La partita giocata dai figli 44 anni dopo quella delle loro madri

Mamma lo diceva sempre. Il tennis è come la vita. Se arrivi in tempo sulla palla, la palla va nell’altra metà campo. Così, tra una lezione di filosofia e un paio di aforismi, Taylor e Brandon sono andati uno contro l’altro come una contro l’altra giocarono le loro madri qualche tempo fa. Taylor è Fritz, l’ex bambino di Kathy May, a 21 anni numero 10 al mondo, quarantaquattro anni fa. Brandon è Holt, al quale cambiava i pannolini Tracy Austin, il prodigio che sconvolse il tennis ancora nell’adolescenza, la numero 1 a diciassette anni. 

Kathy e Tracy furono avversarie al secondo turno del torneo di Philadelphia, nel marzo del 1978. Vinse Austin 6-3 7-6. Non si sarebbero incontrate più. Nessuna rinvincita. Nessuna fino a questo torneo di New York. Dove 44 anni dopo, Kathy sentiva di avere l’asso nella manica, rigiocando la vecchia partita con le racchette tra le mani dei loro figli. Stavolta era lei, la favorita. Il suo è il miglior fico d’America Lei che aveva dovuto lasciare il tennis così presto, per dei dolori alla schiena. 

 

Tracy Austin, che due US Open li ha vinti [1979 e 1981] non seppe nascondere invece la commozione venerdì, nel vedere il suo bamboccione qualificarsi per la prima volta in carriera al tabellone principale di uno Slam. Ha 24 anni e occupa il 296esimo posto nel ranking ATP. Davanti al tennis ha messo per molto tempo gli studi universitari a Los Angeles, solo da poco sta tentando la fortuna con i professionisti. Il covid e un tumore operato a una mano ne hanno rallentato l’ascesa. Slalom ne ha parlato qualche giorno fa. Era 924esimo lo scorso gennaio, quando ha vinto il suo primo titolo professionistico, al torneo futures di Cancun infilando da lì in avanti una tripletta di successi, in Messico. A luglio era alle porte dei top-200, così si è guadagnato l’accesso alle qualificazione, dove ha giocato le partite della vita contro il francese Alexandre Muller, il bulgaro Dimitar Kuzmanov e l’ecuadoriano Emilio Gomez, pure lui un figlio di ex vincitore del Grande Slam. 

Solo che Kathy May si sbagliava. Ha perso ancora. Brandon ha fatto la sorpresona, battendo il numero 12 del mondo e il miglior americano in circolazione. 


Mamma lo diceva sempre. La vita è come il tennis, non puoi vincere senza servire. Su quest’aspetto, Elizabeth deve lavorarci ancora un po’. Ha vinto il match di primo turno contro la ceka Zidansek nonostante 9 doppi falli e una percentuale di prime di servizio imbarazzante, il 39 percento, con un 48 su 122 che sarà meglio dimenticare. Elizabeth fa di cognome Mandlik, ed è la figlia di Hana, Hana Mandlikova, una signora che sta nella Hall of Fame con quattro titoli dello Slam in carriera. 

«Mi portava ovunque con lei – ha detto Mandlik a WTA Insider – e ai tornei dello Slam c’era sempre un asilo nido, allora con le altre bambine si parlava e ricordo che ci chiedevamo tra noi. – qual è tua madre?».

Ha iniziato a giocare all’età di 7 anni, contemporaneamente andava al calcio e a ginnastica. Insieme al fratello. Per non essere ossessionata dal tennis. Prima solo un’ora al giorno, tre volte alla settimana, senza privarsi di andare a sciare, fino ai suoi 14 anni. Quando – anzi – pensava che quella fosse la chiamata. Ci stava pensando sul serio, era bravina. Non fosse per il fatto che Elizabeth soffre il freddo. 

«Ho saputo subito chi fosse mia madre, anche perché avevo solo lei. Non ho un padre. È sempre stata positiva, Mi è utile parlare con lei, sa cosa succede in campo. Se dico che non gho voglia di allenarmi un giorno, mi dice di non allenarmi. La sfida più grande per una tennista è superare il ricordo della sconfitta. Hai tre o quattro settimane in cui perdi costantemente, ma l’unica ragione per cui stai perdendo è perché stai migliorando in qualcosa. Stai giocando così bene in allenamento, ma non ancora in partita». 

Elizabeth si definisce un’introversa. 

«Mi piace uscire con mio fratello e fare cose con lui. Gioca a tennis all’Oklahoma University. Quando si laureerà, diventerà anche lui un professionista. Il tennis insegna che i momenti difficili non durano per sempre».

Anche questa deve essere una di quelle frasi che mamma diceva sempre. 

 

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