1986 | L’ultimo Mondiale con i comunisti, mangiati da un Pibe

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  ▻ L’ ultimo Mondiale con i comunisti: mangiati da un Pibe – Il calcio del collettivismo battuto dalle giocate di Maradona – Il mese magico di Diego | Come si giocava a calcio nel 1986: il laboratorio di Lobanovsky, il fuorigioco di Thys, il bilardismo in opposizione al menottismo | Storie formidabili di portieri: la vita da ambulante di Jean-Marie Pfaff | I protagonisti: Michel Platini e Jorge Valdano | 

 

MESSICO 1986

L’ultimo Mondiale con i comunisti. Mangiati da un Pibe

 

    La frase  era stata tutto sommato banale. «È evidente, compagni, che tutti noi dobbiamo ricostruirci. Tutti». Eppure, quel verbo così comune usato dal nuovo segretario del partito comunista sovietico, era uscito fuori dal proprio senso stretto, era diventato più di sé stesso, come accade alle formule fortunate. Perestrajvat’sja, aveva detto Mikhail Gorbačëv. Ricostruirsi. Il suo sostantivo: perestrojka. Era una metafora, divenne uno slogan. Era un concetto moderato, diventò un segno radicale. Doveva essere un passettino, sfuggì al controllo, diventò una marcia. Secondo lo storico Viktor Danilov, nella lingua del tempo perestrojka era una semplice riorganizzazione. Fu l’inizio della fine dell’URSS. Accompagnata dall’altra parola-feticcio: glasnost. Trasparenza. 

 

Mancavano 16 mesi ai Mondiali. Mosca aveva sepolto Černenko subito dopo Andropov. Aveva scelto un altro leader di passaggio, già ammalato, per una fase di transizione verso qualcosa da capire. Il Politburo aveva disposto un fac-simile della sua firma per poterla aggiungere in coda a tutte le lettere, come per Andropov quando stava morendo. Černenko era stato addirittura accompagnato dal letto d’ospedale, prossimo alla fine, a votare per le elezioni del 1985. I primi proclami di  Gorbačëv parlavano solo di economia, non di strutture politiche. Il partito sarebbe dovuto rimanere nella conservazione. Un progetto di Jakovlev era stato respinto. Prevedeva la trasformazione del PCUS in una federazione di due diverse correnti, una marxista-leninista e l’altra socialdemocratico-riformista, alla maniera dei modelli di Francia, Spagna, Italia. Non se ne fece niente. La demolizione delle strutture sarebbe venuta dal basso nel giro di tre anni, rapida, inattesa. 

Roma aveva perso due anni prima la sua guida storica. Enrico Berlinguer era morto dopo un ictus che l’aveva colpito il 7 giugno 1984 sul palco di Padova, mentre faceva campagna per le Europee. Il PCI avrebbe toccato il culmine con il 33,3% dei voti e con il sorpasso storico alla DC e come spesso accade nessuno sentì il cigno che cantava. Nell’aprile del 1986 il partito aveva dovuto tenere anticipatamente il congresso, per la successiva disfatta alle Regionali. Stava prendendo il sopravvento interno l’area migliorista di Giorgio Napolitano, per l‘ultimo strappo dal movimento comunista più puro e per un riposizionamento internazionale sotto le insegne dell’eurosocialismo. Erano giorni in cui su Repubblica, Alberto Asor Rosa parlava di un PCI “alle soglie dell’impotenza e della dissoluzione”, invocando una Seconda repubblica dopo un passaggio nella lotta e nel fango, e scriveva: “Il massimo della modernità sembra in questo momento saper fuoruscire dal comunismo per andare verso il modello socialdemocratico europeo. C’è da chiedersi, in una fase storica in cui la socialdemocrazia è in crisi dappertutto, se questa non sia una risposta arretrata e difensiva già nel momento in cui viene data: anzi, per esser più precisi, ancor prima che sia data. Il tema su cui riflettere è come riuscire a governare una società complessa, di avanzata democrazia capitalistica, avendo di mira l’utile sociale più generale”. 

 

 

L’uomo che più di tutti aveva annusato l’occasione, sedeva su una poltrona in Vaticano. Quando agli ultimi Mondiali di calcio con la presenza dei comunisti mancavano ormai poche settimane, papa Karol Wojtyla annunciò l’intenzione di andare a Mosca. L’immagine globale dell’URSS era segnata in quei giorni dal disastro avvenuto nella centrale nucleare di Chernobyl, a pochi km da Kiev. Lucio Colletti sul Corriere della sera scrisse che le tragedie accadono ovunque, ma oltre la cortina di ferro, “il segreto è esteso a tutto. Nulla può trapelare non solo dell’epidemia di colera nelle regioni meridionali dell’URSS nel 1970, ma anche del terremoto di Tashkent del 1966. E nulla, persino degli inevitabili ma comuni drammi di tutti i giorni: come un aereo civile che si schianti al suolo, un cinema che bruci o un bus che precipiti da un viadotto. Nelle società democratiche dell’Occidente, ciò che viene prima di tutto è la lotta per l’accertamento dei fatti e la loro pubblicizzazione, sino al crudo realismo e, a volte, sino alla dissacrazione. Nel «socialismo realizzato», invece, un solo vero protagonista: lo Stato paternalistico e totalitario, preoccupato di mantenere, agli occhi dei sudditi, l’immagine falsamente rosea della vita che esso ha imposto loro uno scenario propagandistico e un paradiso di cartapesta che non tollerano, ormai, più nulla della realtà effettiva: non le miserie della vita sovietica di tutti i giorni e neppure gli eventi imponderabili come un terremoto. Giacché, paradossalmente, anche i colpi della sorte vengono avvertiti dal potere come una sfida all’infallibilità del partito e all’onnipotenza dei suoi dirigenti”.

Nello stesso solco, il sociologo Francesco Alberoni scrisse: “La prima, immediata riflessione è che, se l’Italia e l’Europa occidentale facessero parte dell’impero sovietico, oggi non sapremmo nulla. I sovietici non hanno ancora detto niente ai loro sudditi, nemmeno adesso in cui tutto il mondo ne parla. Nemmeno adesso che i satelliti americani hanno fotografato in modo dettagliato il disastro, i regimi totalitari trattano i cittadini come i soldati in guerra”.

