Per più di un decennio, Kevin Grevey ha creduto di essere stato il primo giocatore nella storia della NBA a segnare una tripla. Era il 12 ottobre 1979, i Washington Bullets aprivano la loro stagione contro i Philadelphia 76ers, lui prese la palla nell’angolo, fece un passo dietro la linea e tirò. Ciuff. Dopo tutti questi anni, anche ora che lo smentiscono, non è così sicuro di non essere stato il primo. Tania Ganguli per il New York Times racconta che la lega stabilì come il primato spettasse a Chris Ford dei Boston Celtics contro gli Houston Rockets, una verità raggiunta in base agli orari di inizio delle partite, anche se non è mai stato esattamente chiaro quando e come. Si sa solo che la partita di Ford iniziò 35 minuti prima di quella di Grevey.
La tripla era la novità dell’epoca. Nessuno poteva immaginare che 42 anni dopo saremmo arrivati davanti a un signore da record, considerato addirittura l’artefice di una nuova maniera di giocare. La stagione 1979-80 doveva essere una prova di un anno. L’American Basketball Association aveva usato le triple sin dal principio (1967), fino alla sua fusione con la NBA nel 1976. Nel libro Loose Balls: The Short, Wild Life of the American Basketball Association scritto da Terry Pluto, un comproprietario degli Oakland Oaks d’allora, Pat Boone, ha ricordato che nella conferenza stampa di presentazione della squadra, fecero un piccolo show di tiri da tre. Nessuno pareva definitivamente a suo agio, Boone pensava solo di essere adatto perché era più basso degli altri. Una sensazione che lo stesso Curry ha confessato di recente a USA Today.
Scrive Ganguli sul New York Times che ci vollero otto anni prima che la media di realizzazione al tiro superasse il 30 percento. Oggi i giocatori superano agevolmente il 33% e i migliori arrivano al 40. “In principio raramente le squadre eseguivano degli schemi progettati per arrivare al tiro con una tripla. Solo in caso di uno scarto a due cifre, alcuni allenatori accettavano la soluzione disperata”.
I resoconti dei giornali dell’epoca a stento menzionavano la prima tripla. Nel pezzo di presentazione della stagione il New York Times lo definì un trucco: nel titolo e due volte nei primi due paragrafi. «Può cambiare le partite alla fine dei quarti» disse il coach di Phoenix Suns, John MacLeod, con un certo raccapriccio. «Non ho intenzione di impostare degli schemi per far tirare i ragazzi da 7 metri . Penso che sia un basket molto noioso», disse. Non c’erano programmi sulla NBA o podcast giornalieri per commentare il fatto. Il Boston Globe citò il tiro di Ford in una parentesi. Nella stessa sera segnarono da tre Willie Smith per i Cleveland Cavaliers contro i New Jersey Nets, Paul Westphal e Don Buse ne fecero due ciascuno per i Phoenix Suns contro Golden State. La Associated Press e Daily News non li citarono. La tripla di Grevey fu segnalata come la prima giocata da tre punti della storia da The Evening Sun, un giornale di Baltimora. Grevey ci credette per dieci anni. Quando un giornalista ristabilì la cronaca di quella sera e la verità dei fatti, lo telefonò per chiedergli un commento. Grevey scrollò le spalle e disse: «Giuro, non mi interessa». Scoppiò a ridere e aggiunse: «In fondo, quella sera non importava proprio a nessuno».
| pareri Mike D’Antoni
➣ Il suo collega, Gregg Popovich, dice che non è più basket. Lei che cosa pensa?
«La vita cambia come insegnano i dinosauri. Il tiro da tre esiste, se non lo usi sei indietro. Noi abbiamo anche altre soluzioni ma quel tiro lo cerchiamo Può non piacere, lo capisco, ma ci sono giocatori diversi rispetto al passato. Giocano meglio, sanno fare più cose, i lunghi tirano da fuori, per me è un’evoluzione del gioco».
➣ Un giorno avremo il “tiro da quattro”?
«Il regolamento lo vieta. Magari un giorno ci arriveremo, ma forse non allenerò più». – intervista di Massimo Basile, la Repubblica, 24 gennaio 2019
| pareri Valerio Bianchini
«Questo è un basket populista che annulla le competenze degli allenatori, valorizza la sprovvedutezza e l’inadeguatezza. Il basket non è il calcio, è un gioco complesso, non naturale, on demand. E indoor. È stato inventato nei college, nel 1891, per tenere occupati i ragazzi anche con le intemperie. Lo insegnavano i professori, che sperimentavano e innovavano. Non si fonda sull’istinto, ma sull’apprendimento dei fondamentali».
➣ Niente sali la palla, scendi il canestro?
«No. Mi dicono: il tiro da 3 punti semplifica, è chiaro e comprensibile, piace alla gente. E allora? Se c’è gente sempre meno acculturata devo svilire il mio linguaggio al buttalo dentro come puoi?».
➣ È con coach Popovich che trova noiosi i 3 punti?
