Sembra House of Cards: stop alla Superlega

  La Superlega tutto il blocco è durata due giorni. Ha vissuto in piena salute per 24 ore quasi solo negli editoriali neoliberisti e vetero-ruffiani. A metà pomeriggio, con le squadre inglesi prese dai rimorsi, le sfide del nuovo football e il futuro inevitabile iniziavano ad assomigliare a un trofeo Super Birra Moretti, per mutarsi definitivamente intorno a mezzanotte in una nuvola di borotalco, con il ritiro del Manchester City per primo e a seguire delle altre cinque di Premier, sotto i colpi delle proteste del popolo che il calcio l’ha inventato. I tifosi del Chelsea hanno fermato il pullman della squadra che andava allo stadio, Cech è sceso a mediare: «Dateci tempo». Il Barcellona ha consegnato l’epilogo all’approvazione dei suoi soci, come prevede una clausola fatta inserire da Joan Laporta. L’Atlético viene descritto come sul punto di ritrovare la sua natura colchonera. Power to the people. E pure il Football. A lungo sono rimasti fedeli all’idea insieme con Florentino e Agnelli le due di Milano. Un trionfo. Almeno avremmo avuto una squadra italiana in finale. Poi l’Inter ha rovinato il clima festoso della maggioranza dei divani italiani e ha fatto sapere che «il progetto allo stato attuale non è più ritenuto di interesse».

Ora. Finché il Milan vacilla ma non cede, resta ancora salva la chance di un triangolare Milan-Juventus-Real con girone da ripetere dodici-tredici volte, questo si vedrà. Se poi anche il Milan si dovesse defilare, ci buttiamo a fare concorrenza al trofeo Gamper.

Un castello di carte lo chiama stamattina l’Équipe

 

i sentimenti | Come sia potuto succedere è un bel quesito. Probabilmente le proprietà straniere dei club inglesi hanno sottovalutato la portata dello strappo rispetto alla visione europea dello sport, ricordata addirittura da Thomas Bach, numero 1 del CIO, il capo di un movimento olimpico quasi mai in empatia con il pallone. «Il nostro modello sportivo europeo – ha detto – è minacciato. Sta perdendo terreno rispetto agli obiettivi puramente orientati al profitto degli investitori degli sport commerciali. Se tutto viene guardato solo da una prospettiva aziendale, la missione sociale dello sport è persa». 

 

  In quella che sarebbe diventata la giornata mondiale degli hombres vertical, alla voce scettica di Klopp si sono aggiunti:

Uno: l’ammutinamento dello spogliatoio del Liverpool con le parole del capitano Henderson: «la Super League non ci piace e non la permetteremo. You’ll never walk alone», pronunciato come se fosse Hasta la victoria siempre. Il nipote di Bill Shankly, allenatore molto working class tra 1959 e 1974, aveva chiesto di togliere da Anfield la statua del nonno. «Si starà rivoltando nella tomba». L’anno scorso, sempre appellandosi allo spirito socialista di Shankly, i tifosi avevano già spinto il club a fare marcia indietro sulla richiesta di accesso ai fondi statali per le aziende in crisi finanziaria dovuta al covid. 

Due: la contrarietà da Leeds di Bielsa, fedele all’idea che abbiamo di lui. «Se dovesse esserci uno squilibrio, dovrebbe essere a favore di chi tifa il calcio, che ama il gioco. Ma è difficile da capire per chi considera il calcio soprattutto come un business».

Tre: un messaggio da Barcellona di Piqué (che però da manager la Coppa Davis l’ha rivoluzionata): «Il calcio appartiene ai tifosi, ora più che mai». 

Quattro: le parole significative di Guardiola da Manchester. «Lo sport non è sport quando il rapporto tra impegno e ricompensa non esiste. Non è più uno sport se la sconfitta non conta». 

 

Questo sarebbe un altro spunto: l’accento non sulla vittoria, ma sulla sconfitta che dà dignità all’idea di sport. Meraviglioso Guardiola. Che il cielo lo tenga per sempre lontano dall’Italia. 

 

  Vincent Duluc su l’Équipe parla della giornata in cui tifosi, allenatori e giocatori in Inghilterra hanno resistito al tradimento dei proprietari, ricorda che non è stata la prima protesta dei tifosi inglesi contro lo sviluppo economico del calcio. Ma questo è un evento che resterà.