 

Il calcio collettivista del colonnello Lobanovskyi

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  Kiev nel calcio significava la Dinamo del colonnello Lobanovskyi, e qui non c’erano grossi segreti da proteggere. Tutta Europa l’aveva vista vincere nella finale di Coppa delle Coppe a Lione contro l’Atlético Madrid, proprio mentre la nube radioattiva si spostava verso l’Europa occidentale, dopo aver attreversato la Scandinavia. L’incubo nucleare passava in cielo, sul prato la gioia del calcio di Jakovenko e Jaremčuk, Zavarov e Bjelanov, dirige l’orchestra il vecchio Blochin. Il blocco che avrebbe portato l’URSS a riempire gli occhi degli spettatori al Mundial, fino all’impatto con le forze della reazione, il Belgio di Thys.

Quella Dinamo, quell’URSS, sono stati così descritti da Jonathan Wilson nel suo libro La Piramide Rovesciata: 

 

Come l’Ajax di Rinus Michels, la Dinamo pressava e cercava di rinchiudere gli avversari, conquistare la palla in una zona del campo molto avanzata, ma i suoi giocatori erano bravi anche a posizionarsi più dietro e a colpire in contropiede. «Qualche volta la gente afferma che il senso del calcio è solamente nell’attacco», sempre secondo Lobanovskyi e Zelentsov. 

… Sul muro presso il centro d’allenamento della Dinamo Kiev erano presenti degli elenchi con le richieste che Lobanovskyi indicava ai suoi giocatori. Ed era significativo che dei quattordici compiti difensivi, quattro riguardavano la distribuzione della palla e lo stabilire delle posizioni per la fase offensiva nel momento in cui la palla era stata conquistata. Non c’era nessun concetto relativo al liberarsi semplicemente della palla, perché in quel caso avrebbe voluto dire rinunciare al possesso della palla stessa, e di conseguenza dover riposizionare la squadra per difendersi. I tredici compiti per la fase offensiva, come stabilire una linea per il pressing e tentare di riconquistare il possesso in una zona del campo avanzata, riguardavano anch’essi in prevalenza richieste di movimenti e la ricerca di modi per far sì che la palla uscisse da quelle zone di campo nelle quali la squadra avversaria aveva un’alta concentrazione di giocatori. Probabilmente nessuno aveva compilato degli elenchi di quel tipo prima di allora. 

L’obiettivo di Lobanovskyi era quello che lui definiva universalità. Lui voleva che i suoi attaccanti difendessero e che i suoi difensori attaccassero. E non vedeva nessuna contraddizione in questo insegnamento, perché, secondo lui, attaccare e difendere non erano legati alla posizione in campo, ma al possesso della palla. «Nessun altro allenatore ha mai preteso che dovessi rincorrere gli avversari addirittura fino alla nostra area di rigore» ammise l’ex attaccante della Russia Serhiy Yuran, il quale iniziò la sua carriera nella Dinamo Kiev guidata da Lobanovskyi. «Per esempio, Oleg Romantsev, sia in nazionale e sia allo Spartak Mosca mi disse di lavorare duro, ma solamente nella metà campo della squadra avversaria. Mi disse di fare qualsiasi cosa nella mia zona, ma di non intervenire nelle zone dove gli altri dovrebbero giocare».  

Azioni di gioco studiate venivano eseguite in allenamento per essere utilizzate, secondo Zelentsov, non roboticamente, ma proprio come un giocatore di scacchi che adatta delle mosse prestabilite in base alla circostanza. Questi erano i concetti chiave del loro modo di vedere il gioco del calcio, e fu attraverso i loro modelli d’allenamento per sviluppare tra i giocatori una migliore comprensione delle strutture del gioco che fecero progredire il calcio”

 

Nel disegno di Carmelo Silva uno dei sei gol segnati dall’URSS all’Ungheria

Erano anni nei quali il dibattito in Italia si concentrava intorno alle possibilità offerte dalla difesa a zona rispetto alla tradizionale marcatura a uomo. Il primo scudetto nel quadriennio italiano trascorso da campioni dopo il Mundial in Spagna, era andato alla Roma di Liedholm, una piccola grande eresia dentro l’albo d’oro segnato da Trapattoni e dintorni. Mentre il colonnello Lobanovskyi predica a Kiev, a Parma stanno completando il loro biennio sotto Arrigo Sacchi e a Foggia stanno assaggiando Zdenek Zeman. Saranno gli esperimenti più riconosciuti e riusciti di collettivismo all’italiana. 

Dice ancora Wilson nel suo libro: “La critica spesso suggerisce che Lobanovskyi soffocava l’individualità dei giocatori, ma la verità è che invece cercava di rendere i suoi ragazzi consapevoli del fatto che non erano degli individui, che la bravura individuale era utile solamente all’interno del contesto di gioco della squadra. «Le tattiche di gioco non vengono scelte per adattarsi ai migliori giocatori» spiegò sempre Lobanovskyi. «Sono i giocatori che devono invece adattarsi al nostro stile di gioco. Qualsiasi giocatore deve adempiere interamente alle richieste dell’allenatore prima di tutto, e solamente dopo dare spazio alla propria bravura individuale»”. 

 

Poi venne il mese di giugno, e l’utopia del collettivismo scoprì che su un campo di calcio esisteva qualcuno capace di vincere da solo. Parlava la lingua della rebeldia sudamericana, ma ruppe gli schemi del calcio socialista con la forza bruta e individualista dell’edonismo reaganiano. 

