ruote
Il lungo pedalare dell’Africa fino a Girmay
L’Africa delle biciclette prima di Girmay era “un ciclismo altro, non saprei dire quanto eroico. Ma le divise improvvisate, la penuria di tubolari, il mangiare e dormire come capita, le strade sterrate (rosse qui, non bianche), la passione di fondo sono collegati, se non imparentati”. Così scriveva Gianni Mura nella prefazione a La corsa più pazza del mondo. Storie di ciclismo in Burkina Faso e in Mali – libro di Marco Pastonesi, uscito qualche anno fa.
Una galleria di storie e di mondi. Quella del nigerino Djibril Hassane che due giorni prima del Giro del Burkina Faso spacca la bici e corre con quella dell’allenatore, molto più scomoda, molto più alta. Quella del burkinabè Desirè Kaborè, che dopo una volata vinta, sullo sterrato, tira i freni e si accorge di non averli. Così punta i piedi a terra, evita un paio di bambini che attraversano la strada e si schianta contro una macchina parcheggiata. Che per fortuna era l’ambulanza.
L’Africa prima di Gimray era Jonathan Boyer, statunitense, il primo al Tour de France, condannato per molestie su minori, detenuto, e poi deciso a scrivere il suo riscatto morale andando in Rwanda. a restituire qualcosa.
Oppure Adrien Niyonshuti, racconta sempre Pastonesi, “sopravvissuto al genocidio che elimina la sua famiglia a colpi di machete – scrisse sul Foglio – il primo corridore ruandese alle Olimpiadi (quelle di Londra nel 2012, in cui fa anche da portabandiera nella cerimonia inaugurale), e la sua scuola di ciclismo a Rwamagana. La chiamano accademia, ma è una casetta di campagna, cinque locali più i servizi, due camere con quattro letti a castello, una con due letti a castello, una matrimoniale, totale dodici posti. Sala, bagno e cucina: più giardino. E frigorifero chiuso a chiave. E’ un piccolo miserrimo paradiso equatoriale perché bambini e ragazzini della sua città trovino nel ciclismo una strada, un sentiero o una pista, comunque un modo per imparare a stare al mondo. Un’accademia più come scuola di vita che come scuola di bici: salite e discese, volate e inseguimenti, fughe e cadute hanno un senso non solo stradale, ma soprattutto esistenziale”.
È così che un po’ alla volta il Rwanda è arrivato a farsi assegnare l’organizzazione dei Mondiali del 2025. Davide Bernardini su Suiveur scrisse che si trattava di “una delle ultime possibilità che ci vengono concesse di rivivere un ciclismo che molti di noi hanno potuto soltanto apprezzare nelle parole e nei ricordi degli altri, una certa idea di ciclismo destinata a scomparire sotto l’impulso apparentemente inarrestabile del futuro e della tecnica. Il ciclismo africano è un’irripetibile galleria di ritratti”. Joseph Areruya ha per soprannome Alleluia, vinse una tappa al Giro d’Italia dei dilettanti 2017. Joseph Biziyaremye ha chiamato suo figlio Alberto Contador Biziyaremye.
Sul Corriere della sera di stamattina, Marco Bonarrigo racconta che “a prevedere scientificamente la prima vittoria di un atleta africano in una classica del ciclismo fu sette anni fa Luc Van Loon del Dipartimento di Scienze del Movimento dell’Università di Maastricht.
Grazie all’intermediazione di un assistente ruandese, il professor Van Loon portò in Olanda per testarli alcuni atleti – dei dilettanti, allenati e alimentati così così – concludendo che i loro valori fisiologici erano uguali o migliori di quelli dei coetanei europei. Diamogli tempo, scrisse, forniamo loro buone bici, buoni coach e giuste motivazioni e vedrete che – come nella maratona, dove 90 dei 100 top runner sono africani – anche nel ciclismo ci sarà una rivoluzione sub sahariana”.
parole Cosa Girmay dice di sé
➣ Ti preparerai per il prossimo Giro ad Asmara, e non alle Canarie come fanno invece molti altri corridori?
