirano giocatori verso un college piuttosto che verso un altro. Non è illegale ma profondamente scorretto, ed è proprio la deriva che la NCAA voleva impedire. Si parla di un minimo di 150 milioni di dollari di giro di affari, per Los Angeles. Quasi come per il Super Bowl”.