Questa è l’Inghilterra, scrive, “culla del gioco avvolta nel suo amore per il calcio, nel suo rispetto per la storia, nel suo attaccamento all’idea che un club sia prima di tutto una comunità, nata dalla classe operaia alla fine del XIX secolo, l’Inghilterra che chiama i promotori della Superlega traditori, dodici bastardi o cospiratori, secondo la stampa a cui piacciono i sinonimi. Dei sei proprietari accusati di tradimento, solo uno è inglese, quello del Tottenham, John Lewis. Gli altri, all’opera in un’isola che ha deciso di ritirarsi in se stessa, avevano giudicato male la tempesta scatenata. Il calcio inglese si sentirà orgoglioso di questa lotta che lo ha aiutato a ricordare collettivamente la sua storia, la sua responsabilità e il suo posto nella comunità

Stiamo parlando del paese nel quale le campagne di Marcus Rashford hanno fatto fare marcia indietro al governo conservatore di Johnson per due volte sulla refezione scolastica, spingendolo verso decisioni meno elitarie e più solidali. 

David Conn sul Guardian offre appunto una lettura della storia attraverso la lente della politica interna britannica. Questo scenario era previsto esplicitamente da anni: un piccolo gruppo di club sarebbe diventato molto più ricco degli altri e avrebbe dominato in modo irresistibile, fino alla fuga come una logica destinazione finale. Eppure, nessuno è intervenuto con decisione. L’improvvisa scoperta del calcio da parte di Boris Johnson come terreno su cui sistemare il partito conservatore rientra chiaramente nella strategia di corteggiare nuovi elettori nelle ex sedi del “muro rosso” del Nord e delle Midlands, prese dal Labour nel 2019. I conservatori non hanno bisogno di sondaggi per sapere che molti di loro sono tifosi di calcio. Questa difesa dei valori tradizionali del calcio è arrivata pochi giorni dopo la rivelazione secondo cui Johnson era favorevole all’acquisizione del Newcastle da parte di un fondo sovrano dell’Arabia Saudita. Eppure l’apparente contraddizione tra quel sostegno e la sua condanna oggi del “ridicolo” piano della Super League, non significa che il suo minaccioso annuncio di legiferare sul tema sia necessariamente un discorso vuoto. Resta da vedere se Johnson produrrà davvero una legge, intanto i club sono stati scossi dal volume alto degli oppositori e da un primo ministro che si è speso al riguardo.

 

  E poi il calcio italiano. No, niente. Il calcio italiano: fine. 

O meglio. 

Mentre gli allenatori italiani delle squadre interessate – i Pioli, i Conte, i Pirlo – come sottolineato su Twitter da Gianni Agostinelli (aka Beppe Viola Fc) per ora si vogliono focalizzare sul turno infrasettimanale. In quanto a spettacolo e profondità di pensiero i nostri fanno sempre 0-0. Tatticamente impeccabili, come sempre, si sono sentite la voce coraggiosa di Juric («Chi ama il calcio non può apprezzarla. Togliere emozioni a una città… non ho parole»), quella ovvia di Ranieri («Il bello del calcio è questo, è il più piccolo che può competere con i giganti mondiali e ambire a traguardi importanti. Il cammino del mio Leicester racchiude lo spirito, l’essenza dello sport»), quella stentorea di Mihajlovic  («Vadano. Giochiamo senza di loro») e la voce più esplicita di tutte, Roberto De Zerbi. «È come un colpo di stato, si va a ledere il diritto che il più debole possa farsi strada. Come se un figlio di un operaio non possa sognare di fare il chirurgo o l’avvocato. Non ho piacere di giocare la partita perché il Milan fa parte delle tre squadre che hanno fatto questo. Se me lo permettessero, non giocherei». 

