Marta Bassino è quasi pronta per Pechino
Segnali. Marta Bassino sta entrando in forma olimpica. Ha chiuso il gigante di ieri a Kranjska Gora al terzo posto, dietro una Sara Hector in questo momento imprendibile, più veloce per 96 centesimi di Tessa Worley. Lara Gut-Behrami è rientrata dal covid con il quinto posto, dopo quasi un mese senza gare, Mikaela Shiffrin ha chiuso al settimo posto guadagnando punti in classifica generale su Petra Vlhova (15esima) e Sofia Goggia, che non si è qualificata per la seconda manche.
Gianmario Bonzi, la voce di Eurosport, chiama il podio di Bassimo a Courchevel “della liberazione” e questo a Kranjska Gora “della ritrovata sicurezza”. Resta solo un gigante prima dei Giochi, a Kronplatz. Dove dovrebbe rientrare anche Federica Brignone per un ultimo test pre-Pechino.
Poi bisognerebbe parlare di Andrea Ellenberger. Come sarebbe: chi è Andrea Ellenberger? È svizzera, ha 28 anni e nella sua carriera non si è mai piazzata nelle prime dieci. Mai. Ebbene, ieri ha battuto tutte. È andata più veloce di Shiffrin, di Vlhova, di Worley, di Bassino. È stata l’unica a restare vicina alla mostruosa Sara Hector. L’ha fatto nella seconda manche, grazie al trentesimo posto nella prima. Così è potuta partire davanti a tutte e sfruttare gli effetti del deterioramento della pista sulle migliori. Non per sorteggio, né per merito. Ma per demerito. Ha chiuso al 13esimo posto complessivo, il terzo miglior risultato della sua carriera. Se una figura di secondo piano, ormai 28enne, fa quasi il miglior tempo di manche (12 centesimi di ritardo), forse la federazione internazionale dovrebbe iniziare a considerare di tornare all’inversione nella seconda manche per le prime quindici, non più per le prime trenta.
Che cosa sbagliavano le italiane 40 anni fa nel gigante
“La vera causa dell’insuccesso dei nostri atleti e atlete in questa disciplina risiede in una errata impostazione tecnica della curva. Infatti una curva corretta si imposta fino alla linea di massima pendenza (momento del cambiamento di direzione) in innalzamento del baricentro corporeo. Solo a sci ormai girati si deve iniziare il piegamento e quindi l’angolazione. Invece gli italiani e le italiane effettuano il piegamento troppo anticipato ancor prima della massima pendenza, con la conseguenza di arrivare al punto critico della curva in ritardo, impossibilitati ad effettuare una corretta angolazione, quindi col peso completamente sullo sci esterno e in rotazione d’anca” – di mario cotelli, Corriere della sera, 9 gennaio 1982
in tv oggi ore 9.150 e 12.15 Raisport ed Eurosport: slalom femminile da Kranjska Gora | 10.30 e 13.30 Raisport ed Eurosport: gigante maschile da Adelboden
delorean Quando la 15enne Shane Gould batteva Paolo Barelli
“Shane Gould ce l’ha fatta: ha cancellato anche la leggenda Dawn fraser e ora – proprio all’inizio dell’anno olimpico – tutti i primati mondiali femminili dello stile libero sono soltanto suoi. Shane Gould – che nuota da quando aveva tre anni e gareggia da quando ne aveva nove – è alta m. 1,72 e pesa circa 60 chili. Il segreto dei suoi eccezionali tempi su tutte le distanze del crawl sta probabilmente nella facilità con cui la ragazza scivola nell’acqua con una nuotata leggera, tutta braccia, “quasi – come ha scritto un tecnico – una tavola di sughero trascinata da due pale”. La Gould è studentessa della High School di Turramurra, presso Sydney e si alza abitualmente alle 4,30 del mattino per potersi allenare prima di andare a scuola. In media la ragazza percorre a nuoto circa 10-12 km al giorno. Nessuna donna al mondo ha mai nuotato tanto velocemente. Può battere anche i nostri uomini. Per dare un’idea del valore delle sue performance, basta raffrontare i suoi limiti mondiali femminili con i primati italiani maschili. Negli 800 stile libero: 8’58″1 contro 9’07″5 di Grassi, nei 1500 stile libero 17’00″6 contro 17’11″9 di Barelli” – dal Corriere della sera, 9 gennaio 1972
titoli | New York Times: “Mariah Bell, vecchia a 25 anni, vince il titolo di pattinaggio di figura negli Stati Uniti e conquista un posto per Pechino. Bell farà parte nella squadra olimpica insieme a Karen Chen, seconda, e Alysa Liu, che si è ritirata venerdì dopo un test positivo per il coronavirus.
Washington Post: “Le selezioni per la squadra di pattinaggio artistico femminile degli Stati Uniti non sono state sorprendenti. Ma sono state intriganti. Bell e Chen sono molto più avanti negli anni di tante tra le migliori aspiranti alle medaglie internazionali”
Le Olimpiadi per rilanciare il marchio Le Coq Sportif
Quando la delegazione francese entrerà a Bird’s Nest per sfilare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino, per la prima volta dopo mezzo secolo avrà di nuovo sulle proprie divise i galletti dello storico marchio Le Coq Sportif, disegnati per la prima volta nel 1948 da Roland Camuset, durante il servizio militare. Alla storia di questa azienda si è sorprendentemente dedicato il New York Times con un reportage dalla sede di Romilly-sur-Seine a cura di Tariq Panja.