Le condizioni sono ideali, i percorsi molto vari perché la città si trova in quota quindi si può stare lassù, per strade larghe, non c’è molto traffico, oppure scendere sul Mar Rosso a Massaua e pedalare per 70 chilometri lungo la costa, al vento. Ma poi bisogna salire altri 70 chilometri fino a 2.400 metri sul livello del mare. È un ottimo allenamento. Siamo spesso in gruppo, sei o sette corridori, certe volte possiamo anche arrivare a una ventina.
➣ Ora hai grandi responsabilità.
Non sono ancora abituato a tutto questo e sento che la pressione non è più la stessa da ventiquattr’ore. Ma imparerò a gestirla, mi aiuterà per il futuro. Non sono mai stato una persona ansiosa, non comincerò adesso. Sono pronto ad assumermi le mie responsabilità, non solo per la mia carriera ma anche per il ciclismo africano. Nel calcio gli africani sono tra i migliori al mondo, nel ciclismo siamo ancora lontani. Vincere una tappa del Tour de France o una Classica potrà stimolare generazioni di corridori. Sono sicuro che in futuro sarà possibile fare bene come gli europei. Per i giovani posso davvero diventare un leader, prima di me lo sognavano anche Daniel Teklehaimanot o Natnael Berhane. Voglio essere un esempio per l’Africa.
➣ Questa prima parte di stagione ti ha dato qualche idea per il resto della tua carriera?
Non so ancora che tipo di corridore sono veramente. Non ho ancora 22 anni, voglio scoprire tutte le gare. È certo che dopo aver visto il seguito popolare venerdì ad Harelbeke e domenica a Wevelgem, mi viene voglia di tornare l’anno prossimo. Faremo un programma molto specifico per andare al Giro delle Fiandre. Non conoscevo queste pietre e questi muri. Domenica ho solo seguito quello che i miei compagni di squadra mi hanno detto di fare. Ora voglio sfruttare tutto questo per la prossima volta. Voglio fare un passo alla volta, prendermi il mio tempo per crescere». – intervista di philippe le gars, L’Equipe
| ➣ Come cambierà la sua vita?
«So che ho fatto la storia per l’Africa, è stato un gran giorno per noi, ma non cambierò. I miei genitori e mia moglie mi hanno visto in tv in diretta e sono scoppiati a piangere».
➣ Lei sognava di essere…
«Uno sportivo. A 10 anni giocavo a pallone, come tanti altri ragazzini, per divertimento. Lo sport è stato sempre il centro della mia vita. In famiglia siamo sei fratelli: 5 maschi e una sorella, io sono il terzo. Mio fratello maggiore mi ha passato la passione, correva anche lui poi ha smesso dopo una caduta. Ho cominciato a 12 anni in mountain bike, la prima bici è stata una Mtb marca Stevens, l’ha comprata la mia famiglia. In Eritrea le bici non sono così care come in Europa: se da voi costano 5000 euro, da noi 3000. Poi dai 16 anni sono passato alla strada».
➣ Idoli nel ciclismo? «Pantani è famosissimo in Eritrea, quando ero giovane tanti ragazzi dicevano “io corro come Pantani”. A me piacevano di più Sagan o Cavendish, io volevo essere Sagan». – intervista di luca gialanella, la Gazzetta dello sport
pareri Bradley Wiggins
«Sono impressionato. La cosa bella del ciclismo è la sua inclusività, e le sue corse oggi sono diventate ognuna un piccolo racconto, e ognuna è piena di imprevedibilità e di spettacolo».
➣ Pogacar, Van der Poel, Van Aert, Girmay e molti altri: siamo nell’era d’oro del ciclismo, Wiggins?
«Tanti personaggi tutti insieme, così, non si vedevano da tanto tempo. È molto bello per gli appassionati, per noi che seguiamo le corse dal vivo. Pogacar, alla Strade Bianche, mi ha stupito. In genere di fenomeni così ce n’è uno in ogni generazione. E invece ora sono davvero tanti. Il mio corridore preferito, in questo momento, è Wout Van Aert. Ha tutto per piacermi: è forte dovunque». – intervista di cosimo cito, la Repubblica