Non preoccuparti se il mondo finirà oggi. In Australia è già domani
Charles M. Schulz
In Australia sta per aprirsi nelle prossime ore la stagione del ciclismo maschile su strada con il Tour Down Under, mentre le donne sono già alla seconda delle tre tappe previste. È il primo anno senza due senatori come Nibali e Valverde, in uno sport che vive un meraviglioso passaggio di consegne generazionale. Con un campione che all’età di 38 anni non si arrende.
C’è una gigantesca bici gialla nella Victoria Square di Adelaide. Nessuno la gonfiava da due anni. L’Australia si era serrata dentro i suoi confini durante i giorni più terribili della pandemia. La corsa con cui si aprono il World Tour e la stagione del ciclismo d’élite era stata cancellata. Il Tour Down Under era stata l’ultima gara a tappe del circuito principale al traguardo nel 2020 prima del lockdown. Victoria Square è invece adesso un gigantesco villaggio, un’esposizione di biciclette, con un’area di intrattenimento, una zona per le famiglie, un’area detta di knock-off, dove le persone possono riunirsi per un drink. Adriano De Zan avrebbe detto: gruppo compatto. Con molte U, molte P e molte O.
Mentre l’Australia si isolava, il ciclismo mondiale è entrato nell’età dell’El Dorado, con il picco del cinquello visto intorno all’ultima maglia arcobaleno: i due van [Aert e van der Poel], Alaphilippe, Pogacar, Evenepoel. Il buono, il brutto, il cattivo, il bello e il bambino. Nessuno è volato fino ad Adelaide, ma hanno deciso di cominciare qui la loro stagione 29 dei migliori 100 al mondo, 30 vincitori di almeno una tappa nei Grandi Giri.
Uno è il ragazzo di casa, Jay Hindley, maglia rosa nel 2022. Due sono britannici: Thomas Geraint [Tour 2018] e Simon Yates [Vuelta 2018]. Il quarto è un sopravvissuto, Chris Froome, quello di 4 Tour, 1 Giro, 2 Vuelta, quello che non ha ancora smesso di sentire la voglia e il bisogno di far andare i pedali, farli girare vorticosamente, come la prima volta, quando si tolse la pelle di gregario di Wiggins, per gridare che si può vincere il Tour de France anche nascendo a Nairobi, terra senza storia ciclistica e senza tradizione.
La hall dell’hotel Hilton, come racconta Cyclingnews, è piena di enormi poster degli ex vincitori. C’è pure la faccia di Richie Porte, uno di quelli che s’è fatto da parte nel lungo inverno dei ritiri. Valverde, Gilbert, Nibali, tra qualche mese pure Pinot.
Chris Froome invece prosegue il suo percorso proustiano alla ricerca del tempo perduto. Non veniva a correre in Australia da sei anni. Era il detentore della maglia gialla. Il mese prossimo sarà al Giro del Rwanda, la sua Africa, dove non lo vedono da 14 anni. Se gli chiedete del ritiro, alla vigilia della sua 16esima stagione, vi sorriderà dicendo che ci sarà pure la 17esima.
I dettagli del suo contratto con la Israel-Premier Tech devono essere decisivi. Ma non sono noti. Non tutti. Secondo Cyclingnews l’accordo è quinquennale, scadrà dunque nel 2025, quando Froome avrà più di 40 anni.
“Froome ha uno sguardo da Benjamin Button o almeno non sembra invecchiato nonostante i suoi lunghi anni in sella”, scrive il sito specializzato. È convinto che possa prima o poi raccogliere qualcosa, grazie al duro lavoro fatto per completare la sua riabilitazione, dopo la caduta che al Delfinato gli spezzò la carriera in due e sfasciò il progetto di andare a vincere il quinto Tour de France. Si guarda attorno, osserva la longevità che esiste nello sport, e pensa che potrebbe arrivare di nuovo il giorno suo. Ha avuto due volte il covid. Adesso corre senza sentire più dolore. Dice di voler solo riprendere le cose da dove le aveva lasciate.
Non vince dal 25 maggio del 2018, la tappa del Giro a Bardonecchia. Nei 176 giorni vissuti in bicicletta lungo una strada dopo l’incidente, solo una volta è arrivato fra i primi dieci, e però che pomeriggio, terzo posto sull’Alpe d’Huez a luglio. Ma Proust andava alla ricerca del tempo, mica dei traguardi.