Qualsiasi partita di rugby è una partita di calcio che va fuori di testa
Alessandro Baricco
L’Italia non aveva mai avuto una Nazionale di rugby qualificata ai quarti di finale di un Mondiale. Il traguardo storico è stato raggiunto dalle ragazze in Nuova Zelanda. Hanno passato il girone battendo il Giappone nella terza partita, dopo aver sconfitto le USA e perso dal Canada. Sabato all’alba, giocheranno per un posto in semifinale contro la Francia.
Lei si chiamava Valentina, di cognome Napolitano, e non immaginava di mettere in moto una rivoluzione. Come spesso succede ai moti nella storia, all’inizio se ne stanno nascosti. Questo rimase imbrigliato nella rubrica delle lettere al direttore di un bisettimanale di settore, All Rugby. Intorno alla metà di marzo del 1979, Valentina da Treviso la buttò là: «Siamo delle ragazze molto appassionate di rugby che seguono questo sport da molti anni, vorremmo sapere se Lei è al corrente dell’esistenza di squadre di rugby femminile in Italia o almeno del tentativo di formarle. Inoltre vorremmo sapere se i corsi per arbitri e allenatori sono aperti alle donne». Grazie, saluti, eccetera eccetera.
Erasto Borsatto, il direttore, pare di vederlo. Dovette sobbalzare sulla sedia, mentre metteva da parte la busta. Rispose: «Mi prendete un po’ in contropiede, come si dice. Squadre femminili? Sono sicuro di aver letto che qualcosa si sta facendo in Gran Bretagna. Ricordo benissimo di aver ammirato la foto di una bionda spettacolosa che andava a toccare in meta, ovviamente con il sorriso sulle labbra. So che in Italia c’è almeno una ragazza che fa l’allenatore di rugby. E non vedo, se devo esprimere un parere, perché le ragazze non dovrebbero poter fare anche l’arbitro».
Sorpreso, insomma, ma illuminato.
Gettò la busta, ma non la lettera. Nel numero seguente, in un riquadro, All Rugby pubblicò le foto di alcune ragazze con un pallone ovale e sopra il titolo diceva: “Dedicato a Valentina”. Pierre Villepreux e Franco Ascantini erano venuti dalla Francia fino a Varese per tenere un incontro con alcuni docenti di educazione fisica. Su richiesta delle insegnanti, erano andati nelle scuole, e non soltanto per parlare ai maschietti. Così, sotto gli occhi di alcuni dirigenti della federazione, la palla storta era finita tra le braccia delle ragazze. Nel libro Donna e sport a cura di Maria Canella, Sergio Giuntini e Ivano Granata, Elvis Lucchese scrive che i tecnici presenti in campo furono colpiti dal fatto che “le ragazze praticano, al contrario dei maschi, un rugby possessivo; tendendo cioè a conquistare il pallone (e a tenerlo)”.
La sostanza fu che Valentina scoprì di non essere sola a fare strani pensieri sullo sport dei fratelli, dei cugini, dei fidanzati. Lei, sua sorella Antonella, le amiche Iole, Patrizia e Bruna cominciarono a darsi appuntamento per i primi allenamenti serali, nel solo spazio disponibile che fosse provvisto di un impianto di illuminazione. Il parcheggio del cimitero.
E poi arrivarono Lucia e Norma, Francesca e Michela, una sera s’aggiunse Manuela. Chi veniva per curiosità, chi per ridere, chi per far parte di qualcosa. A pochi passi, il campo Milani ospitava in genere la seconda squadra cittadina, la Tarvisium. Valentina e le sue pioniere ottennero una saltuaria ospitalità, nello spazio dell’area di meta. Trovarono un uomo di buona volontà disposto a seguirle in Giorgio Fantin, ex campione d’Italia del 1956. Si diedero un nome. Diventarono le Red Panthers. Red e non Pink, ricorda Jolanda Baratto, «perché pantere dava il senso della nostra grinta e ci piaceva, ma rosa non funzionava, era troppo femminile». Il rosso era invece il colore della Tarvisium maschile. Se gli prestavano il campo, potevano pure prestarle i colori.