 

Il mese magico di Diego Maradona

 

Date la palla a Maradona, fateci divertire, date la palla a Maradona

Fabio Capello, Argentina-Belgio, diretta su Telemontecarlo

 

Quel geniale mariuolo

di candido cannavò, La Gazzetta dello sport

 

“Un paio di miliardi di cittadini del mondo, sotto fusi orari diversi, di sera, di mattina o nel mezzogiorno messicano, hanno lanciato insieme l’identico grido di ammirazione, di incredulità, di entusiasmo. Questo singolarissimo evento, che entra nella storia della universalità calcistica, lo ha provocato Diego Armando Maradona. Il suo secondo gol all’Inghilterra non trova definizioni possibili. È il capolavoro assoluto che non entra nei cataloghi: resta in sovrana solitudine, con un alone di mistero, nella memoria di tutti. Ha dribblato tutta l’Inghilterra e magari le ex colonie. Chissà quante esclamazioni di questo genere, e in quante lingue, sono scaturite dalla fantasia della gente dopo quel numero, quello slalom vorticoso, quella sfida impossibile. Ora lo fermano, ora lo buttano giù, forse sbaglia l’ultimo dribbling, ora il portiere inglese gli si rovescia addosso, forse fallisce l’ultimo tocco. Nulla di nulla: la palla è finita in porta e sul campo sono rimasti soltanto i birilli inglesi. Forse avrebbero avuto voglia di applaudire anche loro. Questo folle guizzo di abilità e di fantasia di Maradona è sprizzato fuori pochissimi minuti dopo una incredibile mariuolata, che reca la sua stessa firma e che aveva sbloccato una partita sino a quel momento mediocre. Un gol segnato con il pugno sinistro mimetizzato nella folta criniera di Diego. Un trucco da prestigiatore, senz’altro. Ma trucco rimane e non si può certo applaudirlo. Forse con la prodezza di pochi minuti dopo, Maradona ha inteso farsi perdonare. Ma tra le due cose non c’è nesso possibile. Maradona, dunque, riempie il Mundial del suo genio. Ma l’Argentina non riesce neanche a entrare nella sua sintonia. Se la coppa finirà sulle sponde del Rio de la Plata, sarà lui ad averla vinta. Potrebbe anche portarsela a Napoli…”. 

 

 

Un indio-napoletano graziato da Mercurio

di gianni brera, Repubblica, 25 giugno 1986

 

“L’Argentina si difende e gioca in centrocampo con fervida fantasia, avendo Maradona a far gioco per tutti e per giunta a goleare con tutti gli arti, ivi compresa una piolesca manina. Maradona è un indio-napoletano di genio. Ha capito di dover sublimare spartanamente un furto compiendo la prodezza di fare irresistibile slalom fino al secondo gol. Nessuno osa dire che abbia rubato: è solo stato graziato da Mercurio, che di furti se ne intendeva ma… era pur sempre un dio”

 

 

  10 secondi e 6 decimi, 52 metri, 44 passi, 12 tocchi e sarai leggenda. Ci sono milioni di persone a cui non basta tutta la vita per giustificare un minuto di essa. Ci sono pochissimi a cui bastano appena 10 secondi e 6 decimi per giustificarla tutta. Diego Maradona è uno di loro | Fernando Signorini – preparatore atletico personale dell’argentino

 

Che cosa accadde in Argentina-Inghilterra

di diego borinsky, El Gráfico

“Con più di 300 testimonianze che vanno dai componenti della rosa argentina a un paio della squadra inglese, giornalisti, arbitri, tifosi, dirigenti, fotografi, Bilardo, i suoi assistenti, il libro di Andrés Burgo, El Partido, è una magistrale cronaca che ci invita a continuare a scoprire piccoli dettagli su ciò che accadde a Città del Messico. Ecco un elenco: 

[1] Roberto Mariani, collaboratore dello staff tecnico di Bilardo, era una delle quattro persone presenti nella stanza che Maradona divideva con Pedro Pasculli la mattina della partita. Ricorda: «Quel giorno Diego si svegliò prima del solito e ad un certo punto disse: ‘Vorrei mangiare un panino con la mortadella’. E poi ha detto di aver parlato con i fratelli di una giocata in cui si appoggiava a destra, a sinistra e segnava sul secondo palo. Ha detto: ‘Voglio fare un gol così contro gli inglesi’. E poco dopo, proprio in quel modo, ha segnato il gol della sua vita».  

[2] L’incredibile storia della maglia azzurra acquistata all’ultimo momento in alcuni negozi di Città del Messico, con i numeri d’argento cuciti all’istante. Dove è finita quella usata da Maradona nel secondo tempo?

[3] Jorge Valdano: «I giorni prima della partita, le Falkland sono diventate protagoniste. Stavamo cercando di concentrarci sul gioco, ma tutte le domande ruotavano attorno a quell’argomento, al punto da creare un’interferenza scomoda. Il tema poteva essere usato come fattore motivante, ma c’era il pericolo che ci si dimenticasse di giocare». 

[4] Bilardo riconosce di non aver potuto dormire di notte durante i due mesi in cui era in ritiro. Non voleva prendere le pillole per non essere uno zombie, così dormiva due ore, tra le 2 e le 4 del pomeriggio

[5] Scaramanzie. Giusti faceva un buco nella linea della metà campo e seppelliva lì una caramella. Nello spogliatoio doveva squillare un telefono prima di entrare in campo e Tata Brown doveva andare a rispondere. Quando tutti stavano per uscire dalla stanza, Olarticoechea doveva tornare indietro, andare in bagno, urinare e unirsi agli altri. 

[6] I fumatori erano in maggioranza in squadra.

[7] Dieci degli undici titolari fecero colazione bevendo Coca Cola la mattina della partita.

[8] Il quotidiano messicano Excelsior titolò: “Non perdetevi la seconda versione della guerra delle Falkland” 

[9] C’erano tre canzoni che venivano ascoltate sul pullman diretto al campo: Rocky, Bonnie Tyler e Sergio Denis.

[10] Diego Maradona tenne un discorso negli spogliatoi, non lo aveva mai fatto.

[11] La regina Elisabetta II e il primo ministro britannico Margaret Thatcher inviarono dei telegrammi alla squadra e l’allenatore Bobby Robson

[12] «Non preoccuparti per Maradona, Terry. È un ragazzino e ha solo un piede buono» disse Bobby Robson a Fenwick, uno dei difensori derisi per il secondo gol di Diego.

[13] I giocatori della Nazionale argentina ricevevano un’indennità di viaggio di 25 dollari al giorno e 4.000 per ogni partita giocata.

