Prima ancora di arrivare a Gigi Meroni che portava al guinzaglio una gallina, prima di spingersi a Paul Gascoigne che un giorno si presenta davanti a Zoff totalmente ignudo sotto la sua pelliccia, mille e più sfumature di irragionevoli campioni si possono sommare nella galleria che va dal kung fu di Éric Cantona alle magliette tirate in faccia all’arbitro da Antonio Cassano, dalle freccette di Mario Balotelli lanciate sui ragazzini del Manchester City allo spintone di Paolo Di Canio. Gli irragionevoli, i dissennati, gli stravaganti, i bizzarri, gli strampalati, ogni possibile esempio di campione balzano, nel calcio trova sempre un occhio che lo guarda a mezz’asta.
Ecco. È loro che adesso bisogna convincere. È a loro che bisogna spiegare come l’unica disciplina in cui si vince con un matto, stia conquistando lo sport che i matti spesso li mette ai margini.
Il calcio e gli scacchi non sono mai stati così vicini, mai prima d’ora si sono sentiti attratti l’uno dall’altro. Paulo Dybala ci giocava da ragazzino nella sua città, Córdoba. Samir Handanovic ha ereditato la passione dalla sua famiglia. Henrikh Mkhitaryan ha raccontato addirittura che crede di giocare a pallone come con alfieri e torri fanno in Armenia, pensando molto e immaginando quale sarà la prossima mossa nell’altra metà del campo.
Dentro questa nuova relazione ha indagato l’ultimo numero di Scacchitalia, il quadrimestrale della federazione italiana scacchi, con una serie di servizi, ricostruzioni e testimonianze. Trent Alexander-Arnold addirittura è arrivato a sfidare il norvegese Magnus Carlsen in un’esibizione. Christian Pulisic ha raccontato al Daily Mail delle lunghe partite giocate contro N’Golo Kante. «Lo vedevo giocare spesso in aereo con Olivier Giroud e mi è venuta voglia di sfidarlo. Era molto più forte di me quando ho iniziato, sempre il numero 1, ma il mio obiettivo era batterlo, quindi ho dovuto lavorare sodo e ci sono riuscito. Ora direi che io e lui siamo i migliori del gruppo, alla pari. Gli scacchi sono un gioco incredibile che può aiutarti in molte cose, a risolvere problemi o intuire schemi diversi. Non sto dicendo che mi abbia fatto diventare un calciatore migliore, ma giocare a scacchi è sicuramente meglio che fissare uno schermo».
Così adesso sappiamo che ci giocano tutto il Chelsea e forse forse pure ancora Giroud a Milano. Quanto a Pulisic, dopo la finale di Champions si è fatto tatuare una Regina accanto alla parola Mate, il nome del nonno, il signore che gli ha insegnato a giocare. A scacchi, non a calcio.
Scacchitalia ha rintracciato nel blog Uno scacchista di Adolivio Capace una fotografia con Roberto Boninsegna e Sandro Mazzola davanti a una scacchiera, segno che Helenio Herrera non metteva solo bigliettini motivazionali dentro gli spogliatoi della Grande Inter, ma pure caselle e pezzi bianchi e neri sotto il naso dei suoi. Quarant’anni più tardi Milly Moratti si fece prendere dalla medesima tentazione. In Spagna l’Elche ritiene che giocare a scacchi possa educare i suoi calciatori a fare scelte esatte sotto pressione, “a essere più creativi e autonomi – dice Scacchitalia – a risolvere le situazioni più critiche da soli”. Le lezioni sono state tenute da Gustavo Gualdoni, un arbitro che vive in città. «Quando un giocatore spinge la palla per attirare un avversario e liberare un compagno di squadra è lo stesso di quando negli scacchi si consegna un pezzo per guadagnare una posizione. In entrambi i casi si aprono spazi e maggiori possibilità per avanzare in campo». In Olanda, lo spogliatoio dell’AZ Alkmaar ha creato un Circolo degli scacchi. La città di Alkmaar dista 25 minuti da Wijk aan Zee, dove si tiene uno dei tornei più prestigiosi della stagione. Scacchitalia fa pure notare che la nuova Champions taglia XXL, dal 2023 licenzierà il girone all’italiana per adottare il sistema svizzero, una tradizione degli scacchi, sebbene manchi “il cuore del sistema, vale a dire l’assenza del sorteggio e la definizione dei turni di volta in volta, ma pazienza”. Adesso andatelo a spiegare a Cassano e Balotelli, che all’improvviso nel calcio va di moda il matto.
| voci Enzo Maresca, prossimo vice di Guardiola
➣ In quali aspetti lei coglie delle similitudini?