Le Pantere misero in un fondo comune 2.500 lire al mese, poterono permettersi di affittare uno spazio più largo a Lancenigo, gli allenamenti settimanali diventarono tre, ogni martedì e giovedì sera, ogni domenica mattina.
Un anno dopo il trafiletto nella rubrica della posta, il rugby delle donne sulla rivista All Rugby aveva una pagina, perché – c’era scritto – “sta diventando realtà”. Come ricostruisce il libro Donna e sport, fonte di queste righe, l’articolo dava pure conto della diffidenza che circondava le altre avventure in Lombardia e in Veneto. Uscendo dallo stadio di Rho, dove si era tenuta un’esibizione tra due squadre francesi, l’ex capitano della Nazionale Marco Bollesan disse che «tra il rugby maschile e il rugby femminile, c’è una sola differenza: il rugby». È uno degli argomenti tuttora adoperati, anche in altri sport. Bollesan aggiunse: «In Italia siamo ai primordi di una esperienza che sono in molti a rinnegare e a giudicare già da soffitta».
Le barriere sono culturali, come culturali erano i picconi che altrove le abbattevano. Un forte legame con le istanze del femminismo, nello stesso periodo, caratterizzava la diffusione del rugby negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni. Iole Baratto lo ricorda bene, il clima: Dice: «Su di noi abbiamo sentito dire di tutto, anche le ragazze che avevano fratelli o genitori che giocavano, trovavano spesso una netta opposizione in famiglia, tanto erano più duri i giudizi delle ragazze che erano in qualche modo nell’ambiente, magari come fidanzate e mogli di rugbisti. Ci hanno dato delle lesbiche e delle troie. Ma noi non ci siamo mai scoraggiate, anzi la diffidenza che ci circondava ci rendeva ancora più forti e unite».
La federazione chiuse ogni spiraglio per undici anni. L’attività era fuori dalla cintura degli eventi riconosciuti. Fantin scrisse per la prima volta a Roma nel luglio del 1980. «Vorrei che la nostra famiglia di rugbysti – furono le sue parole – potesse accogliere le ragazze. Anche io ero refrattario, il rugby è virilità, ma queste ragazzine hanno un amore per il rugby contagioso». Aldo Invernici, il presidente d’allora, rispose «con la massima schiettezza», che non avrebbe concesso né l’affiliazione, né il tesseramento, né arbitri per le partite, perché il contesto non era pronto, spiegò che non esisteva un tessuto internazionale, e che «personalmente non ho nulla contro il rugby femminile, anche se non mi piace. Vedo, al contrario, un impiego ottimale della donna nel settore promozionale del rugby quale educatrice di bambini e bambine 8-11 anni: in giochi simili al rugby, cioè propedeutici». Una mamma ovale. Un’altra lettera partì in direzione degli arbitri, diffidandoli dal presentarsi a partite femminili. I primi 7 campionati italiani, tra il 1985 e il 1991, si tennero sotto la tutela di Arci e Uisp.
Eppure, a Treviso potevano contare sul sostegno di Benetton, con la certezza di un campo, la copertura delle spese per la partecipazione al campionato, un fondo per il reclutamento. Quelle che si facevano chiamare Red Panthers e sommavano uno scudetto dietro l’altro, fuori dal campo erano impiegate [quattro], parrucchiere [2], studentesse [2], commercianti [2], più una grafica pubblicitaria, un’operaia, un’auto trasportatrice, un’agente di polizia e una postina. La più piccola aveva 13 anni, Licia Steffan, e la più grande 34: Mafalda Palla. Fu sua nipote a portare il rugby femminile nella storia, per la prima volta sulla prima pagina della Gazzetta. Accadde nel dicembre del 1992, perché il suo nome era Mansueta e perché prese due giornate di squalifica per avere colpito con un pugno un’avversaria nel derby con il Vicenza. La figlia di Mansueta, Valentina Schiavon, è stata in Nazionale fino al 2010.