[14] Sei calciatori presenti nella rosa di Bilardo erano della classe 62. Se non fosse stato per il calcio, sarebbero dovuti andare in guerra. Erano Burruchaga, Enrique, Batista, Ruggeri, Tapia e Clausen. Nel libro ci sono una dozzina di calciatori nati nel 62 meno conosciuti che sono andati al fronte e raccontano come vissero il giorno della partita.

 

Meglio di Pelé nel 1958

di lodovico maradei, La Gazzetta dello sport

 

“Tra tante incertezze, Messico ’86 ci regala finalmente una certezza assoluta, una splendida conferma: Diego Armando Maradona è l’uomo simbolo di questo mondiale, il suo dominatore, l’unico campione che sia stato all’altezza della sua fama, anzi rendendola ancor più solida e vasta. Un campione che sta per vincere un mondiale da solo. Mai nel passato si erano avuti esempi di personalità così emergenti, dirompenti, capaci di legare una manifestazione di questo calibro, esclusivamente al suo nome. Vengono subito in mente alcuni precedenti: lo Schiaffino del ’50 o Pelè nel ’58. Entrambi straordinari artisti, straordinarie personalità tecniche che da quei mondiali presero lo slancio per divenire immortali. Ma Schiaffino aveva intorno a sé, nell’Uruguay, gente come Maspoli, Varela, Andrade, Ghiggia; così come il giovanissimo Pelè di Svezia venne a miracol mostrare in una formazione zeppa di campioni: dai due Santos in difesa a Garrincha, a Vavà, a Zito, a Didi, al fenomenale Gilmar. Cioè una squadra che avrebbe potuto vincere il mondiale anche senza O Rey. Infatti aveva tra le riserve un Altafini e in Cile 4 anni dopo, praticamente lo stesso complesso, con Amarildo al posto di Pelè infortunato, trionfò ugualmente. L’Argentina di Bilardo invece, tolto Maradona, è ben poca cosa. Qualche buon giocatore in attacco come Valdano e Burruchaga e dietro un complesso di gregari, pugnace, atleticamente forte, ora galvanizzato dai vari successi e dalle prodezze del suo capitano che lo hanno proiettato in finale, ma nulla più. Se a questa squadra si toglie Maradona, cosa resta? Soprattutto dove arriva?”

Come si giocava a calcio nel 1986

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  Menottismo e bilardismo spiegato dal Ct campione del 78

 

 ➣  Menotti a Bilardo: due scuole opposte.

«Con lui ho sempre avuto una relazione cordiale, la nostra rivalità è stata prodotta dai media, con giornalisti che si scannavano tra loro. Non ho mai litigato con qualcuno perché la pensasse diversamente da me. Posso discutere le idee, non le persone».

 ➣   Menottismo e bilardismo: ha senso parlarne ancora?

«Il fútbol dà spazio a tutti. A me piace avere il pallone, lo voglio tenere sempre per me. Non è una questione personale, è un’altra maniera di vivere il calcio, una differenza tra stili di vita. Si gioca come si vive, in fondo. Non vuol dire che io sia meglio di un altro al quale il possesso palla non interessa, come può essere Diego Simeone. Rispetto chi ha un’idea e la difende».

 ➣  Chi non sopporta?

«Chi dice che vincere è l’unica cosa che conta. Peggio ancora quando mi dicono “vincere a ogni costo”. C’è modo e modo. Il tifoso vuole vincere giocando bene, meglio si gioca più è contento. Le più grandi squadre della storia hanno vinto giocando bene. Il Milan di Arrigo Sacchi e l’Olanda di Cruyff, che non ha vinto ma ha rivoluzionato il modo di pensare il calcio. Il Barça di Pep Guardiola».

 ➣  Guardiola e Simeone: i vostri eredi?

«Sono solo due esempi, ce ne sono molti altri. Simeone ha la sua idea e la porta avanti a modo suo, e Guardiola ha un altro ideale, che non abbandona mai. A me piace Pep perché mi piacevano Cruyff, Rinus Michels o Sacchi, mentre Helenio Herrera mi dava mal di testa. Se sono un giocatore voglio la palla nei piedi tutto il tempo, non voglio correre dietro a un pallone per toccarlo tre volte in 90 minuti. Nemmeno se vinco».

 ➣  Non oso chiederle di moduli.

«Il discorso è semplice: Do, Re, Mi, Fa, Sol. Il Do può essere lungo o corto, ma non sarà mai un Re. Oggi un allenatore inventa un’espressione, un giornalista la ripete e nasce un nuovo idioma: 4-2-3-1, 4-3-1-2, ma dove li vedi? Il fútbol è dinamico e la pelota è come una poesia, cominci a leggerla e non sai mai cosa troverai». – intervista di paolo galassi, Repubblica, 1 novembre 2018

 

  Guy Thys e il Belgio del fuorigioco

Il 6 maggio del 1982 Guy Thys dichiara in una intervista a Gianni Mura, su la Repubblica: «Per me, il calcio è una cosa semplice: o si è più forti degli avversari o si cerca di renderli più deboli, più insicuri. Il fuorigioco non è un’invenzione nostra, è nel regolamento. So che in Italia vi siete stupiti vedendolo applicare con tanta sistematica attenzione. Mi lasci spiegare com’è nata la tattica in questione. È nata nel ‘78, quando nel girone di qualificazione agli Europei dovevamo affrontare la Scozia. Gli scozzesi – con Jordan e Dalglish – erano pericolosi specialmente di testa. Così abbiamo deciso di uscire tutti in avanti per impedirgli di fare il loro gioco. O scattando sul cross dall’ala o anche prima, sul lancio all’ala. È riuscita, questa trappola, a meraviglia, anche venti volte di fila gli scozzesi ci sono cascati. In sostanza, la prego di credermi, non è che il gioco del Belgio sia il fuorigioco. È un’arma in più, che usiamo quando ci sembra utile, con realismo».  

Eppure, Gianni Brera considerava il Belgio una squadra quasi gemella dell’Italia, disposta come “santo difensivismo comanda”.  I suoi calciatori gli parvero negli anni “generosi e grintosi fino alla cattiveria”, in un secondo periodo “marpioni” e ancora “smandrippati”, fino alla definizione definitiva di “squadra monotona” in Messico. 