 

  la finanza | Paolo Tomaselli sul Corriere della sera analizza i numerosi calcoli sbagliatidegli ideatori della Superlega, parla di una comunicazione disastrosa, e scrive che non è il caso di farsi troppe illusioni sulla forza motrice del pallone come sentimento. Il terreno che viene a mancare rapidamente sotto ai piedi degli scissionisti è fatto di soldi, politica, interessi forse ancora più alti di quelli della Superlega stessa. L’asse franco-tedesco è stato decisivo, perché pensare di fare una Superlega senza le ultime due finaliste – Psg e Bayern – è un rebus senza soluzione. Non perché Neymar o Lewandowski sono giocatori straordinari, ma perché quello tedesco è il secondo mercato del calcio dopo quello inglese, con sponsor pesantissimi che investono anche nella Uefa: i club principali non hanno debiti e grazie alla loro composizione societaria hanno il polso della loro tifoseria. Il Psg dei qatarioti non può, nemmeno volendolo, andare contro Uefa e Fifa, dato che Doha ospiterà il (discusso) Mondiale 2022. A questo si aggiunge la composizione dei fondi che avrebbero finanziato la Superlega: sarebbe coinvolta l’Arabia Saudita, con la quale lo stesso Qatar è in cattive relazioni. Il romanticismo può attendere, insomma. O al massimo fare da sfondo

Giancarlo Dotto sul Corriere dello sport-Stadio trova sia assurdo e ridicolo chiamare questa losca faccenda una “guerra di religione”, presentarla come un “conflitto tra il bene e il male” , “i buoni e i cattivi”. In guerra qui sono due soggetti che discendono dalla stessa matrice. Lo sfruttamento intensivo del sistema calcio e lo stupro del tifoso, da soggetto rilevante di un rito che nasce come religioso e tribale a mucca da mungere fino all’ultima stilla. La costola che si è staccata nella notte dei lunghi coltelli, una costolona, porta il concetto all’esasperazione. La cancellazione definitiva del tifoso, ridotto a un pupazzo un po’ coglione da ingozzare a tempo pieno con l’idea di un super “divertimento” (parole e musica dell’ultimo Perez, nella versione grottesca e spudorata del “salvatore della patria”) che è pura plastica, mangime per polli d’allevamento. Roba per lobotomizzati.

  In un intervento su Repubblica, gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno definito ingenuo e ipocrita al tempo stessola convinzione dei fautori della Superlega che essa sia l’unico strumento per evitare il collasso finanziario del calcio, colpito dalla pandemia, e che aiuterà anche gli altri club perché condivideranno parte delle entrate addizionali. L’aumento delle entrate previsto dal business plan – scrivono – è molto ottimistico. Ma se anche fosse realistico, senza salary cap le maggiori entrate arricchiranno i giocatori e soprattutto le superstar. Anzi, tra pochi anni i club della stessa Superlega potrebbero essere ancora più in difficoltà di oggi: poiché il premio in caso di vittoria è ancora più alto, maggiori saranno gli incentivi a tentare il tutto per tutto. Il risultato sarà un’asta sanguinosa per i giocatori migliori. Hanno definito disastrosa la sua partenza, anche per gli standard del mondo degli affari, non certo un ambiente per anime innocenti” e considerano che lo sfaldarsi della coalizione potrebbe chiudere la carriera di più di un manager.

 

  le prime conseguenze | Se ne è già andato il numero 2 del Manchester United di proprietà Glazer, il vice presidente esecutivo Ed Woodward, un cognome che evocherà per sempre uno scandalo, il Watergate, per via del cognome del giornalista Bob che fece lo scoop al Washington Post. Dettagli. Ian Herbert sul Daily Mail considera che anche se è Woodward a prendere la pallottola per la decisione monumentalmente sbagliata di rinunciare a 143 anni di storia dello United e iscriversi alla Super League, il co-presidente Joel Glazer è il re del feudo. Lui e la sua famiglia rimarranno una presenza invisibile come lo sono dal momento del loro ingresso a Old Trafford, nella scia di un’acquisizione che ha fatto accumulare debiti al club. Ma ci saranno conseguenze per i proprietari. La lotta dei tifosi per sbarazzarsene si ravviverà.

Non sembra preoccupato invece Andrea Agnelli. Ha interrotto il suo silenzio stamattina con due interviste: una lunga due pagine con il direttore del Corriere dello sport-Stadio, Ivan Zazzaroni, e l’altra di una pagina e mezza, accanto alla pubblicità beffarda di un materasso che dice troviamo un posto ai tuoi sogni, con il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, dopo svariati anni in cui il club non ha concesso interviste al giornale per una linea considerata poco gradita. 

