Quanto è lontana Pechino, adesso che mancano due vittorie in Coppa del mondo per raggiungere le 82 di Lindsey Vonn e appena sei per prendere pure Ingemar Stenmark. Quanto è lontana, per Mikaela Shiffrin, un’Olimpiade senza ori e senza podi, con un’uscita di pista dietro l’altra e un sacco di lezioni via social da gente che ne sapeva di più, gente che certamente avrebbe saputo fare meglio di lei. Il New York Times ha ricostruito con Bill Penington i 10 mesi in cui si è ribaltato il mondo di Shiffrin, a 10 anni dal primo successo.
| «Se me lo avessero detto allora, non ci avrei creduto, e sono grata di essere tuttora incredula. Ho preferito vivere tutta la mia carriera nello stupore di ciò che ho realizzato. Lo stupore ti fa continuare a lavorare, ti dice che non tutto è reale. Ed è molto più emozionante essere costantemente increduli che aspettarsi ogni volta di vincere. Anche perché con le aspettative alte non funziona mai».
Il giornale americano ricorda che all’età di 27 anni, Shiffrin è una ex ragazza prodigio risparmiata da gravi infortuni [ehm], con i piedi ben piantati sulla strada dei record. È l’unica atleta in attività con almeno un successo in ciascuna delle sei discipline di Coppa. Ha vinto quasi il 35 percento delle 230 gare a cui ha partecipato. Se Shiffrin corresse altre sei stagioni, se raggiungesse per longevità i 33 anni che aveva Vonn quando si è ritirata, anche solo tenendo la metà del ritmo di successi, arriverebbe a 104 primi posti in Coppa del mondo.
Il New York Times si è fatto un po’ di conti e di proporzioni e spiega agli amanti del baseball che sarebbe come battere il record di 762 fuoricampo in Major League di Barry Bonds colpendone 922. Noi che non siamo americani, possiamo impressionarci più facilmente pensando che batterebbe il primato di 1281 gol di Pelé, arrivando a 1549.
Non è stupita, non è incredula, Shiffrin è proprio sbigottita e dice: «La probabilità che qualcuno arrivi dove sono arrivata io nella mia carriera, richiede l’allineamento di tante variabili nel modo giusto. Soprattutto nelle gare di sci, dove ci sono così tanti fattori che sfuggono al tuo controllo. Servono grandi allenatori, l’attrezzatura giusta, il clima giusto, anni di lavoro. E poi non è ancora finita, perché devi presentarti in gara quando sei una palla di stress e di nervi, tenerli a bada per nove ore e far succedere quello che deve succedere nei due minuti effettivi in cui stai sciando».
È una dichiarazione di una lucidità impressionante. La stessa lucidità e lo stesso equilibrio che aveva mostrato nel commentare le delusioni di Pechino.
«Non so come qualcuno sia mai arrivato a 80 vittorie in Coppa del mondo, figuriamoci tre di noi. Se ci penso troppo, potrei iniziare a piangere. Perché è difficile. Eppure, succede. A me sì e mi piace molto, anche se non saprei dire perché. Adesso le Olimpiadi mi sembrano lontanissime. Non le ho dimenticate, le ricordo bene, ma poi si va avanti. È lo stesso con le vittorie o i record. Non credo che soffermarsi sulle cose sia salutare o produttivo».
quando la rivediamo mercoledì e giovedì nei due slalom di Zagabria