«Da un punto di vista tattico e strategico, nella necessità del controllo del centro, nella valorizzazione del fattore sorpresa, nella suddivisione delle fasi del gioco (apertura medio gioco, finale) e nel gioco posizionale, che è la mia passione, sia per il calcio, che per gli scacchi. Guardando alle squadre che hanno fatto la storia del calcio, ad esempio il Manchester City e il Barcellona di Guardiola, o il Milan di Sacchi, un forte e compatto centrocampo, tecnicamente valido, offre dei vantaggi importanti, e ti consente di far passare buona parte del tuo gioco da lì. Secondo me chi ha il controllo del centrocampo ha il controllo della gara. Ovviamente se intendi usarlo. Se al contrario la tua idea è far passare subito la palla dalla difesa agli attaccanti, il centro non ti serve molto. In un certo senso è la contrapposizione tra gioco classico e ipermoderno: il gioco alla Guardiola è più simile a quello classico, in cui si punta all’occupazione del centro, quello “difesa e contropiede” assomiglia a quegli schemi in cui si apre di fianchetto, e si lascia il centro all’avversario».
➣ Interessante anche il fatto che lei veda nel calcio una sorta di divisione tra apertura, medio gioco e finale. Ma è una suddivisione temporale?
«No, è spaziale. Il “finale” del calcio rappresenta soprattutto l’ultimo terzo di campo, quella più vicino alla porta avversaria, dove rispetto all’organizzazione tattica della squadra diventa più importante la qualità del singolo, la sua capacità di fare un dribbling decisivo, o l’assist che manda il compagno in porta. Negli ultimi 25-30 metri devi trovare soluzioni individuali. E l’analogia è con il finale degli scacchi, dove spesso un solo pezzo, o un solo pedone, deve lavorare da solo, senza altri pezzi a supporto, sfruttando le sue qualità intrinseche».
➣ Poi c’è il discorso del “fattore sorpresa”. Cosa intende?
«Il fattore sorpresa è legato al tempo, ed è una similitudine che riguarda, per esempio, le varianti di apertura. Se tu sai come l’avversario ha impostato la partita, e come lui immagina che tu l’abbia impostata, inserire una novità, un elemento di disturbo può riuscire a sorprenderlo. Questo non basta a farti vincere, però lo costringe a perdere tempo, e quindi ti regala un piccolo vantaggio. Mentre l’avversario tenta di capire cosa hai cambiato nel tuo schieramento, e se pure questa novità non gli crea danni, in qualche modo gli procura un disagio, che tu puoi sfruttare. In ogni caso creare dei dubbi all’avversario, sconvolgere il modo con cui ha preparato la gara, è già un vantaggio piuttosto importante. Nella mia tesi avevo portato come esempio la partita tra Korchnoi e Karpov in cui Korchnoi ci mise un’ora e venti minuti per replicare a una variante inattesa di Karpov. Credo che quella mossa sorprendente di Karpov, che pure non fu vincente, gli diede un vantaggio netto, quello del tempo. Come negli scacchi, non puoi affidarti agli ultimi minuti del tuo tempo per vincere. Se tu sei in crisi negli ultimi cinque minuti, significa che nei primi non hai giocato al meglio, che la tua tattica per vincere ha fallito».
➣ Conosce altri colleghi che condividono la sua passione?
«Non tanti, per la verità. Uno di loro è il tecnico spagnolo Quique Setién, che nel 2020 ha guidato il Barcellona. Quando allenavo il Manchester City under 23, ho fatto un esperimento: ho fatto piazzare nella mensa in cui i giocatori facevano colazione e pranzavano quattro scacchiere. Ebbene, piano piano i ragazzi hanno cominciato a giocare, e a socializzare: alcuni muovevano, altri sedevano vicino, intorno a loro, e guardavano. Era molto bello vedere anche perché i ragazzi normalmente sono sempre attaccati ai social, e per questo tendono molto a isolarsi. Invece gli scacchi hanno avuto il potere di invertire questa tendenza. Il bello degli scacchi è che ti educano a un pensiero flessibile, perché quello che è vero adesso non è quello che sarà vero tra cinque minuti. Quando muovi un pezzo cambia completamente tutto lo scenario. E questa consapevolezza può servire sia a un bimbo dei “pulcini” che a un calciatore maturo» – intervista di anania casale, Scacchistica