La chiavetta di Moggi nell’addio di Agnelli
Deve essere la nostalgia che attraversa l’aria di Natale. A La Russa fa venire in mente Rauti, alla Juventus spunta Luciano Moggi. Cercavamo una chiave nell’addio di Agnelli, e abbiamo trovato una chiavetta. Uno crede che le verità stiano nei grandi affreschi e una mattina scopre che si rivelano nei dettagli. Alle soglie del 2023 in cui saranno celebrati i cent’anni di legame tra una famiglia potente e una squadra di calcio, in quattro ore l’ultimo presidente con quel cognome si è congedato dall’assemblea degli azionisti, lasciandole in pegno un passivo da 238 milioni di euro.
Gianluca Oddenino su La Stampa racconta che Andrea Agnelli se n’è andato “usando le stesse parole utilizzate per salutare Cristiano Ronaldo nell’estate 2021 e la sensazione va oltre la chiusura del cerchio. Perché questa è la fine di un’era per lui e per la Juventus, dove l’apice della gloria reciproca ha segnato l’inizio della fine di un progetto. L’ormai ex presidente bianconero non ammetterà mai gli errori compiuti e anche nell’ultimo atto, l’approvazione di un bilancio rinviato per due volte, ha ribadito la propria visione e correttezza”.
La Stampa conta che sono stati 4.605 giorni di regno, iniziati il 19 maggio 2010, quando Agnelli prese il posto di Jean-Claude Blanc “che per ironia della sorte – leggiamo – proprio ieri ha lasciato il Paris Saint-Germain dopo 12 anni per andare nel gruppo Ineos”.
Come raccontano Nicola Balice e Simona Lorenzetti sul Corriere della sera, seduto qualche fila alle spalle del futuro [il prossimo ad Maurizio Scanavino] c’era seduto lo spettro del passato, il dg di Calciopoli, proprietario di alcune quote, salito “sul pulpito in qualità di «piccolo azionista»” e in grado di regalare “a un’assemblea un po’ spenta e remissiva uno show d’altri tempi. Per fortuna superati. Sarà anche per i suoi 85 anni – non ha filtri”. La Gazzetta lo chiama “vecchio regista navigato”.
| «Voglio ringraziare Andrea Agnelli perché nove scudetti non si vincono con facilità. Sono quelle cose che difficilmente si riescono a capire, ma chi c’è dentro sa le difficoltà che si incontrano e lo devo ringraziare per quello che ha fatto in una società che non si è mai difesa o non ha saputo difendersi. E che è diventata un giocattolo nelle mani di tanti, soprattutto dei media. «Qui c’è tutta Calciopoli. Se è vero che è stato riaperto il caso delle plusvalenze perché pensano di aver trovato cose nuove, dovrebbe essere riaperta anche Calciopoli. Ancora combatto per Calciopoli, perché siamo stati indicati come colpevoli di cose che hanno fatto altri». Luciano Moggi
La Stampa lo chiama “un colpo di teatro, ai limiti della sceneggiata” e Paolo Brusorio commenta: “Luciano Moggi è un uomo libero e come tale può dire quello che vuole. Non ci pare in effetti che negli anni post Calciopoli abbia mai smesso di far sentire la propria voce.
Ma Luciano Moggi è stato radiato dal calcio fino all’ultimo grado di giudizio e già questo dovrebbe accendere l’alert ogni volta che l’ex direttore generale della Juventus torna sull’argomento. Ci pare che di tutto la Juventus avesse bisogno tranne che di una rispolverata stonata e sguaiata di Calciopoli da parte di un signore che dalla vicenda ne è uscito triturato”.
Brusorio considera che ai successori di Agnelli spetta “un’operazione per certi versi più complicata” rispetto ai giorni di Calciopoli, “e immaginiamo che riaprire i sepolcri non sia proprio la prima mission del nuovo CdA. Lo show di Moggi è stato tanto inedito quanto imprevisto, ma resta la sensazione che la nuova Juventus ne avrebbe fatto volentieri a meno, impegnata come è a preparare una strategia non per forza difensiva su plusvalenze e falsi in bilancio. Agitare le acque e ridare vita ai fantasmi non pare essere in agenda”.
Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-stadio, ricorda che “un italiano su tre che ami il calcio è juventino. È una riserva simbolica non priva di valore. A patto di trasformare l’egemonia in leadership. Che vuol dire? Vuol dire che il club bianconero ha vinto sfruttando a proprio vantaggio le posizioni di forza di cui godeva, ma rinunciando a rappresentare le sorti del sistema calcio nel suo complesso. Ha vinto contro tutti, meno per tutti. Questa solitudine le ha impedito di attivare sinergie senza le quali oggi è impossibile esportare la vittoria oltre i confini nazionali”.
“La Juve – conclude Barbano – ha bisogno del calcio italiano almeno quanto il calcio italiano ha bisogno della Juve. Una logica di mutua reciprocità è nell’interesse di tutti. Dall’epilogo buio dell’era Agnelli arriva per il club e per la holding che lo rappresenta un segnale importante: la Juve non vince se rinnega la sua identità, ma se ne riconosce i limiti e li corregge attraverso alleanze tra debolezze diverse. Cali il sipario sull’egemonia respingente e inizi la stagione di una leadership cooperativa”.