Il campionato dei borghi d’Italia

Con tre anticipi comincia oggi pomeriggio il campionato di calcio di serie D, un gigantesco baraccone di nove gironi con 166 squadre, in rappresentanza di tutte e venti le regioni. Un torneo che parla a un bacino d’utenza di 10 milioni e 720 mila persone, promettendo un posto tra i professionisti. 

 

  ▻  È il campionato delle metropoli e dei borghi, di qualche nobiltà decaduta e di nuovi progetti in fasce, dove accanto alla terza squadra delle grandi città – a volte pure la quarta – si possono incontrare quelle che non hanno nemmeno un palazzo comunale in paese. Sono frazioni, con una farmacia, una parrocchia, quasi mai una scuola, ma il pallone – diamine – il pallone sì.

Sono otto i piccoli borghi d’Italia che non rinunciano a portare in giro la loro bandiera, un’avventura autonoma, senza passi indietro. La Fezzanese dalla Liguria vive nel girone A come squadra di una frazione di Porto Venere, 950 abitanti: sta cercando altro pubblico andando a pescare nel vuoto di Sarzana. Il Lentigione, duemila persone in paese, è un’appendice di Brescello, nello stesso girone D in cui Mezzolara si presenta da frazione di Budrio. Il Ghiviborgo [girone E] viene da Piano di Coreglia e nello stesso gruppo, con la fierezza di mille e ottocento persone alle spalle, Trestina – accento sulla è – andrà a giocare un impensabile derby contro il comune a cui appartiene: Città di Castello. 

Il Matese si fa forte dei 667 abitanti di Sepicciano, frazione di Piedimonte, in un campo sportivo vezzoso e antico, costruito nel 1928 e oggi abbellito all’esterno da murales che ritraggono le glorie locali del passato. È il Pasqualino Ferrante, poco più in là ospita un secondo dipinto che celebra tutte le Nazionali italiane campioni del mondo, da Meazza 1934 a Cannavaro 2006. 

Il puntino più piccolo sulla mappa è ufficialmente il Terranuova Traiana [girone E], perché porta nella seconda parte del nome la frazione da 129 abitanti di Terranuova Bracciolini, dove in realtà si trova lo stadio. È frazione pure Santa Maria [girone I], la maggiore del Comune di Castellabate, 4 mila abitanti, una perla nel Cilento, dove si ritirò a fine carriera Agostino Di Bartolomei, nei luoghi d’origine della moglie, fondando una scuola calcio. 

 

Sono questi i Minions che si mescolano a capoluoghi da 80-100 mila abitanti come Venezia Mestre e Bolzano, Prato e Ravenna, Caserta, più di tutti Catania, la più grande tra le città presenti senza avere altre squadre in altre categorie. È di Genova il Ligorna [A], gioca a Bologna il neo promosso Corticella [D], stadio Biavati in via Shakespeare, Milano schiera l’Alcione [B] nella storica Arena Civica intitolata a Gianni Brera, la capitale addirittura esagera. Se Roma e Lazio si fanno la guerra per stabilire chi sia la prima e chi la seconda, in serie D si baccaglia per rivendicare il ruolo di terza squadra.

Il derby dei dilettanti di un anno fa era ristretto a Trastevere e Montespaccato, ma è municipio cittadino pure Ostia [girone E], e tutt’e tre devono guardarsi dalla scommessa chiamata Roma City. Ha rilevato il titolo sportivo del Fiuggi, i 40 ettari di una cittadella sportiva a Riano, una quindicina di km fuori città, ha messo il Colosseo nel simbolo e ha dato la panchina all’ex romanista Statuto. Ha fatto tutto nel giro di due mesi un imprenditore italo-americano, Tonino Doino, una sorta di James Pallotta di ritorno. Era partito ventenne, prima imbarcato su navi da crociera, poi cameriere, chef, titolare di ristoranti a Miami, dove si racconta che sia stato baciato dalla fortuna, per certi piatti graditi a Gianni Versace. La Roma City Football Club ha la sua sede in Florida. Solo che tanta grandeur rischia di finire in parodia, ora che a mister Doino hanno messo nello stesso girone la Nuova Florida, che non è Orlando, non è Tampa Bay, ma un quartiere di Ardea, provincia di Rieti, 48.000 abitanti. 

 

Come se non bastasse, la serie D di Roma si espande pure negli immediati dintorni. Il Cynthialbalonga, è la società che gioca a Genzano e mette insieme altre tre realtà dei Castelli: Albano Laziale, Pavona e Castel Gandolfo. Fa per conto suo Frascati con la Lupa, squadra dai mille tormenti. Fondata nel 1974, cinque anni fa si fece prendere dalla tentazione di spostarsi dentro le mura. Cambiò nome, mollò Frascati, si spostò al quartiere Axa, poi a Tivoli, dopo in periferia a San Basilio, si è sciolta, è rinata a Frascati. 

Non avendo una seconda squadra, Napoli non ha neppure la terza, ma sfoggia un abbondante catalogo di realtà della cintura, 

Da quella industriale con il Nola a quella turistica con il Sorrento, dove negli Anni Settanta provarono la B con la famiglia Lauro. I punti più vicini alla città sono Portici [girone G] e Pozzuoli [H], dove allenava un giovanissimo Claudio Ranieri quando Diego faceva gol al San Paolo. Ad Afragola invece segnava Pasquale Luiso e prima ancora parava il portierone Giovanni Pascarella, poi sindaco di Valle di Maddaloni, morto proprio pochi giorni fa.