Agnelli esordisce parlando della sua associazione con un riferimento infelice («Fra i nostri club c’è un patto di sangue») che appaia le parole di Florentino Pérez, finite su un terreno altrettanto sdrucciolevole: «Chi è dentro non può uscire». 

Nel giorno in cui gli ultrà della sua squadra hanno messo uno striscione chiedendo non infangate le nostra storia, Agnelli si dice certo del cento per cento di possibilità di successo» della Superlega. Dà risposte con un tono secco a Repubblica, più lunghe e articolate al Corriere dello sport-Stadio

Ritorna su un tema che gli è caro da molto: «I più giovani vogliono vedere i grandi eventi e sono meno legati agli elementi di campanilismo che hanno segnato le generazioni precedenti, compresa la mia. Un terzo dei tifosi mondiali segue due club che spesso sono tra i fondatori della Superleague, il 10 per cento segue i grandi giocatori e non i club, due terzi seguono il calcio più per “il timore di perdere qualcosa” che non per altro, e il dato più allarmante è che il 40% per cento di coloro che hanno fra i 16 e 24 anni non ha interesse nel mondo del calcio. Andare a creare una competizione che simuli ciò che fanno sulle piattaforme digitali – come Fifa – significa andargli incontro e fronteggiare la competizione di Fortnite o Call of Duty che sono i veri centri di attenzione dei ragazzi di oggi, che spenderanno domani». 

 

Qui siamo dalle parti di Sportify. Ma non è il momento. 

 

Il presidente del club che ha vinto gli ultimi nove scudetti e perso le ultime venticinque Champions certifica in modo definitivo – come dicono quelli che parlano bene – il suo pensiero. «Il calcio non è più un gioco ma un comparto industriale e serve stabilità». Non è già più dunque una guerra tra due mondi, come scriveva Francesco Saverio Intorcia su Repubblica ieri. Il mondo per Agnelli + Pérez è solo uno. 

A questo punto – ma il discorso si fa lungo e ora questa newsletter deve partire – dovremmo domandarci che ci facciamo noi, a tifare per un comparto industriale

Non so voi, ma io per esempio non ho mai fatto il tifo per Forgiatura Morandini o Esselunga. Agnelli ha detto anche di aver parlato «con Gianni Petrucci, presidente della Federazione italiana pallacanestro. Nel basket hanno trovato una coesistenza. È un precedente e riguarda il secondo sport europeo. Se osserviamo il percorso che ha portato alla nascita dell’Eurolega e dell’Eurocup troviamo un percorso analogo al nostro. Perché il calcio no?».

Dice che i giocatori della Juve hanno reagito in maniera un tantino diversa da quelli del Liverpool: «Mi hanno chiesto quando si comincia». Sostiene che chi si oppone è un populista e che l’UEFA invece è monopolista. E qui i più maligni di voi staranno pensando che sul tema dei monopoli la famiglia proprietaria della Fiat ne sa più di noi. Siete cattivi, non vi facevo così. «Se il sistema calcio – dice Agnelli – non dovesse permettere alle singole società di esercitare le libertà previste dal Trattato Ue dovremmo riflettere con attenzione. Per le implicazioni che potrebbero esservi in altri ambiti della società civile».

 

la politica l’Unione Europea | Il clima politico a Bruxelles, lo descrive Francesco Verderami su Corriere della sera. La grave esposizione finanziaria del mondo del pallone – raccontano fonti istituzionali europee – avrebbe portato Real e Barcellona a far pressione sul governo iberico per far inserire le società calcistiche nel Recovery plan come «settore in difficoltà da sostenere». La voce è arrivata fino alla Commissione a Bruxelles, dove peraltro si stanno confrontando due diverse scuole di pensiero: da una parte chi sostiene che la Super lega non confligge con le regole dell’Unione, visto che c’è il precedente dell’Eurolega di basket; dall’altra chi sta valutando come intervenire, considerando (appunto) la diversa portata sociale del calcio. La Ue non può accettare «uno scisma».

