Da oggi si torna a giocare al Totocalcio. Non è cambiato l’1-x-2, ma sulla schedina ci saranno alcune partite obbligatorie e altre facoltative (anche di Liga, Ligue 1 e Bundesliga). Giocata minima di una colonna: un euro. Il 13 è una delle possibili vincite, si potrà puntare anche su 3, 5, 7, 9 e 11 risultati.
Italo Cucci sul Corriere dello sport-stadio scrive: “Bentornato Totocalcio. Lo fanno dire a me perché me ne intendo. L’ho visto nascere. Quando si chiamava Sisal. Ero ragazzino e mia madre mi mandò a giocare la prima schedina, concorso n.1 con le partite della domenica 5 maggio, 30 lire per una colonna di 12 pronostici (il 13 arrivò dopo) da esprimere con i fatidici segni 1-X-2 entrati d’allora nel linguaggio comune come segno d’incertezza. E di speranza. La prima schedina fruttò 463.846 lire al primo dodicista, tale Emilio Blasetti, ma in realtà ebbe significati più alti che inducono a sognarne oggi una storica ripetizione. Perché la Sisal/Totocalcio fu uno dei primi atti felici registrati nell’Italia del Dopoguerra, una fabbrica di sorrisi inventata da Massimo Della Pergola, un giornalista ebreo, durante il forzato esilio svizzero. Massimo era un ottimista nato, un gran signore sempre sorridente, mi ritrovai suo collega quando arrivai a “Stadio” ed ero l’unico che cercava di strappargli ricordi dei tragici giorni che aveva vissuto senza mai dichiararsi sconfitto”.
Nel libro Storia e storie dello sport in Italia, Remo Bassetti ha scritto che il Totocalcio contribuì “ad associare il mondo del calcio all’idea dell’arricchimento. L’inizio fu fallimentare e le persone dimostrarono di preferire l’aperitivo, mandando invendute buona parte dei 5 milioni di schedine stampate per il 5 maggio 1946, giornata di esordio. Della Pergola le provò tutte: anche uno spoglio pubblico alla stazione di Milano durante uno sciopero generale. Piano piano la diffidenza svanì: anzi subentrò una certa intimità con la schedina come oggetto; visto che non costava niente la si trovava dovunque, nelle sale dei barbieri per pulire i rasoi insaponati, nelle tasche delle giacche per soffiarsi il naso, nelle latrine per l’uso che si può immaginare, dai tabaccai per avvolgere le sigarette. A furia di avercela davanti qualcuno pensò anche di compilarla. Al definitivo decollo di popolarità contribuì la prima vincita-super, nel 1948: 63 milioni vinti da un falegname di Treviglio che fabbricava casse da morto e vantava nel prestigioso curriculum l’interramento di Guglielmo Marconi. La fortuna aiutava i diseredati ma si traduceva rapidamente in disgrazia perché il possesso improvviso di simili capitali era un evento choccante. Il secondo milionario, un minatore sardo, sperperò rapidamente i 77 milioni guadagnati, così come nel 1951 il primo tredicista, un bigliettaio delle linee ferroviarie siciliane o il vincitore di 243 milioni nel 1953 che abbandonò anche la famiglia. Il colmo della iattura lo raggiunse il tredicista-record del 1959 (245 milioni), stroncato da un infarto alla notizia della vincita”.
Nel cinema italiano la schedina è apparsa in Ho fatto 13 (1951), in La domenica della buona gente (1953) e in L’audace colpo dei soliti ignoti. Quando il concorso venne chiuso qualche anno fa, lo scrittore Marco Ciriello sul Mattino raccontò che “il tredici era davvero l’unico comunismo possibile come insegnava Giovannino Guareschi, in “Don Camillo Monsignore ma non troppo”, e anticipava anche il compromesso storico. Sì, perché il Totocalcio era la scienza del bar, con i suoi “tennici” e i “sistemoni” come raccontava Stefano Benni, dietro le colonne c’era il calcio e la – presunta – conoscenza di questo, e c’era la richiesta di andare oltre il tifo. Chi non ricorda il povero Lino Banfi perseguitato dagli amici, e in società con “Parola”, Jerry Calà, in “Al bar dello sport”, o il Diego Abatantuono costretto da uno scherzo degli amici a scommettere e imporre la sconfitta della sua Inter da parte dell’Avellino in “Eccezzziunale… veramente”. Il Totocalcio incorporava scienza e magia, richiedeva fede, competenza e nel caso anche incompetenza, tutto per cambiare vita C’erano anche quelli come Spaccafico – Enzo Cannavale – in “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, che vincevano e il sogno lo compartivano, rinnovando il vecchio cinema, alimentando il riverbero del pallone, le vittorie, le sconfitte e i pareggi che divenivano pure vite rinnovate e/o rovinate nella speranza di, nell’attesa di. Il Totocalcio non aveva la brutalità né l’immediatezza delle scommesse calcistiche di oggi, ma seguiva un rito, passava per una diversa discussione, si portava dietro l’attesa leopardiana, un gioco lento di carambola e rimando, di ispirazioni e conoscenze, che tirava dentro maghi e matematici, allenatori mancati, ex calciatori, era un gioco di popolo, che allacciava tutti, forse solo Gianni Agnelli non ha mai giocato, perché non ne aveva bisogno, e non sa che cosa si è perso. Perché non ha mai dovuto affidarsi al Totocalcio, noi, sì, e abbiamo persino cantato con Claudio Baglioni che sembrava ci capisse: Se pareggerà il Cesena / Una villa con piscina / E se segnerà Mazzola / Una bella barca a vela”