 

È il campionato dove vive la prima squadra che vinse la Coppa Italia, il Vado [A] e una da scudetto più di 100 anni fa, il Casale. Hanno sei scudetti anche alla Luparense, ma nel calcio a cinque. Sono stati in A il Legnano e la Pistoiese, il Livorno addirittura in Coppa UEFA. L’Asti [A] ha visto i primi calci di Antognoni, il Breno [B] gli ultimi di Beccalossi. Il Borgosesia [A] ha cresciuto Abbiati, il Montebelluna [C] Aldo Serena. La Sambenedettese ha avuto il privilegio di vedere Zenga e Buoncammino, no, scusate, se ridete non sapete quanto era fortissimissimo Salvatore Buoncammino. E per restare ai piccoli grandi eroi nascosti in provincia, Fasano [girone H] si è goduta 101 gol in 181 partite di Vittorio Insanguine – che poi ne fece pure uno con la maglia dell’Andria in Coppa Italia alla Juventus. 

 

È il campionato dei luoghi che sono stati i primi laboratori tattici per molte teste innovatrici del nostro calcio. La Sangiovannese [E] ha visto passare un Maurizio Sarri fresco di dimissioni in banca, il Brindisi [H] fu la prima culla del calcio totale di Vinício, a Lumezzane [B] ricordano le bollicine del calcio champagne di Gigi Maifredi, a Licata [I] gli esperimenti di Zeman sul tridente. Non sempre certe luci abbagliano subito, come sanno quelli dell’Aglianese [D] coi primi corti musi di Allegri e quelli dell’Arezzo [E], dove giunsero a esonerare Antonio Conte, dopo aver fatto dei tentativi negli anni precedenti con due campioni del mondo, prima Tardelli e Cabrini. 

 

È il campionato delle squadre con l’accento. Così abbiamo tutte insieme Villa d’Almé, Forlì, Nardò e Canicattì. Ne sfoggia uno circonflesso il Pont Donnaz Hône Arnad Evançon, la squadra dal nome più lungo, la sola della Val d’Aosta. Il Molise ne ha due, come Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. La Lombardia più di tutti con ventitré. 

 

C’è chi in serie D decide di portare un marchio. Il Franciacorta [B] gioca ad Adro e ricorda i vini. La Dolomiti Bellunesi [C] riunisce San Giorgio Sedico e l’Union Feltre. A Sona aspettano il via libera della curatela fallimentare per unire il proprio nome a quello decaduto del Chievo: Campedelli sta provando a ripartire da lì. Follonica e Gavorrano si sono messe insieme nel girone E. Lo United Riccione [D] è invece United con qualcun altro solo nel nome. Per non dire di quanto si sentono soli a Cassino, dopo la retrocessione del Lavagna.  

 

È un campionato molto letterario con la San Mauro di Pascoli [E] e la Ravenna di Dante, la Trastevere di Trilussa e quella Altopascio dove Giovanni Boccaccio ambientò la novella di frate Cipolla, nel Decameron. Altopascio è pure in un racconto di Italo Calvino, La nuvola di smog, dove il protagonista frequenta certi ristorantini a prezzo fisso, tutti gestiti da famiglie toscane, parenti tra loro, e le cameriere sono tutte ragazze d’un paese che si chiama Altopascio, e vivono qui la loro giovinezza, ma sempre col pensiero ad Altopascio, e non si mescolano al resto della città. Calvino è pure nel girone A con la Sanremese, Domenico Rea nel girone H con la Nocerina, Corrado Alvaro nel girone I con il San Luca. Lo stadio porta proprio il suo nome. 

 

Ecco, gli stadi. Non sono meno di 40 quelli che si chiamano Comunale, alcuni con un’aggiunta, altri solo così. Mestre e Casale li hanno dedicati a due aviatori, Francesco Baracca e Natale Palli. Alle vittime della mafia o del terrorismo: il Falcone-Borsellino a Paternò, il Vittorio Bachelet a Trastevere, il don Pino Puglisi sempre a Roma. Alle stelle del Grande Torino: il Valentino Mazzola a San Cataldo, il Franco Ossola a Varese, il Ballarin a Chioggia. Alle stelle di altri sport: lo stadio Fausto Coppi nella sua Tortona e il Cosimo Puttilli a Barletta. Era un marciatore. In quello stadio, Mennea corse in 19.96 i 200  di ritorno dall’oro di Mosca. La pista oggi porta allora il suo nome. 

C’è uno stadio per un re a Ostia: Anco Marzio.

Ci sono i religiosi: il San Francesco d’Assisi a Nocera Inferiore, il Giovanni Paolo II a Nardò, il San Ciro a Portici.

Ci sono gli equivoci: il Paolo Poli di Molfetta non è l’attore ma un giovane eroicamente caduto nella grande guerra, come i fratelli Campari a Bagnolo in Piano non hanno niente a che fare con l’apericena. 

I due stadi dove gli allenatori fanno più fatica a gridare sono il Buon Riposo a Seravezza [nell’intervallo mai] e il Fair Play a Cartigliano. 

 

È il vero campionato delle molte Italie. Comincia alle tre sul campo che porta il nome di Davide Astori, a Rignano sull’Arno, con Sangiovannese-Ostia, mezz’ora più tardi Orvietana-Arezzo, alle quattro Chieri-Port Donnaz, in casa della società guidata dall’ex portiere Stefano Sorrentino. Pomezia-Cassino si gioca a porte chiuse per motivi di pubblica sicurezza. In Sicilia non si comincia ancora, si aspetta in settimana la sentenza del TAR sul ricorso del Giarre, escluso dalla Lega dal torneo.

Un amico di Slalom fa notare che non tutta Italia in verità è presente. Manca anzi quel pezzo un po’ indefinito, alla ricerca di un’identità, perché – dice – in serie D non sono né Carnia né Pescia. 

 

 

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