Valerio Piccioni sulla Gazzetta dello sport aggiunge: Se è vero che da anni l’Eurolega ha ormai vinto sul campo la partita con la Fiba e le federazioni nazionali, non c’è mai stato un pronunciamento definitivo sulla questione. Dal 2016, quando le parti si sono nuovamente denunciate presso la Commissione Ue, tutto tace: la procedura non è stata né archiviata né attivata. In ogni caso, la sensazione è che quel precedente non sia per ora destinato a fare scuola

Per definire cosa sia lo sport per la UE, Piccioni cita stralci dal Libro bianco del 29 marzo 2007.

Basti la premessa di quella del 29 marzo 2007: «Considerando che il calcio professionistico ha una duplice dimensione, economica e non economica». E ancora: «Considerando che lo sport europeo, e il calcio in particolare, costituisce una parte inalienabile dell’identità e della cittadinanza europea, e che il modello del calcio europeo, caratterizzato da competizioni sportive aperte all’interno di una struttura piramidale nella quale diverse centinaia di migliaia di società amatoriali e milioni di volontari e di calciatori costituiscono la base per i club professionistici più prestigiosi, è il risultato di una lunga tradizione democratica e di un sostegno popolare nella società nel suo complesso»

  Visto che lo abbiamo chiamato in causa un paio di volte, diciamo pure che Gianni Petrucci ha parlato a Sky Sport: «Sono preoccupato e rattristato rispetto a questo modello della Super Lega. È contro la nostra cultura sportiva. Oggi sento molte dichiarazioni forti, anche sulla possibilità di escludere i giocatori dalle Nazionali. Ma io sono realista e vi chiedo: questi club, possono legalmente fare questa Super Lega? Le leggi europee lo permettono o no? Quando sono tornato in FIP dal CONI, Armani aveva appena firmato per 10 anni con Eurolega. Io volevo fermarli, ma non potevo. Ci sono tuttora ricorsi e cause in corso nella pallacanestro a livello europeo, ma l’Eurolega continua ad andare avanti – anzi, organizza due tornei con anche l’EuroCup – ed i club che ci giocano sono contenti di essere lì. Milano quando gioca in casa in Eurolega ha 12.000 spettatori, non c’è un seggiolino vuoto. La Reyer ha vinto due scudetti e comunque non si è qualificata? Dovete capire che a queste persone non interessano le regole dello sport. Quello che hanno in mente è il guadagno, il profitto. Nel basket noi come federazioni ci abbiamo provato a combattere questo. So benissimo quanto il calcio abbia un impatto sociale diverso, ma resto pessimista».

Ma allora con Agnelli che si sono detti?

Non si saranno capiti.

Se non altro, l’Olimpia Milano almeno ha vinto gara-1 dei quarti di finale di Eurolega contro il Bayern, con una magia sulla sirena di Zach LeDay (79-78), per la Stampa si tratta di una vittoria romanzesca

 

  «Io sognavo di vincere ai Giochi. Ce l’ho fatta e sono arrivati i guadagni. Ma i genitori mi avevano indirizzato alla scherma non per i successi ma perché crescessi in un ambiente sano. Oggi gli input sono sbagliati: conta il denaro, non il merito. Ma il denaro deve essere una conseguenza del valore».

Valentina Vezzali, sottosegretaria con delega allo sport del governo italiano intervistata da Flavio Vanetti, Corriere della sera

 

Così come hanno smesso di capirsi – sembra, poi chissà – Andrea Agnelli ed Evelina Christillin, che è il membro italiano in Fifa per nomina della federazione, ma di formazione juventina. «In questa storia – ha detto intervistata da Giulia Zonca per la Stampa – non ho dubbi, l’idea della Super Lega, così come si è presentata, non mi piace, travalica qualsiasi ordinamento sportivo nazionale e internazionale e “il modo ancor m’offende” come dice Dante. Più del cosa è il come che mi ha lasciato senza parole». 

Poi nell’immaginare che cosa avrebbe detto l’Avvocato Gianni di questa storia, Christillin risponde evocando una vicinanza tra il rampollo Andrea e Giraudo-Moggi-Bettega. «Mi ricorda una storia che va indietro nel tempo, quando la società voleva vendere Vieri e l’Avvocato ha detto “È come Brigitte Nielsen, fuori mercato” e in una notte lo hanno ceduto. C’era la triade allora. Si sarebbe sentito più o meno così». Bum.