E adesso eccoci qua, con la sola Nazionale femminile italiana che sta più su nel ranking mondiale di quella maschile, a quattro giorni da uno storico quarto di finale ai Mondiali. Caterina Tonna, per 17 anni in maglia azzurra, oggi responsabile dell’attività femminile della Nazionale, ricordava qualche mese fa a L’Essenziale, che «nulla è stato semplice. I pregiudizi più forti erano interni, ma sono stati momenti formativi. Quando sei sottoposto a una discriminazione, capisci cos’è che ti riempie la vita. Cresci nella consapevolezza. Mi dissi che da adulta avrei lavorato per abbattere le barriere. Oggi il rugby si avvantaggia di questo vento di equità, un desiderio molto presente nelle nuove generazioni. Non lascia indietro nessuno, come sul campo. È un gioco per tutti e tutte. Facciamo un lavoro anche sul linguaggio, sebbene possa sembrare ridondante dire bambini e bambine: è un’operazione culturale. Se vai in un posto e trovi tutti maschi, ti senti inadeguata. Guarderemo alle università e alle scuole. Non c’è mai stato un momento più bello per essere donna e rugbista. Io certe notti sogno di giocare ancora, per esempio nel salone di casa».
Novemila ragazze italiane giocavano a rugby prima che scoppiasse la pandemia. Per recuperare il terreno e le energie perdute, la federazione ha lanciato gli Open Day, un paio di appuntamenti all’anno, sono maxi-raduni diffusi in più punti del Paese. Il lavoro mediaticamente più esposto per convincere le ragazze a riprendere tra le mani la palla storta, lo fa la Nazionale. Nel Sei Nazioni non è quella collezionista di cucchiai di legno come gli uomini. Ha un terzo posto nel 2015 e un secondo nel 2019. Nelle ultime cinque edizioni ha sempre vinto almeno una partita.
BINOCOLI In Francia sembrano tranquilli. L’Équipe titola con una specie di “Ancora tu”, un “Guarda chi si rivede” e scrive che la Francia è favorita. È la quarta partita contro l’Italia nel 2022. “Nel chiudere la fase a gironi come migliore seconda – leggiamo – la Nazionale francese si è salvata da un abbinamento complicato nei quarti di finale, evitando le inglesi e le neozelandesi, o l’outsider Canada. Tra le altre quattro squadre ancora in corsa, non poteva sperare di prendere di meglio, non perché l’Italia fosse la più debole, anzi è il contrario, ma perché non avrà bisogno di guardare troppo lontano per trovare motivazioni. Le Bleues hanno un conto da saldare da quando sono state prese a calci nel sedere in una partita di preparazione giocata a Biella lo scorso 9 settembre e finita 26-19 per l’Italia”.
SALA DI DOPPIAGGIO – #1091 Chi sono le azzurre [Slalom 8 ottobre 2022]
È la Nazionale di Vittoria Ostuni Minuzzi, 16 presenze, estrema, 21 anni, figlia di un medico in missione in Africa. Lei lo seguì da bambina, un’esperienza che l’ha segnata e l’ha spinta a scegliere un percorso di studi per mettersi al servizio degli altri. Aura Muzzo, 27 presenze, centro, 25 anni, di Pordenone, studentessa di Scienze Motorie con l’obiettivo di diventare docente universitaria, da bambina voleva fare l’astronauta. Michela Sillari, 70 presenze, secondo centro, 27 anni, di Parma, grande cambio di passo, ha studiato Ingegneria. Beatrice Rigoni, 57 presenze, primo centro, veneta di Padova, 27 anni, detta Cocuzza o Picciridda, ha visione di gioco, umorismo e studi di Farmacia alle spalle. Maria Magatti, 46 presenze, ala, comasca, 31 anni, veloce, riceve i calci lunghi delle avversarie, preparatrice atletica della Under 16 femminile, insegnante nei progetti di rugby nelle scuole. Veronica Madia, 32 presenze, mediano di apertura, 27 anni, cremonese, visione di gioco, passaggio, lavora in una casa di riposo ma vorrebbe ritornare a occuparsi di