L’effetto che fanno i gesti bianchi al buio delle tre di notte

Secca come la testa di una noce, notte senza più voce

Lucio Dalla

Quando Carlos Alcaraz ha chiuso il suo match-point contro Jannik Sinner, erano quasi le nove del mattino in Italia, mancava un quarto d’ora alle tre di notte sul campo Arthur-Ashe di New York. Le cinque ore e quindici della partita sono diventate la seconda durata più lunga nella storia del torneo, ma le 2 e 45 come chiusura, secondo la Espn, è stato un record, l’ora più tarda mai fatta a Flushing Meadows, con due tipi in campo con una tacchetta in mano. Fino alle 2 e 26 si erano spinti Wilander e Pernfors nel 1993, poi Kohlschreiber e Isner nel 2012, Nishikori e Raonic nel 2014. Com’era successo a Mahut e Isner nella partita-fiume di Wimbledon, Alcaraz e Sinner hanno scoperto che questa esperienza li terrà legati per sempre, più della rivalità con cui promettono di divertirci chissà per quanto. 

Ha scritto Jason Gay sul Wall Street Jorunal: Non succede mai niente di buono dopo le 2.45 a New York City. Tranne Carlos Alcaraz contro Jannik Sinner. Uno spettacolo oltraggioso di atletismo e resistenza. Nessuno che sia rimasto sveglio – o si sia svegliato – per guardarlo, lo dimenticherà. A un’ora insolita, quando gli sciacalli della notte passano dal liquore alla birra, e anche la città che non dorme mai rallenta verso la semi-sonnolenza, le due giovani stelle ancora si scambiavano degli spettacolari colpi vincenti al Queens. La partita della promessa di una prossima generazione nel tennis. Mentre il tramonto cade lentamente sull’era ostinata di Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic, notti epiche come questa di Alcaraz-Sinner rassicurano sul fatto che lo sport può continuare a elettrizzare. Una partita che è stata anche testimonianza del potere dell’energia giovanile. Nel profondo del quinto set, Alcaraz e Sinner hanno gestito scambi brillanti che hanno fatto alzare in piedi la folla, scemata ma turbolenta. Il tennis dopo mezzanotte non è insolito in questo evento ed è diventato parte dell’atmosfera cittadina degli US Open. Ma raramente l’azione si avvicina alla mezzanotte della sulla costa occidentale.

Eh si, perché nel frattempo a Auckland s’erano già fatte quasi le sette di sera, e se ci fosse stato un torneo da quelle parti, avrebbero acceso le luci, e forse sarebbero andati avanti a loro volta fino a mezzanotte. Sul regno del tennis, non tramonta mai il sole. Nemmeno quando il sole è tramontato. 

 

Il tennis nell’età dei Classici aveva due nemici. La pioggia e il buio. Ma i nemici si combattono, anche se ti hanno accompagnato per tutta La sospensione per oscurità. 

I tetti hanno aperto un ombrello sulle partite, se non altro sui campi Centrali. È successo negli Anni Novanta, quando l’espansione globale e televisiva ha spinto da un lato a costruire stadi più grandi per contenere più folla, dall’altro a firmare contratti con le tv, senza il pericolo di veder cancellata una giornata intera per maltempo. Restava il buio, un rivale più ostinato.

Le luci accese sui Centrali hanno aperto la stagione delle sessioni serali. Hanno il vantaggio di mettere al riparo dal caldo. Aggiungono il glamour dei villaggi e i soldi del marketing intorno alle partite. Hanno iniziato gli Slam fuori dall’Europa, dove la tradizione dei gesti bianchi ha meno vincoli. Wimbledon ha sempre goduto del vantaggio di un tramonto ritardato, Parigi ha ceduto nell’edizione in pandemia, obbligata a fare i conti con la collocazione del torneo a inizio autunno. La cosa è piaciuta, l’hanno riproposta anche nel maggio-giugno scorso. Ma tra le polemiche, le stesse che c’erano state a Madrid, quando quel barbaro di Piqué aveva osato comprarsi la Coppa Davis, concentrarla in una sola città, togliere quarto e quinto set, togliere terzo e quarto singolare. Eppure, nonostante tutto, le partite accumulate una dietro l’altra, non finivano prima dell’alba. Apriti cielo. Il tennis alle tre di notte? Ma siete matti. 

A Madrid i palazzetti si svuotavano. Non c’era la Spagna in campo. Invece a New York l’altra sera era tutto magico. Anche senza americani sotto i riflettori. Alcaraz era stato in campo fino alle 2 e 23 di notte anche per i cinque set contro Cilic. Deve essere merito allora di Fitzgerald e del suo grande Gatsby, se il tennis per nottambuli improvvisamente non ci pare più scandaloso, ma epico e incantevole: il fascino delle notti di Manhattan, le feste, il jazz. O di Paul Auster o Jay Mclerney, questione di gusti. Nessuna eresia, né vesti stracciate. I gesti bianchi al buio, vuoi mettere. 

 

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