Ma Brera vedeva in Vincenzo Scifo “un normotipo vicino al longilineo, non alto di statura: corre armoniosamente, levando le ginocchia come un lipizzano: tratta la palla con sapienza inconfondibile, stilisticamente a mezzo tra Maradona e Rivera: del primo non ha forse il genio goleadoristico, del secondo non ha la potenza del lancio. Questo sicilianuzzo dal nome strano, sicuramente deformato dall’arabo, è un fuoriclasse precoce come tutti i fuoriclasse, da Meazza a Pelé, dallo stesso Rivera, peraltro un po’ troppo riluttante a correre, al divino aborto Maradona, per tacere di Angelillo, nazionale argentino a 16 anni, e di Pierin Boniperti, che se non fosse stato riccotto di nascita si sarebbe subito sacrificato a centrocampo assurgendo a livelli inimmaginabili”. Sempre su Repubblica, Emanuela Audisio scrisse di lui che “l’aver dovuto scegliere un’altra nazionalità era stato un piccolo trauma. Scifo si camuffa, troppo, non parla molto, non lega con gli altri, forse come capita a tutti i precoci è ancora inconsapevole di sé”, mentre Maurizio Crosetti [13 giugno 1993] lo avrebbe definito “troppo italiano per essere belga, troppo belga per essere italiano, troppo bravo per essere normale, troppo incompleto per essere fuoriclasse. Il destino di Vincenzo Scifo è fermarsi sempre a due passi da qualcosa di definitivo, in una strana atmosfera di incompiutezza”. 

Gianni Mura intervistò Scifo il 15 giugno 1984 e gli chiese dell’acquisizione della cittadinanza belga. La risposta fu: «Sono contento ma mi dispiace». 

 

La fine del ciclo di Bearzot

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Un drappello di fantasmi indegni del titolo

di candido cannavò, La Gazzetta dello sport, 18 giugno 1986

 

“Il nostro Mundial è finito. Non soltanto quello di Mexico, che ci rispedisce a casa come fossimo la Bulgaria, ma anche quello di quattro anni fa in Spagna. Finito, finito tutto. Che senso aveva ormai tenere in mano quel trofeo gloriosamente conquistato, se ci serviva ormai soltanto per portarlo in giro per il mondo a dimostrare quanto fosse assurdo detenerlo?

Eppure era vero, era splendente. Non ne siamo stati degni: abbiamo svilito e mortificato il nostro Mundial non soltanto nei quattro anni che hanno diviso la Spagna dal Messico, ma persino nel giorno dell’addio: che meritava di essere più dignitoso. Nessun onore delle armi per gli azzurri sconfitti. Soltanto fischi. Il mondo non trova spunti per concederci una certa solidarietà. Ed è triste, tristissimo tornare a casa con questo senso di vuoto. Il peggio che potesse capitarci. 

La marcatura di Platini è stata la parte comica di questo squallido congedo. Bearzot aveva snaturato la squadretta che aveva a disposizione, sacrificando Di Gennaro per piazzare Baresi sull’incubo francese. Chi ha visto Baresi, alzi una mano. Platini, svariando a destra e

a manca, ha goduto di un trattamento addirittura salottiero. Ha fatto tutto ciò che l’attuale sua ispirazione (non eccezionale) gli consente. Abbiamo lasciato il Mundial nella più brutta partita degli ottavi di finale che si sia vista sui campi messicani. Non s’è avvertito minimamente il clima del cambio di guardia tra i campioni uscenti e quelli che verranno. Chi avrà la fortuna e il merito di conquistare questo titolo, non lo erediterà dai meravigliosi campioni di Spagna, ma da un drappello di fantasmi che – ormai da quattro anni- non facevano paura a nessuno”.

 

Gli abusivi del Mundial

di mario sconcerti, Repubblica, 18 giugno 1986

 

“Non c’è stata partita e tutto sommato non c’è stato nemmeno mondiale. L’Italia torna a casa lasciando la sensazione malinconica di non essere mai partita. Il nostro Mundial stavolta è stato vissuto soprattutto alla memoria. L’unico vero grande credito che perfino Bearzot dentro di sé riusciva a dare a questa squadra era il ricordo di quattro anni fa, la speranza che la rabbia, la concentrazione, quel senso di cittadella assediata che la nazionale si porta dietro ogni volta che la posta si alza, accendessero una scintilla di gioco come allora. Non è successo, forse non poteva succedere, sicuramente abbiamo fatto pochissimo perchè si accendesse. È presto per cercare le colpe di una mediocrità disarmante, abissale, vergognosa almeno per quello che di impotente e frustrante ha fatto nascere dentro chiunque l’abbia seguita con la voglia di crederci. Certo è che la nostra prestazione con la Francia è sembrata l’esatta immagine di tutta la nostra spedizione: contraddittoria, fredda, pesante, molto spesso inutile. Non so se sia consolante, ma il primo a capire quanto fosse reale il pericolo è stato proprio Bearzot. Siamo stati tutti d’accordo con lui quando alla vigilia ha scelto la via della prudenza mettendo da parte Di Gennaro ed aprendo la strada del centrocampo ad una piccola folla di cursori. Era una specie di dichiarazione di intenti, un richiamo alla realtà ed alla vecchia tradizione del calcio all’italiana, ma era soprattutto l’ammissione di un limite. Non c’è nessuno attualmente in Italia che abbia la fantasia per inventare calcio e l’autorità per imporre ad alto livello questo dono che adesso sembra rarissimo. Nemmeno la celebre disfatta di Middlesbrough con la Corea del Nord fu così deludente. Quella almeno fece male. Oggi ce ne andiamo con un senso di impotenza solare, quasi da abusivi del Mundial. È giusto che il grande calcio continui senza di noi. Ma è anche giusto che da domani, da oggi stesso si cominci a domandarsi se il nostro calcio è davvero tutto qui, piccolo, timido e stanco come questo mondiale ci ha raccontato. O invece Bearzot si è messo alla testa di un lungo, interminabile convoglio di errori”.