 

i commenti | “La sconfitta degli avidi”, titola il Daily Mail parlando di guerra civile nel calcio e del giorno del contrattacco. Svergognati da tifosi, giocatori e politici, i padroni del campionato ribelle si sono arresi. Certo, scrive David Jones, il calcio si era venduto l’anima già anni fa, mentre Martin Samuel analizza le differenze che esistono tra i sei proprietari inglesi. 

Roman Abramovich – scrive – è sempre stato diverso e questo ha reso diverso anche il Chelsea. Lui è dentro per qualcosa in più dei soldi. Per la gloria e lo status. Per il soft power e per l’influenza. Non siamo stupidi. Ma nessuno brucia così tanti allenatori e giocatori senza davvero godere del momento in cui un trofeo viene sollevato in aria e i cannoni sparano coriandoli scintillanti. Quindi, ieri, sapeva di aver commesso un errore. Un grosso errore costoso. Lo stesso vale per lo sceicco Mansour del Manchester City. Pensate che abbia bisogno di massimizzare i ricavi a scapito della reputazione? Pensate che sia per questo che ha comprato una squadra di calcio? L’opportunità di business? L’autorità per gli investimenti di Abu Dhabi ha attività nella regione per 594 miliardi di sterline. Pensate che Khaldoon al-Mubarak, presidente del City, gestisca un club con gli stessi principi guida del vicepresidente esecutivo del Manchester United?.

Qui Samuel racconta una barzelletta tratta da uno sketch tv britannico su due homeless che al semaforo pensano a cosa farebbero se avessero i soldi di Rockefeller, e il primo dice all’altro che pulirebbe i vetri solo di lato. 

Questo è ciò che Chelsea e City sono per Abramovich e Mansour. Sono la pulizia dei vetri di lato. Sports washing, soft power, ego, date tutte le motivazioni che volete ai proprietari di questi due club, ma non sono coinvolti nel calcio inglese per le stesse ragioni dei capitalisti americani”. La battaglia non è finita, conclude il primo editorialista del Daily Mail, ma è la fine di un inizio sordido. 

Non è meno duro Henry Winter sul Times, operando lo stesso distinguo tra le quattro proprietà americane e le altre due, ma definendo tutti e sei i ciarlatani della Premier League che si sono arresi

Con molta durezza prosegue: Sapevamo tutti che i venditori di tappeti americani erano arrivati ​​in città, trasformandola nel selvaggio West. Che squallido piccolo sestetto ora appaiono tutti insieme. Alcuni si ritireranno, scapperanno dalla città, derisi nel loro cammino. Woodward è un brillante generatore di entrate, ma manca della consapevolezza e dell’umiltà per capire come dovrebbero comportarsi i club della statura dello United. La Super League è stata un affronto alla storia, all’etica e alle sfide della Coppa Europa. Woodward è diventato Icaro, credendo in se stesso, nei Glazers, nell’ingenua possibilità di cancellare decenni di meravigliosi duelli tra i club in Europa e scambiarli per della plastica. L’intero fiasco della Superlega è un esercizio di arroganza. Torneranno tutti indietro, prenderanno la strada della contrizione. Alcuni si nasconderanno. Questa è la posizione preferita di Kroenke. Sono codardi, lasciano agli altri il compito di affrontare una musica assordante. I loro rappresentanti dovranno iniziare a ricostruire la fiducia, andando all’Old Trafford, all’Emirates Stadium e altrove, scusandosi e riconoscendo gli errori. I sei della vergogna hanno speso milioni in consigli per questo progetto, quindi eccone alcuni gratuiti. Lasciate perdere i banchieri senza speranza. Uno che siede del consiglio di JP Morgan ha dichiarato che il miglior modo per rimanere resilienti in tempi difficili è quello di rimanere fedeli ai propri valori. La banca ha bisogno di acquisire una migliore comprensione del calcio, se vuole avventurarsi di nuovo in questo mondo. I sei e JP Morgan non hanno una bussola morale, questi giorni hanno dimostrato che il calcio ce l’ha. La lotta contro i cattivi proprietari è tutt’altro che finita. Ma c’è speranza. Conoscevamo tutti la minaccia che filtrava dalle sale dei consigli. Ora il movimento di resistenza è pronto.

