Riflessioni sulle molestie a Greta Beccaglia
“Mi domando se nel giornalismo televisivo sportivo la ricorrenza di conduttrici e croniste con fisico da pin up (possibili talenti, come detto al punto 4) sia una casuale ricorrenza statistica, cioè se le pin up proliferino lì più numerose che in natura o se sia invece un criterio di selezione adottato da chi ha il potere di scegliere – editori, direttori, capiredattori – con la speranza di sollevare, si dice, l’audience. Perché se così fosse – ma è solo un dubbio – sarebbe questo, credo, il punto” – di concita de gregorio, Repubblica
parole Cosa dice Greta Beccaglia nel giorno del ritorno allo stadio
➣ Il suo collega Giorgio Micheletti è stato sospeso dalla conduzione per averle detto “di non prendersela”. «Giorgio per me è un padre professionale, e sono certa che quella frase, seppure infelice, l’abbia pronunciata con un altro intento. Voleva dirmi di stare calma, di non spaventarmi. Infatti appena ha capito cosa stesse succedendo mi ha difeso. Anche il cameramen, poverino, non sapeva che fare in quel momento».
➣ Tanta solidarietà, ma anche qualche provocazione. Cosa dice a chi sostiene che ora lei stia cavalcando l’onda della notorietà? «Ne ho sentite di tutti i colori in questi giorni. Ma sa cosa le dico? Non mi interessa. Mi hanno detto che ora ho molti più follower… Come se mi importasse. Non ci ho fatto nemmeno caso. E comunque avrei fatto volentieri a meno di questo tipo di notorietà. Avrei evitato volentieri di perdere il sonno». – intervista di federica cocchi, la Gazzetta dello sport
testimonianze Giorgia Rossi
«L’effetto sorpresa non è irrilevante, perché non ti aspetti un gesto di quel genere. La mia professione è una priorità, ma quando viene intaccata la sfera privata anche nel contesto professionale si può reagire. Io tendenzialmente sono molto istintiva e penso che il mio primo slancio sarebbe stato quello di andargli contro, di sfidarlo, dirgli che non poteva andarsene e passarla liscia. A me però è sempre andata bene: non è mai successo, nessuna molestia né fisica né verbale. Quando sono in diretta tendo a isolarmi e non ci faccio caso. Mi sono capitati cori, ma non di quel tipo. Finché dicono che sei una bella ragazza con toni coloriti va bene, stai al gioco; ma quando si esagera diventa un’offesa. Non siamo ipocrite, essere una bella ragazza ti può aiutare in un ambiente come quello televisivo, però credo che bisogna togliersi l’idea di fare sempre una distinzione costante tra uomo e donna. La distinzione è tra professionista e professionista, nel bene e nel male; critiche comprese. È giusto che le donne abbiano pari possibilità, ma è anche giusto che chi le ha sia seria, professionale e preparata». – intervista di renato franco, Corriere della sera
“Ho voluto rivedere più volte gli attimi, meno di un secondo, delle immagini incriminate e ho visto: una ragazza carina con microfono, jeans e giubbino, raccontare la fine della partita Empoli-Fiorentina all’uscita, un gruppo di tifosi maschi come sempre eccitati correre via, e il più arrabbiato, immagino io, per la sconfitta della sua squadra ha sfiorato con la mano sinistra la natica destra della giovane cronista che, sorpresa per un secondo, da brava professionista ha continuato il suo lavoro. Bisognerebbe anche ricordare che il tifoso non è solitamente maestro di bon ton, e ne fa anche di molto peggio: e al massimo gli fanno una sgridatina e via. Io sto ovviamente con la collega, ma non col clamore che ha suscitato, non meno indignato (ma mi auguro più brevemente) di quando un reporter viene ucciso sul suo lavoro, come purtroppo capita. Ho letto e sentito i soliti sfregi all’italiano, per esempio definire schiaffo (che si riferisce solo al volto) la manata sul sedere, chiamare “parti intime” le natiche valorizzate dai jeans quindi non particolarmente occultate, definire “palpeggiamento” un tocco veloce e paragonarlo a un “crimine“. C’è chi mi ha scritto come uomo “di sentire il dovere di proteggere le sue donne” (non so le altre), guai se capitasse loro una cosa così, saprebbero cosa fare! A parte che le donne sono in grado di difendersi, malgrado la moda, del resto già alla fine, del vittimismo: decenni fa quando ventenni sui tram affollati una mano o altro sul sedere era abituale, ci eravamo allenate con un famoso colpo di fianco che provocava mugolii al malcapitato villano e stroncava ogni suo maldestro tentativo di sopruso. Forse eravamo più forti, forse più cattive, forse persino più allegre. Per cui mi dispiace io, e spero non solo io, oggi voglio fare la differenza tra offesa e crimine e penso che una mano sul sedere esiga delle scuse ma non meriti l’ergastolo, anche perché penso che nel tempo del fattaccio tre persone morivano sul lavoro. Tutti ad occuparsi di quel sedere, nessuno di quei tre morti. Quindi grazie Repubblica, che non sempre mi piaci, per aver osato ricordarcelo e farci provare vergogna. – di natalia aspesi, Repubblica