 

L’assurdo Franco Baresi tra i giovani vecchi

di lodovico maradei, La Gazzetta dello sport, 18 giugno 1986

 

“Per far posto al marcatore Baresi, Bearzot ha tolto il regista della squadra, quel Di Gennaro che da due anni era il tessitore della manovra azzurra. Non ricordiamo mai un centrocampo con Bagni, Baresi e De Napoli, tre mediani. Un’assurdità, proprio nel momento in cui Conti non offre garanzie di poter alimentare da solo il gioco e Cabrini e Scirea non sono in condizioni (fisiche e di forma) di far scattare il contropiede. Chiaro che Galderisi e soprattutto Altobelli sono stati abbandonati al loro destino. Con una squadra così conciata, che senso ha dire che la Francia era troppo forte? Più onesto ammettere che ci siamo autoaffondati. 

… Abbiamo detto alla vigilia che questa era la migliore formazione possibile di Bearzot, non la migliore in assoluto che potesse offrire il campionato. In questo distinguo c’è tutto il rigore suo di scelte orientate verso una formula che non ha più modelli attuali. Vecchi campioni sulla soglia della pensione non hanno retto fino in fondo; i giovani sono stati immessi troppo tardi. Ma l’insieme sa di stantio. Al giorno d’oggi chi conserva 11 ruoli specifici come nol? Chi gioca con il libero fisso e chi marca anche a centrocampo? All’ultimo momento abbiamo impiegato i giovani, ma con una mentalità da vecchi”

 

Il Paese: il Messico

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Un Mundial senza calore dopo il terremoto

di mario gherarducci, Corriere della sera, 27 maggio 1986

 

“Ai semafori del centro non ci sono più i mangiafuoco, giovanotti o addirittura ragazzi con il volto dipinto secondo il costume azteco, che sputano fiamme in cambio di pochi pesos: sono stati fermamente invitati a spostarsi verso la periferia. In periferia sono state esiliate anche le cinquemila prostitute che solitamente frequentano la zona rosa e le migliaia di venditori ambulanti che smerciano caramelle e gomme da masticare, fiori e «souvenirs», specchietti retrovisori e persino coniglietti vivi. Ma di notte, sotto i portici delle vie più eleganti del centro, ci sono intere famiglie che dormono per terra, rimaste senza casa dopo il terremoto o in attesa di trovarne una dopo aver lasciato la campagna per inseguire un problematico miraggio economico. Città di Messico si sta rifacendo il trucco ma i giornali di qui lamentano che nella metropoli l’atmosfera che precede il Mundial sia ancora tiepida. Le falta mucho ambiente ha scritto El Universal, ricordando nostalgicamente la festosità e il calore che introdussero i Giochi Olimpici del ’68 e il torneo iridato del ’70. Neppure il massiccio bombardamento televisivo (imposto probabilmente da Guillermo Canedo, presidente del comitato organizzatore ma anche proprietario della maggiore rete Tv del Paese) sembra aver accresciuto l’interesse della città verso la grande rassegna calcistica che sta per cominciare. La colpa, probabilmente, è anche dei prezzi dei biglietti”

 

Un Mundial che non aiuta i poveri

di gian paolo ormezzano, La Stampa, 30 maggio 1986

 

“Questo Paese sta ulteriormente verificando, attraverso il Mundial, la propria tristezza. Un operaio messicano guadagna 230 mila lire al mese, se è uno di quelli fortunati, con lavoro fisso: la tortilla di pane costa 100 lire al chilo, ma altri prezzi di prodotti vitali sono quasi come i nostri. E l’inflazione, la crisi da petrolio mal gestito o rubato, ha colpito soprattutto la classe media, quella che doveva riempire gli stadi: il povero cioè resta povero, lo era già in assoluto prima del terribile 1982 dell’inizio della crisi, il borghese diventa povero e non ha scorza, non ha callosità per non patire il malessere. Cosa può dire il Mundial all’indigeno povero, cioè alla enorme maggioranza dei messicani, tutti da amare, da capire, visto che aiutarli pare impossibile? Poco, anche se la nazionale vincesse: l’apatia, la stanchezza, il torpore stanno sempre più possedendo la popolazione. Dicono che il Presidente della Repubblica è freddino con la manifestazione. Il povero, ormai in precoma, non lo sente, il borghese, in premiseria, non la ama, il ricco la sfrutta. Tutto è pazzesco, assurdo, sconvolgente, regolare, messicano”

 

Dalla parte dei respinti

di gianni mura, La Repubblica, 30 maggio 1986

 

“Giro il Messico coloniale, ben diverso da quell’incubo che è la capitale. Ho la netta sensazione 

che il mundial non esista e ho un fastidioso senso di colpa perchè sto scrivendo sotto piumosi alberi di Jacarandas, la piscina è come il cielo e potrei essere a Mombasa come a Taormina. Il mundial è in Messico ma il Messico non è nel mundial. Già noi della stampa siamo in alberghi fuori città, su tangenziali, su svincoli. Le squadre sono ancora più lontane, i tedeschi a 40 km, i danesi a 15: in posti ancora più favolosi col campo da golf, sorvegliati da poliziotti vestiti da poliziotti, da camerieri, da giardinieri, da cuochi.

… Credo fermamente che questo sia il mundial del signor Canedo, di Televisa, dell’Adidas e della Coca-Cola, dei governatori e delle loro signore dai tacchi altissimi, non della gente. La tv provvede a tutto e la pioggia di dollari è già caduta dove doveva cadere. Paradossalmente, ma non tanto, una manifestazione “per” è diventata una manifestazione “contro”. Non avvicina, allontana. Non mostra, maschera. Via dal centro di Puebla gli ambulanti, via dalla zona rosa della capitale le puttane e i mangiatori di fuoco. Io sono dalla parte dei respinti, per la gioia o la tristezza di sbronzarsi, di far la puttana, di vendere orzata e cocomeri, di occupare uno spazio, e questo dappertutto, al di là del colore, del calore, del dolore locale. Lo so, è ingenuo pensare che potesse andare diversamente, le grandi manifestazioni hanno il cuore sempre più piccolo, i conti si fanno coi soldi e con la paura, comunque allegri sotto il sole del Messico a trabajar, si va a incominciare. Il mundial arriva, come Godot, e quando sarà finito tanti si chiederanno se è mai arrivato, dov’era, chi era, com’era e cos’è rimasto a loro, buenas dias, a sus ordenes, buenas noches”.