L’attuale proprietario si chiama Marc-Henri Beausire, uomo d’affari franco-svizzero che si è fatto carico del rilancio di un marchio reduce da una lunga crisi negli ultimi trent’anni. Con la sua società, Airesis, ha rilevato il marchio quasi in bancarotta nel 2005. “Non stava acquistando un’orgogliosa azienda francese – scrive il New York Times – ma il suo ricordo”. L’azienda della maglia gialla al Tour de France dal 1951. Quella che vestiva Arthur Ashe a Wimbledon nel 1975 e Yannick Noah al Roland-Garros nel 1983. L’azienda che aveva il suo logo sulla maglia dell’Ajax di Cruyff quando vinse le tre Coppe dei campioni e sulla maglia dell’Argentina di Diego Maradona al Mundial de Messico 1986. In quel momento della sua storia, il marchio diventò sussidiario di Adidas, inizialmente con uno scambio di competenze (il design francese in cambio dell’esperienza tedesca nella produzione di scarpe), poi con una sfera di influenza più ampia a copertura dei debiti. Alla morte di Horst Dassler, il galletto se la passò peggio delle strisce.
E qui la storia diventa la seconda puntata di una mini-serie Rai. Dopo i suoi primi quattro anni di gestione, racconta il New York Times, Beausire realizzò che non stava andando da nessuna parte. Al colmo della frustrazione, convocò i suoi collaboratori e qualche vecchio amico – compreso Noah – davanti a diverse bottiglie di vino nel bar dell’esclusivo Hotel Costes di Parigi. “Era tempo di tornare alle origini e riallacciarsi al passato dell’azienda”, scrive il giornale americano. Così, Beausire contattò Josette Camuset, vedova di Roland e nuora del fondatore Emile, per riportare la ditta nella struttura d’origine sulla Senna, rimasta vuota dal 2000. Quello che era diventato un monumento al passato iniziò a rappresentare il simbolo della rinascita.
“Ma Beausire – scrive il New York Times – non voleva solo la benedizione di Josette Camuset o la sua costruzione. Voleva qualcosa di ancora più sentimentale: l’archivio che suo marito aveva raccolto tenendo traccia di tutto ciò che la sua azienda avesse mai realizzato: ogni cambiamento di design, ogni idea per una nuova linea di abbigliamento, ogni modifica al logo dell’azienda”.
Era come un gioiello segreto, spiega Beausire. Convincere la signora Camuset a mostrarglielo non è stato facile. Ha dovuto incontrarla diverse volte prima che lei accettasse. I documenti erano conservati nella casa di famiglia, l’ex clinica dove erano nati i suoi figli. Del giorno in cui cedette e disse sì, la signora Camuset ricorda il discorso di Beausire.
«Mi fece piangere, fu molto emozionante».
E quando la luce della stanza si accese, Beausire rimase stupito da ciò che scorse: una serie di scatole piene di polvere che contenevano cimeli sportivi e campioni di tessuto, le maglie gialle di Louison Bobet e quelle bianche di Noah. Non fu convincente solo il discorso. Beausire garantì alla famiglia Camuset il rientro nell’azienda con una piccola quota e un posto nel consiglio di amministrazione. Ora è in ristrutturazione un ex stabilimento tessile vicino alla fabbrica e Le Coq Sportif punta a triplicare la forza lavoro a Romilly. Le cose vanno bene? Mmm. Le cose vanno come quasi ovunque in crisi di covid: le perdite del marchio sono raddoppiate nel 2020, fino a 20 milioni di euro, per il crollo dei ricavi in pandemia. Ma questo fanno gli imprenditori veri. In tempi di crisi non tagliano per tagliare, tagliano per investire. Dirottano impegni e convinzioni su sezioni che saranno produttive quando passerà la furia. Il fatturato dell’azienda è calato di quasi il 35%, ma Beausire ha in testa un chiodo fisso. “Vuole che Le Coq Sportif diventi di nuovo sinonimo della Francia – dice il New York Times – e che un giorno superi Adidas, almeno nelle vendite del mercato interno”.
Ecco perché è andato a vestire la Nazionale olimpica di Francia, per Pechino 2022 ma soprattutto per Parigi 2024. Ecco perché ha strappato la Nazionale francese di rugby all’Adidas. Il 90% dei materiali utilizzati nei prodotti tessili sono di provenienza indigena. Per vincere la gara d’appalto, nell’offerta Beausire ha scritto che Le Coq Sportif puntava a essere la fabbrica ambasciatrice della Francia. Saper fare bei discorsi, lo aveva già scoperto, ti spalanca certe porte chiuse da tanto.
Non esistono relazioni commerciali in corso tra Slalom e Le Coq Sportif. Anzi, se casomai li conoscete, dategli una voce.