minori. Sofia Stefan, 69 presenze, ala, 30 anni, di Padova, lei sogna proprio che arrivi il professionismo vero. Elisa Giordano, 56 presenze, la capitana, terzo centro, 32 anni, veneziana, detta Polipo. Touche, difesa, placcaggi. Fa la terapista occupazionale e ha il rimpianto di non aver sostenuto il test per entrare a Medicina. Giada Franco, 24 presenze, flanker, 26 anni, napoletana, futura preparatrice atletica. Ilaria Arrighetti, 56 presenze, terza linea, 29 anni, di Cernusco sul Naviglio, dove un tempo nascevano liberi per il calcio, Scirea, Tricella, Galbiati. Specialista nei placcaggi. Ha frequentato un Master per diventare professoressa di italiano in Francia, dove l’ha portata il rugby. Giordana Duca, 31 presenze, seconda linea, romana di Frascati, gioca la difesa in touche, fa la baby sitter, vorrebbe aprire un bar o un ristorante. Valeria Fedrighi, 36 presenze, 31 anni, di Verona, seconda linea, le piace camminare in montagna, è stata barista presso lo Stade Tolousain, la sua squadra, ma vorrebbe lavorare per lo sviluppo del rugby femminile. Lucia Gai, 84 presenze, pilone, pesarese, 31 anni, gioca la mischia chiusa, fa la cameriera, vorrebbe seguire dei corsi di cucina per avviare un’attività propria. Melissa Bettoni, 72 presenze, tallonatrice, 31 anni, vicentina, appassionata di trekking. Si è trasferita a Rennes, in Bretagna. «Vengo da un piccolo paesino della Valsesia – ha raccontato – dove il rugby non esisteva. Lo portò nelle scuole un signore che si era trasferito per lavoro dalla Liguria, si chiamava Ulisse. Io mi sono innamorata dell’idea filosofica del gioco, si avanza insieme per arrivare a una meta. Da due anni ho un contratto da educatrice sportiva e alleno le under 18. La differenza con la Francia è culturale, a cominciare dalle ore di sport nelle scuole». Infine Silvia Turani, 20 presenze, pilone, bergamasca, 27 anni, laurea magistrale in Trade & Consumer Marketing presso la Grenoble Ecole de Management.
[Le mini schede biografiche hanno come fonte il sito On Rugby].
La partita contro il Giappone
Francesco Palma, On Rugby: “Ci sono partite in cui conta vincere e basta. Le azzurre hanno giocato la partita meno brillante del loro mondiale, con tante imprecisioni e poca lucidità in fase offensiva. Probabilmente la paura di vincere ci ha messo del suo, a dimostrazione di quanto giocare da favorite cambi le carte in tavola a livello mentale.
L’indisciplina è stato uno dei principali problemi del match di Auckland: l’Italia ha commesso ben 17 falli, soffrendo la rapidità delle giapponesi nel punto d’incontro e pagando una certa frenesia nel provare a rispondere alle accelerate avversarie. Il dominio fisico che serviva si è visto solo a tratti, in particolare in mischia ordinata le azzurre hanno fatto più fatica del previsto prendendo anche 3 calci di punizione contro. La player of the match Giada Franco ha messo a segno 15 placcaggi riusciti su 16, con un turnover e una rimessa laterale rubata. Solita garanzia anche Michela Sillari, che oltre ad aver segnato dei punti fondamentali per la vittoria finale ha fatto un grandissimo lavoro in difesa. Bene, come al solito, anche Giordana Duca, 10 su 11 al placcaggio e tra le più pericolose in attacco, così come la capitana Elisa Giordano, brava a prendersi la squadra sulle spalle nel momento più difficile del match. Da lei, infatti, è partita l’azione che ha portato al penalty dell’8-5, subito dopo il pareggio giapponese. Non serve nemmeno specificare il fatto che contro la Francia servirà tutt’altra partita”
carnet I quarti di finale | sabato mattina ore 5.45 Rai e Sky: Francia-Italia | 8.30 Nuova Zelanda-Galles | sabato notte 2.30: Inghilterra-Australia | 4.30: Canada-USA