 

Storie formidabili di portieri 

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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente. 

 

La vita da ambulante di Jean-Marie Pfaff 

 

  Sono il suono di un tuffo, sono un salto nell’acqua, un’immersione. Sono il suono di una sorpresa, un batticuore, un palpito. Sono la leggerezza, l’allegria, il sorriso. Sono Pfaff, Jean-Marie Pfaff, e me ne vanto.

Mio padre vendeva le sue stoffe e i suoi tappeti in giro per le strade del Belgio. Una vita da ambulante, un ambulante non abbassa mai lo sguardo. Mangiava ogni giorno nella stessa osteria, entrava e chiedeva il Solito, la signora Marie Veireman aveva imparato cosa preparargli, suo marito Jean De Lathouwer gli riservava un tavolo sempre alla stessa ora. Così, quando sono nato io, a mio padre venne facile unire i nomi delle due gentilissime persone che gli apparecchiavano il pranzo quotidiano, marito e moglie, Jean e Marie. Per questo mi chiamo così.

Lui, Honoré, se ne andò che avevo 12 anni, sono cresciuto con i miei cinque fratelli e le mie sei sorelle. Mangia, Jean-Marie, mangia: era la loro grande preoccupazione, che stessi bene, che non mi mancasse nulla. Mangiavo e ingrassavo. Da Pfaff, per gli amici ero diventato Patapouf, il grassoccio. Perciò mi mettevano in porta quando si giocava a pallone nelle vie di Lebbeke, dove sono nato, Fiandre orientali, terra di vento e di ciclismo.

Palloni su palloni, parate su parate, sono arrivato al Beveren. L’avevo promesso al vecchio, vedrai che ce la faccio, diventerò un portiere. Ma il calcio era all’epoca soltanto una passione, i miei soldi li guadagnavo fuori dal campo: prima in un ufficio postale, poi in un’azienda tessile, 14 franchi l’ora, c’era la famiglia da aiutare. Ogni giorno facevo 25 chilometri in bici, con il sole o con la pioggia, qualunque fosse il tempo. Vivevo in una roulotte nella piazza al centro di Anversa. Io, i miei fratelli e le mie sorelle. Quelli che campano così, sono persone fantastiche. Eravamo felici, la gente intorno a noi era socievole. C’erano calore e amicizia, a me non viene in mente nulla che si possa desiderare di più.

Solo quando sposai Carmen, prendemmo una casa e aprimmo un negozio di articoli sportivi. Nel frattempo il Beveren mi aveva dato la maglia numero uno e un po’ di gloria: campionati, coppe, l’esordio in nazionale e la finale agli Europei in Italia. Il vero salto fu la Germania, perché nel 1982 arrivò la chiamata del Bayern. L’esordio fu un disastro, perdemmo 1-0 con il Werder Brema: autogol mio. Su una rimessa laterale, esco con la mano alta, la tocco appena con le dita. Palla in porta. Bene, mi dissi. Meglio sorridere. La prossima volta andrà meglio.

Uli Hoeness venne a riferirmi che qualcuno però gli aveva dato un colpo di telefono, avvertendolo di stare attento a me, ero cresciuto in strada, ero un ambulante, un nomade, un brutto carattere, non stavo zitto. Mi riferì che a lui non interessava, il Bayern mi aveva chiamato perché pensava fossi un bravo portiere, e lo pensavano anche dopo l’autogol. Gli risposi che per me era un episodio positivo, molto positivo, si trattava di un’azione così cretina da rendermi famoso in tutto il mondo. Uli allora mi fissò, chissà che cosa gli passò in quell’istante per la testa, un attimo ancora e mi disse: “Ti spiace se per un po’ non rilasci interviste?”. 

Mi tennero muto, chissà cosa potevo raccontare, mi protessero da me stesso, il silenzio durò nove settimane. Il giorno in cui parai un rigore a Kaltz, la Germania scoprì la mia inverosimile lingua, un impasto di tedesco, olandese e fiammingo.

Ero il migliore del mondo, ma si faceva fatica a dirlo. Tutti guardavano la maschera che mettevo per nascondermi, la maglia rossa che portavo in omaggio a Kelly Le Brock, e parlavano della fuga dal ritiro della nazionale vestito da infermiere; della mela che mi tirarono certi spettatori e che mangiai appoggiato a un palo. Con tutta la buccia. Al parere degli altri quasi mai ho fatto caso. Del resto se avessi ascoltato i medici, oggi non avrei le braccia. Una sbarra di acciaio me le aveva spezzate da bambino, i dottori volevano amputarle. Meno male che i miei fratelli diedero retta a me.

Ai Mondiali ci fermò solo Maradona, in semifinale, dopo due partite magnifiche contro l’Urss negli ottavi e la Spagna ai quarti, battuta ai calci di rigore. Vennero 10mila persone ad accoglierci a Bruxelles. Allora si arresero tutti. Ero diventato El Simpático, perché sorridevo. Ho smesso a 36 anni. Ho fatto l’attore, ho prodotto vini e champagne, la vita della mia famiglia – tre figlie, mariti, sei nipoti – è finita in un reality. Ci hanno ripreso per 24 ore su 24. Mi chiesero se avessi qualcosa in contrario e non l’avevo. Perché il calcio a un certo punto finisce, ma la vita, quella continua. E se alla vita non sorridi, da queste parti che cosa ci rimani a fare. 

Protagonisti

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Michel Platini

di emanuela audisio, Repubblica, 18 giugno 1986

 

“La cosa più disperata, tenera ed intelligente su di lui l’ha detta Diego Armando Maradona. La partita era finita, il piccolo giocatore argentino stava salendo sul pullman. Era ancora incredulo: «Non so spiegarmi, però tra me e Platini c’è un’incredibile differenza. Io mi danno per prendere il pallone, per tenerlo attaccato ai piedi, per portarlo dove voglio io. Mi danno e non sempre ci riesco, nemmeno correndo a tutto spiano per novanta minuti. Non riesco ad essere normale, se arrivo al gol è sempre in un modo straordinario, lontanissimo da ogni banalità. Non mi riesce di fare diversamente. Platini invece è l’opposto. Gioca male magari, si fa vedere solo per dieci minuti, fa le cose più normali di questo mondo, eppure segna. Segna come a me non capita mai. A me resta la soddisfazione di aver fatto felice la gente, a lui tutto il resto. È Platini, anzi il suo modo di fare le cose, che mi stupisce e che mi lascia con dentro un vuoto. Lo stimo, sia chiaro, anche per questo».