«Sì. Ha ragione quando dice che a fine partita nessuno va più a vedere quanti rimbalzi, quante difese, ma solo la percentuale dei three points, che indica la squadra vincente. Lui per scherzo prevede il tiro da 4, tanto ormai siamo al circo. Anche a me questa destrutturazione del gioco non piace: manca la ragione tecnica, conta solo la qualità fisica, il pivot non ha più ruolo, l’area è così affollata, che nessuno cerca di entrarci o ci circola più, e allora vai con il tiro da fuori». – intervista di emanuela audisio, la Repubblica, 2 febbraio 2019
La celebrazione di Steph Curry
La palla del sorpasso a Ray Allen ha impiegato circa un secondo a mezzo per coprire la distanza presente tra la mano di Steph Curry e il canestro. Intorno a lui, il Madison Square Garden e “la folla congelata nell’attesa“ (New York Times). La NBA ha trovato il suo nuovo più grande tiratore di triple di tutti i tempi in questo uomo dall’età messianica, anni 33, che tra una retina infilata e l’altra ha avuto modo di cambiare il gioco. Ha messo insieme i suoi 2977 punti da dietro la linea dell’arco in 789 partite. La mostruosità è chiara dal fatto che ha impiegato 511 partite in meno di Allen per riuscirci.
Massimo Basile sul Corriere dello sport-stadio ricorda che Alice nel paese delle meraviglie – per inciso santa protettrice di Slalom – si domandava: «Per quanto tempo è per sempre?». E Bianconiglio rispondeva: «A volte, solo per un secondo». “O per due secondi – scrive Basile – il tempo intercorso tra il prima e il dopo della storia NBA. Il tempo in cui Steph Curry è diventato il più grande tiratore di questo sport. Per quanto tempo è per sempre? Il momento in cui il pallone lascia le mani di Curry per entrare in orbita e tuffarsi nel canestro, a più di otto metri di distanza. Il tempo in questa storia è tutto. Il tempo è buon amico. Il tempo è testimone. Il tempo ritorna. Il tempo è nelle mani dei bambini, e di chi gioca come un bambino. Chi non voleva essere Curry l’altra notte?”.
Nell’analisi di Basile, Curry è “una delle poche guardie che lascia il pallone prima di superare la metà campo. Cede il gioco al compagno sull’ala per andare a ruotare dentro l’area. Le difese lo braccano, si allungano ma lui ha affinato i movimenti per conquistare quei cinquanta centimetri sufficienti a colpire. Teoricamente sarebbero tiri da quattro punti, se solo ci fossero. Ogni volta che rilascia il pallone, ti porta in viaggio per due secondi, annulla i tuoi pensieri, perché sei come incantato, guardi l’orbita con meraviglia. La gente finisce per essergli grata”.
Candice Buckner sul Washington Post considera l’energia con cui Curry si aggira per il campo pari a quella di “un bambino scatenato in un negozio di giocattoli con il portafoglio di sua madre” oppure gli pare un Houdini del basket. “Il brivido di Curry è il suo inganno. Sembra sano come la Cherry Coke e suona come un pezzo rock ascoltato su uno yacht: leggero e arioso. Con Curry, lo spettacolo inizia prima della partita, quando i telefoni cellulari catturano ogni colpo dal logo di metà campo, tirato con invidiabile naturalezza. L’attesa del record ha portato i newyorkesi a comportarsi come dei voltagabbana, martedì sera. I tifosi si alzavano dai loro posti ogni volta che i Warriors prendevano la palla, finché è partito il tiro decisivo e un difensore dei Knicks di nome Alec Burks ha cercato di alzare la mano, un tentativo di fermare l’inevitabile. La tripla ha bucato la rete e il Madison Square Garden – l’arena conosciuta come la mecca del basket – ha capito che era giunto il momento di celebrare il più grande showman di questo gioco”.
Emanuela Audisio per Repubblica scrive stamattina che “Curry è un architetto che disegna il suo spazio e i suoi canestri. Li mette dove vuole, sempre da molto lontano. Indovina traiettorie, ha un radar negli occhi e un navigator nella testa. Non puoi difenderti da uno che tira (e ci prende) da quasi metà campo, non una volta per caso, ma ogni volta che vuole Allen tirava da sopra la testa, Curry all’altezza del suo occhio destro. Stilisticamente non un granché, ma è un dettaglio tecnico che influenza la lunghezza del tiro. Allen aspettava di essere al massimo della sua elevazione per tirare, mentre Curry lo fa all’inizio: la sua palla parte più bassa di 10 centimetri rispetto agli altri, ma tutto viene compensato dalla sua velocità di esecuzione e dalla traiettoria arrotondata. Il suo angolo di tiro è tra i 50 e i 55 gradi (quello degli altri è a 45), l’apogeo invece è a 4,95 metri di altezza, 10 centimetri più alto degli altri. È stato calcolato che con questa traiettoria il canestro per Curry diventa il 19% più grande. Curry diverte, porta gioia, la sua minaccia è sottile, non aggressiva. Piace ai bambini, è un grande mangiatore di pop-corn, ha fatto la lista di quelli più buoni nei 29 stadi Nba. Come gli disse sua mamma Sonya in un giorno in cui Steph, 13 anni, aveva giocato male e perso: «Non permettere a nessuno di definirti, scrivi tu la tua storia»”.
Secondo Marco Belinelli, che firma un intervento sulla Gazzetta dello sport, “è un giocatore incredibile: non solo per il tiro, ma anche per la fiducia con cui gioca. Ha una convinzione nei suoi mezzi che ho visto veramente in pochi, e questo gli fa fare cose che per altre persone sembrano disumane. E che lui invece riesce a rendere semplici. Gli invidio la velocità di esecuzione, perché riesce a caricare il tiro in una frazione di secondo. E sa fare canestro da distanze allucinanti. Ha un tiro bello da vedere, sempre abbastanza in equilibrio. Ha un ball handling devastante, palleggia veramente bene sia con la destra che con la sinistra, cosa che gli permette in una frazione di secondo di prendere e tirare, in qualsiasi situazione”.
Adesso mancano 23 triple per arrivare a tremila. E arriveranno.