Antonello Guerrera su Repubblica ha scritto che in Inghilterra le cose vanno così perché il calcio è comunità, tradizione e soprattutto l’unico collante rimasto tra generazioni, molto più che in Italia. Giulia Zonca su la Stampa ha scritto che la faccenda non è mai virtù contro denaro, ma non è neanche sempre solo questione di soldi.

 

  Marca ha titolato: Super Ridiculo. Per il catalano Sport la Superlega crolla. Javier Tebas, presidente della Liga, ha detto che Florentino Pérez «è confuso da dicembre e si è perso completamente, lo vedo malissimo. Non conosce l’industria del calcio, offre dati inesistenti che non maneggia. Penso che sia un grande imprenditore della costruzione, ma come presidente è un disastro». Da Barcellona il Mundo Deportivo continua a sostenere il progetto: del resto siamo nel paese in cui i due club principali hanno accumulato un miliardo e mezzo di debiti. 

Nel suo editoriale, Santi Nolla scrive che non è una battaglia tra ricchi e poveri. È stata messa sul tavolo una nuova competizione, che non intende sostituire i campionati nazionali ma una Champions League organizzata dalla UEFA che inizia a essere interessante solo a febbraio, in un contesto in cui il calcio attuale viene punito tra i giovani. Non si tratta di decidere tra affari e sentimento. Tutta questa divisione ha un punto demagogico. Nella pallacanestro, l’Eurolega e le Leghe convivono senza problemi. La Super League avrà promozioni e retrocessione e capacità di solidarietà se non muore prima di scattare la foto. Non è una lotta tra tifoso o cliente, non è come all’inizio del XX secolo, si tratta di gettare le basi per il calcio che verrà e l’interesse della maggioranza delle persone. Questa è la cosa importante. E bisogna farla nel modo migliore. Sicuramente tutti seduti a un grande tavolo, perché è in gioco il futuro del calcio.

 

Ho trovato bellissimo l’intervento su El País del giornalista e scrittore galiziano Manuel Jabois, del quale da oggi si va caccia d’ogni opera. Traducendo al volo (che sono già le 9 e 10) ha scritto: 

Jorge Valdano una volta ha detto di Messi che era Maradona ogni giorno. È una delle frasi più fortunate di Valdano, anche se la mia preferita è ancora quella secondo cui Romario è un giocatore da cartoni animati, perché ha dato la definizione esatta di un’emozione che molti di noi hanno avuto guardandolo giocare, anche i madridisti: l’emozione con cui era tutto possibile perché le sue mosse non obbedivano alla logica del gioco, ma a linee capricciose e imprevedibili. Con la frase del “Maradona ogni giorno”, però, Valdano ha detto qualcos’altro: ciò che ha reso speciale Maradona, che è stato a sua volta Maradona ogni giorno per molti anni, è stato essere più Maradona che mai nei giorni in cui doveva esserlo. Ecco perché una cosa in particolare mi dà fastidio della Super League europea: che il Madrid può giocare ogni anno contro il Manchester United, non una ma più volte, e quel che è peggio, senza conseguenze. Voglio dire, le partite dei grandi club europei sono tali perché, primo, si verificano quando molte circostanze si uniscono e, secondo, perché non puoi perdere: perché se perdi, te ne vai. 

