La Corsica e il suo sport, 200 anni dopo Napoleone

DI ELENA BUONOCORE

 

▻  Nella vigna di San Giovanni sopra Sanremo, Italo Calvino faceva il rossese. Al mattino presto, con l’aria chiara, si poteva vedere la Corsica. Gli pareva una nave carica di montagne, sospesa laggiù all’orizzonte. Un’isola che per molto di tempo di sé non ha saputo cosa mettere in rilievo, come raccontarsi, se enfatizzare il grido violento dell’indipendentismo o un’ansia minoritaria di integrazione. Tra i quattro principali novellisti corsi, Renucci appartiene alla prima fase nella quale si teorizzavano le virtù di una francesizzazione della Corsica; Carlotti, Grimaldi e Viale alla seconda, nella quale sono emerse le contrarietà. Lo scopo tutto della letteratura popolare era quello di abbattere i pregiudizi su un popolo dipinto dalla stampa di Parigi come barbaro, selvaggio e senza rispetto delle leggi. 

Tutta colpa di Napoleone, si diceva già nel 1987 in un dossier di  25 pagine dall’Evènement du jeudi dal titolo sorprendente – per l’epoca, non oggi: Bisogna condannare Napoleone al rogo? La rivista istruì un vero processo, chiuso da un verdetto sostanzialmente di condanna, un verdetto che metteva fine all’immagine di Napoleone precursore della modernità, sottolineando il megalomane reazionario da cui aveva preso origine il male francese e soprattutto il male della sua isola d’origine. Per lo scrittore all’epoca ottantenne Henri Guillemin, l’aquila imperiale era stata semplicemente un gangster, un personaggio immondo, immorale, una bestia vorace, un ruffiano, un traditore della rivoluzione, un calpestatore delle assemblee legislative, l’istitutore di un regime poliziesco, il fautore della violazione del segreto epistolare, il precursore delle microspie. Rafforzando il centralismo, facevano notare, Napoleone aveva alimentato le rivendicazioni separatiste. Complessato per via delle sue origini corse, come Stalin lo sarebbe stato dalle origini georgiane, l’imperatore avrebbe distrutto i particolarismi locali e trasformato l’isola in una riserva di carne da macello per le sue campagne militari, in una terra d’esilio e di assistiti. Lo schema voleva che la Corsica dovesse a lui la propria disgrazia, lui, lontano responsabile dei moti indipendentisti che in quegli anni Ottanta ancora lasciavano sangue e sangue e sangue lungo le strade.  

 

  La Corsica nello sport aggiungeva altro dolore. Al Rally del 1986, uno dei più duri del calendario mondiale, Henri Toivonen morì con il suo navigatore Sergio Cresto nel rogo della loro Lancia Delta S4 ufficiale. Erano in testa dopo 17 prove speciali con un vantaggio di quasi tre minuti sul francese Bruno Saby. Uscirono di strada sulla discesa del Col d’Ominanda, in una curva a sinistra che non era nemmeno così insidiosa, ma troppo a ridosso di un burrone ripido, senza un guard-rail, senza un muretto, c’erano solo gli alberi di sotto. Ne presero uno in pieno rovesciandosi di fianco, il serbatoio sotto i sedili fu schiacciato fino a creparsi. La benzina avvolse il turbocompressore. Morirono due minuti prima delle tre del pomeriggio dentro una macchina che si era adagiata sul suo tetto.

Jerome Ferrari, scrittore corso, dice che un romanzo è sempre la fine di un’illusione. Mi pare. O forse confondo. In Balco Atlantico, simbolicamente – siamo portati a credere – un suo personaggio viene assillato da falsi ricordi. Il contrario dell’amnesia. La produzione inconsapevole di memorie del tutto immaginarie. Quello che accade agli individui e alle comunità che hanno problemi nella costruzione di un’identità. Ci si reinventa un passato, si ingessano i ricordi, si attribuisce loro un significato univoco che in origine non avevano. L’identità ha sempre a che fare con il desiderio, con quella che vorremmo fosse la realtà e la nostra storia. 

La storia del calcio corso giunse al suo culmine nella primavera del 1978. Quando il Bastia si spinge fino alla finale di Coppa UEFA. Aveva in panchina Pierre Cahuzac, che già aveva portato la squadra a un’incredibile finale di Coppa di Francia, alla vittoria nella Supercoppa francese, al terzo posto in campionato dietro Nantes e Lens. Oggi uno stadio ad Ajaccio porta il suo nome, così come una delle tribune a Furiani. Suo nipote Yannick gioca nel Lens dopo alcuni anni trascorsi proprio al Bastia. Aveva un gioco molto offensivo, segnò 82 gol nell’anno dell’ascesa in campionato, la metà dei quali con il centravanti François Felix e il mancino jugoslavo Dragan Dzajic. Ventidue a testa. A fine stagione però Dzajic se ne tornò a Belgrado. Il presidente Paul Natali lo rimpiazzò andando a prendersi dal Valencia Johnny Rep. Per convincerlo si portarono dietro le fotografie del mare. 

In difesa spiccava tale Orlanducci, coraggioso, ruvido, marcatore spietato. In lui veniva identificato lo spirito indigeno, mentre a centrocampo giganteggiavano Lacuesta e Larios, molto tecnici, la risposta isolana al reparto che in Nazionale stava prendendo una faccia di qualità purissima con Tigana, Giresse e Platini. Il magnifico dei magnifici era Claude Papi, sette gol in quella Coppa UEFA e una convocazione per i Mondiali 1978. Ebbe una carriera ridotta a tre presenze perché Michel Platini, si dice, non lo aveva in simpatia. 