Platini è stato sempre troppo diverso per essere accettato. Chi ogni giorno lavorava a tutto servizio per meritarsi il posto in squadra la domenica, aveva l’impressione di essere in qualche modo deriso da Platini. Ed iniziò la guerra. A non sopportarlo era soprattutto Furino, accompagnato con vigore da Tardelli. L’odio che gli voleva Furino era in certo senso fisiologico. Classe, talento, possibilità in più. L’antipatia che gli portava Tardelli era invece più scientifica, da campione del mondo. C’era qualcosa di molto personale nella sua partita contro l’Italia. Anche se non lo ammetterà mai Platini non poteva farsi mettere fuori proprio dalle persone che lui discretamente umilia in ogni domenica lavorativa”

 

Jorge Valdano che voleva allargare il paesaggio

da Repubblica, 7 marzo 2016

 

 ➣  Cos’era il calcio per lei, da bambino?

«Per me e per la mia generazione il calcio senza parola era incompleto. Vivevo in un piccolo borgo. La fascinazione veniva dagli articoli della rivista El Gráfico e dalle partite alla radio. La prima in tv l’ho vista a 15 anni. Mondiali ‘70. Giocava il Brasile. Fu la conferma dell’universo meraviglioso cresciuto nelle mie fantasie. Ma avevo idealizzato un mondo con una squadra che era un’eccezione, non una regola. Oggi in me sopravvive lo stupore per la diversità. Il calcio è un mondo di esagerazione come tutti i territori emozionali. Rappresenta la miseria e la grandezza. Quando incontra la grandezza, lo riconosco».

  ➣  E quando invece incontra la miseria?

«Il tesoro di questo gioco è l’innocenza del tifoso. Se il tifoso si sente tradito, la perde. Lo scandalo della Fifa ha diffuso la sensazione che la corruzione contamini tutto: pensi che un contratto televisivo sia l’arbitro della prossima partita. Ma così il calcio diventa solo un oggetto di consumo in più. Era il simbolo dell’identità dei territori, mentre oggi non riflette luoghi, ma lo spirito del nostro tempo. Riflette la globalizzazione e la concentrazione della ricchezza: i grandi sempre più grandi, i piccoli sempre più piccoli. Real e Barça aumentano il fatturato del 15% ogni anno, gli altri lottano per sopravvivere. Eppure un club con 11 stranieri e un presidente russo trova la sua legittimazione in uno scudo su una maglia. Questo è il miracolo della rappresentatività. In un momento critico dell’economia spagnola, con una percentuale storica di disoccupati, una processione di tifosi andava allo stadio a dare il benvenuto a Bale, l’uomo dei 100 milioni. Un terzo di loro non aveva lavoro, ma a nessuno disturbava quella spesa. Ora dobbiamo solo decidere se qualificare la storia come spaventosa o meravigliosa».

 ➣  A proposito di etica. Nel suo ultimo libro lei torna sulla mano de dios di Maradona e si dichiara complice. Perché?

«Perché esultai, con lo stesso entusiasmo. È facile spiegarlo a un italiano. L’immigrazione ha portato in Argentina spagnoli e italiani. Dal punto di vista morale, nel nostro carattere vi siete affermati voi. Amiamo la picardia. L’astuzia dà più prestigio dell’onestà. Il gol con la mano si festeggiò più di quello successivo, tre minuti dopo, il più bello della storia. Non avrò mai la prova, ma se Maradona avesse ammesso di averla presa con la mano, l’Argentina sarebbe un Paese migliore. La sua forza mitologica aveva capacità di contagio. Prima della partita con gli inglesi dissi: domani è il giorno ideale per gli imbecilli che vorranno confondere il calcio con la politica. Quando Diego segnò con la mano, corsi ad abbracciarlo. L’imbecille ero io. Ogni settimana arriva qui qualcuno dall’Argentina a girare un documentario sul trentennale di quel Mundial. Un amico mi ha portato il giornale con quella dichiarazione in una cornice. Ce l’ho in ufficio. Però è nascosto».

 ➣  Com’è stato il percorso dal pallone alla scrittura? Qual è la sua educazione?

«Un’educazione disordinata. Senza maestri. Una lettura tirava l’altra. Quando a 19 anni arrivai all’Alavés, nel mio hotel a Vitoria viveva un uomo argentino molto colto. Mi dava consigli. Io non ricordo il suo nome, lui non sa di avermi messo in cammino. Ho perso mio padre a 4 anni, in casa non c’era un solo libro. Per tutta l’infanzia ho letto fumetti. Eravamo una famiglia della classe media, senza particolari preoccupazioni per le piccole spese. L’editorial Salvat lanciò una collana di titoli, comprai Il ritratto di Dorian Gray e mi convertii. Quando incontro vecchi compagni, tutti mi ricordano con un libro in mano. Era strano che un calciatore leggesse. Gli intellettuali disprezzavano il calcio. Borges non ha fatto altro che smarcarsi dal pallone. La famiglia di Roberto Santoro, uno scrittore assassinato dalla dittatura, mi regalò Literatura della pelota, un libro che mostra come nel calcio ci siano poesia, tango, narrativa. Cominciai a leggere Triunfo, la rivista di Montalbán, scoprendo che il pallone è metafora e rappresentazione del potere. Giocare iniziò a essere diverso. Da quel momento non fu più un’espressione animalesca: vai in campo e diverti il pubblico. Cominciai a sentirmi rappresentante di qualcosa di più profondo, di politico».

  ➣  Le piace essere considerato un filosofo del calcio?

«È come per il tika taca: un termine nato per disprezzare i passaggi e poi diventato indicatore di eccellenza. Hanno cercato di insultarmi chiamandomi poeta, intellettuale, cattedratico, filosofo. La gente ha finito per credere che io lo sia. Del resto ognuno di noi porta la sua etichetta. Io volevo solo allargare il paesaggio».

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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