CLIC
Centoventotto giorni fa, piangevano Roger e Rafa. Non per una vittoria, non per una sconfitta, piangevano per un addio. Uno lo viveva, l’altro lo immaginava. Si tennero per mano. Le lacrime di uno erano le lacrime dell’altro.
Centoventotto giorni dopo, il collasso emotivo è toccato al terzo dei tre. Quello che ha vissuto e vive come un complesso l’affetto universale per gli altri due. Ha speso lacrime da Filumena Marturano, il personaggio di Eduardo che piange quando si conosce il bene e non si può avere. Ha speso le lacrime di chi si sfila una maschera. Laurent Vergne su Eurosport France ha detto che “molte cose sono passate per la testa o per la coscia di Djokovic nelle ultime due settimane, anche se in campo non ha quasi lasciato trasparire nulla”.
Il ritorno nel Paese che un anno fa lo aveva espulso. I dolori sparsi lungo il corpo ai quali nessuno crede. Le 77 terapie al giorno di cui parla Ivanisevic. Le manifestazioni filoputiniane del papà. Una cosa sola basterebbe a chiunque. Djokovic ha vinto portandosene appresso quattro.
Mats Wilander scrive stamattina su l’Équipe: “Ciò che mi colpisce sempre di Novak Djokovic è che tutte le battute d’arresto che ha attraversato non influiscono in alcun modo sul suo tennis. Il suo livello di gioco non è mai sceso. Sembra che ne tragga energia positiva. È lo stesso quando si arrabbia con il suo clan. Un grido e si riparte. Penso che niente gli piaccia tanto quanto le avversità, per sublimare se stesso. La sua mente è al 100% nel presente. Per me è come un supereroe. Non possiamo capirli, i supereroi. Djokovic ha ulteriormente modernizzato il suo gioco. Dà un’impressione di superiorità raramente vista nella storia del tennis. A parte il servizio avversario, controlla tutto ciò che accade su un campo da tennis”.
| PANORAMI CHI PIANGE CON LUI ► Il servizio e pure le lacrime. Anche lui ha trovato una mano che gli stringesse la sua. Il signore piegato su di lui che gliela tiene, si chiama Miljan Amanovic, fa il fisioterapista. È un suo amico. È tornato a lavorare con lui dopo che Ulises Badio ha lasciato il team. Si alterna con l’italiano Zavaglia. Ha lavorato con la squadra di Davis e con la nazionale di basket, con Milos Raonic, con Nikola Jestratijevic, con Vladimir Radmanovic.
Lo scatto è di Mark Kolbe, fotografo di Getty. Il teleobiettivo in tribuna l’ha puntato lui. Si definisce uno wombat dei campi di tennis. È toccato a lui, stavolta, cogliere il momento in cui l’eroe ha tolto l’armatura, per dirla nei termini di Marianne Kac-Vergne, esperta in rappresentazione maschile nella fantascienza. Ne parlò con la tv francese Arte ai tempi delle lacrime di Roger e Rafa, spiegato che quello scatto si allontanava dalle altre immagini dei campioni visti come macchine, i campioni che saltano, urlano, esultano.
«Una foto liscia – disse – nella quale i due vestono lo stesso colore, non i soliti sgargianti di Rafa, non il bianco consueto di Roger». Kac-Vergne ricordò all’epoca una copertina assai celebre dell’Equipe, in cui Nadal era ritratto come Terminator, dalla pelle spuntavano i filamenti metallici di una macchina, l’occhio era rosso, bionico.
| ORIZZONTI GENESI DI UN CLIC ► La foto famosa scattata a settembre è invece di Antoine Couvercelle, un free lance che segue Federer dall’inizio della carriera. La genesi di quel clic è stata raccontata nello stesso servizio di Arte citato prima. Couvercelle si era sistemato dall’altra parte del campo. Il dettaglio poco reclamizzato è che Roger e Rafa hanno iniziato a piangere per una canzone, quando Ellie Goulding è entrata in campo per concludere la serata e ha attaccato Still Falling For You, “ancora innamorata di te”.
Le due mani una sull’altra non furono riprese dalle telecamere. Rimasero così per due secondi. Couvercelle scattò. Era di fronte perché immaginava che Roger avrebbe pianto, sapeva che avrebbe salutato il pubblico con la squadra alle sue spalle, sospettava che sarebbe stato portato in trionfo dai colleghi. La foto che non aveva previsto gli si parò davanti all’improvviso.
Roger era solo, in lacrime, con le braccia conserte, quando Nadal fece il primo passo. Gli si avvicinò, sedendosi di fianco. Couvercelle pensò: uh là là, sta per succedere qualcosa. In francese si pensa sempre uh là là, quando sta per succedere qualcosa.
C’era un elemento di intralcio sulla traiettoria. Una cosa che succede spesso ai fotografi. Un cameraman. Couvercelle non vedeva più nulla. Afferrò di corsa l’attrezzatura e si spostò a sinistra. Trenta secondi dopo essersi seduto di nuovo, vide Rafa che posava la mano sulla gamba di Roger e Roger che gliela prendeva.
«Ho trattenuto le lacrime – racconta il fotografo – finché non ho visto Rafa piangere a dirotto. Era difficile gestire le emozioni e restare professionale per non perdermi quel momento. Quando ho visto la mano sopra l’altra, ho scattato a raffica. Ho scattato una decina di foto e ho scelto quella in cui i due guardano nella stessa direzione». Rafa ha i cerotti antivesciche alle dita, Roger ha un Rolex al polso. «Ho capito subito che si trattava di una foto iconica». Un tipo dalla Svizzera ha comprato i diritti in esclusiva sul formato 90 per 60.
È una posa in cui alle spalle dei due campioni senza più armature ci son tre corpi in piedi, senza testa. Quello a destra è Norrie. Quello al centro è Berrettini. Quello sulla sinistra era Novak Djokovic. Ieri ha trovato pure lui la mano di un amico. Aveva la maglia dello stesso colore degli altri due. Dior dice che il blu è il colore dello spirito.