Il Bastia divenne incontenibile quando quasi per caso, per un infortunio che tenne fuori Felix, scoprì di avere un attaccante sensazionale in Abdelkrim Merry Krimau, un marocchino sottile e veloce, che fino a quel momento una partita la imbroccava e due se le guardava. Fecero fuori lo Sporting Lisbona, il Newcastle, il Torino dei 50 punti di Radice giocando al Comunale di Torino una partita di ritorno sul campo bianco per la neve e  con 15 mila spettatori arrivati dalla Corsica. Krimau segnò due gol. Superarono il Carl Zeiss Jena, il Grasshoppers, persero la finale contro il PSV Eindhoven. Il sito Storie di calcio ha ricostruito le righe che l’Équipe chiese al poeta Vittoriu d’Albitreccia in lingua madre per l’occasione. 

Da Levante a Punente, l’Auropa scummossa hà scupertu una squatra, un’isula, un populu è i ghjurnali di tutti i paesi indicanu induv’ella si trova a CORSICA! Dimula franca, hè questa a più bella vittoria di BASTIA!

 

  Prima che invece fosse la Francia a coinvolgere Ajaccio e Bastia, sono dovuti passare altri trentacinque anni. La gran festa del Tour non ha messo piede in Corsica prima del 2013, per l’edizione numero 100 che coincideva con l’anniversario 110 della prima. Scrisse Leonardo Coen sul Fatto quotidiano che qualcuno arrivò a calcolare che l’isola di Napoleone costava al paese 3,6 miliardi di euro l’anno in aiuti e che i cinque milioni spesi per avere sul territorio la partenza della corsa non erano poi questo grave scandalo. Le Figaro parlò di corsa malata di denaro sporco”. Alla vigilia della prima tappa, il prefetto consigliò gli abitanti di restarsene a casa per paura di un attentato indipendentista, l’alibi che ha emarginato la Corsica dal Tour(sempre Coen). Maurizio Crosetti, in Francia per la prima maglia gialla, trovò un ventaccio che sbatte nuvole nerissime contro la montagna, sopra un mare all’improvviso di peltro

La Corsica ha avuto un solo ciclista di livello, Dominique Bozzi, di Ajaccio. Ha smesso nel 1997 dopo aver vinto solo due corse, una in Bretagna e l’altra a casa sua. «Non ho mai pedalato per me stesso, ma per la mia terra», è una frase che gli è stata attribuita, «allora c’erano solo 200 tesserati in tutta l’isola, adesso sono 960». Andò a finire che il pullman della Orica GreenEdge, squadra australiana, si incastrò sotto l’arco del traguardo. Chiamarono i pompieri per portarlo via di lì, gli sgonfiarono le gomme, mentre un trattore spaccava l’asfalto, alla fine di una tappa che andò per strade strettissime e piene di rotonde, spigoli, marciapiedi, irregolarità.

 

Irregolare era stata la vita di Jacques Anquetil, che vide rifugiarsi in Corsica a un certo punte Annie. Era andata così. Come Fausto Coppi, anche lui si era innamorato della moglie del suo medico, Janine detta Nanou, e l’aveva sposata. Lei aveva già due figli, la prima Annie e l’altro Alain. Vivevano, raccontò in un pezzo Gianni Mura, a 20 minuti da Rouen in un’enorme villa che era stata dei Maupassant e che aveva ospitato anche Flaubert. 

Jacques – queste sono parole di Mura – fa il castellano-contadino su vasta scala. Di notte studia le stelle o va nei boschi a fare il verso del cinghiale, e i cinghiali gli rispondono. Jacques vuole un figlio suo («a costo di mettere incinta una puttana»), Janine, 6 anni più di lui, non può più averne. La soluzione è in casa, la diciottenne Annie. Senza pressioni psicologiche, dice Nanou, va con Jacques e mette al mondo Sophie. Anche Alain s’è sposato, con Dominique. Ma Dominique non piace alle altre donne del castello, Annie se ne va in Corsica. Per farla tornare, Anquetil fa girare la voce che gli piace Dominique. Non è solo una voce perché Dominique partorisce Christophe, secondo figlio di Anquetil, che se lo godrà per pochi mesi. In questo periodo lo chiamano il Sultano.

 

  Ma Jerome Ferrari non ha ragione fino in fondo. Non tutto è solo ricordo o amnesia. Il Bastia di oggi, dopo essere fallito e aver ricominciato dalla parte inferiore della piramide del calcio francese, è stato appena promosso in serie B. Con due punti di forza, mi dicono, in Yohan Bocognano, ajacciano di nascita, 30 anni, un veterano delle squadre dell’isola, alla terza promozione nel club, in Antony Robic, attaccante, 35 anni, marsigliese, capace di tradurre la sua esperienza in 10 gol e 7 assist. Questa è la punta dello sport corso 200 anni dopo Napoleone. Sembrerebbe un finale holliywoodiano, felici e isolati, se non fosse che l’altra squadra dell’isola, il Bastia Borgo lotta nello stesso campionato per non retrocedere. Per non sentirsi dire Ei fu. 

 

 

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