Sapete quale partita non è mai stata giocata in una finale di Coppa dei Campioni o Champions? Real Madrid-Barça. È impressionante immaginare come sarebbe quella partita se mai si verificasse, cioè se entrambe arrivassero in finale, circostanza mai successa in più di 50 anni. Le cose più belle sono quelle che accadono quando non hai idea che accadranno mai nella tua vita. Capisco la disperazione dei club firmatari della Superliga verso le organizzazioni di UEFA e FIFA. Ma è impossibile per me credere che il calcio sarà migliore limitandolo; ci sono poche cose nella vita che sono migliori quando vengono chiuse agli altri, e non ce n’è nessuna che sia migliore quando viene chiusa a chi è al di sotto di te. Molte delle partite eccezionali sono eccezionali per via dei turni in cui vengono giocate, e i turni in cui vengono giocate sono ciò che rendono le squadre eccezionali. Non la loro aristocrazia, né il loro record, né il loro budget, anche se questi tre fattori, soprattutto l’ultimo, determinano che la Champions sia vinta da loro nel 90% dei casi. Deve essere il 100%? Il calcio è un affare da molto tempo e un affare corrotto, il cui regno, quello della UEFA e della FIFA, deve finire il prima possibile dopo il Mondiale del Qatar che già definiscono il migliore della storia. Mi sembra un bene che i club diventino gli organizzatori delle proprie competizioni, dopotutto sono i registratori di cassa dello spettacolo, ma aprendo le porte a chiunque, non chiudendole. E senza bruciarci ogni settimana le grandi partite, il modo più semplice per diluirle nell’indifferenza.

 

Ehi Jorge, non so se hai capito. Qui aspettiamo tutti cosa scrivi sabato. Qui si misura la tua florentina verticalità

 

prospettive | In tutta evidenza, in base al “teorema Frúscio e Primmera” (cfr Slalom ieri) il lavoro non è finito. L’UEFA resta un’istituzione screditata, come sottolinea Barney Ronay sul Guardian stamattina, quando dice che il nemico del tuo nemico non è sempre tuo amico – e anche i club hanno ragione su un punto: gli organi di governo del calcio sono stati egoisti e opachi. Ma aggiunge che se c’è una lezione qui, è nell’incredibile unità dei sentimenti”

L’eterogenesi dei fini è ben nota durante i referendum: sì o no. Così finisci dentro compagnie che spiazzano. Il Guardian si domanda: Come è possibile che Roman Abramovich sia diventato in un colpo solo il protettore del gioco del popolo, il nemico delle élite, l’oligarca delle masse. In che mondo siamo finiti? Quanto lontano abbiamo viaggiato attraverso lo specchio? Quali potenti farmaci allucinogeni ci sono stati somministrati per condurci nel giro di tre giorni in un luogo nel quale le orde di tifosi sulla Fulham Road possono proclamarlo in una vertiginosa trasformazione come il loro cavaliere bianco. Eppure è stato Abramovich a fare il primo passo in quello che nel giro di un’ora è diventato il più caotico dei ritiri. Un uomo noto per sembrare particolarmente indifferente alla maggior parte delle cose che guarda

Ronay torna sull’ipotesi che la Superlega sia stata nelle intenzioni di alcuni club solo un azzardo progettato per scioccare. Che razza di Super League è questa con 15 squadre, tre delle quali di Londra? Ma davvero? La ricerca di un’alternativa sembra più probabile. Era una postura estrema. Senza dubbio molte delle persone coinvolte volevano che andasse avanti. Ma così tanto avanti non ha senso.

Nel parlare di fine ignominiosa del progetto e di colpo di stato che meritava di essere represso, Jason Burt sul Telegraph scrive che “c’è il sospetto che gli artefici di questo piano abbiano ancora delle mosse da fare. Cosa? Non possono minacciare di staccarsi di nuovo, perché ora conoscono la reazione che provoca. Dovrebbe essere detto loro che non godono più di privilegi speciali, e questo include la rimozione dei loro rappresentanti dagli organi della Premier League. I proprietari faranno un altro tentativo in vesti diverse, ma non hanno più il potere – o la minaccia del potere – che possedevano prima dello scorso fine settimana. Non è questo il modo di comportarsi, né di dirigere una squadra di calcio.

Anche il Guardian avverte che mentre la Super League si ritira e si riorganizza, la battaglia, se non la guerra, sembra stia cambiando. Una riforma del calcio è assolutamente vitale: meglio se viene dal basso anziché in questa forma.

Sembra House of Cards.

Super House of Cards.

Andate a chiamare Kevin Spacey. 

Per favore, datecene ancora. 

 

La società di mercato, come concetto e come prassi, è sopportabile a un patto: che metta gli individui nelle condizioni di competere, se non ad armi pari, il meno lontano possibile dalle armi pari. La Superlega è il contrario esatto. È il capitalismo che non crede nel libero mercato: dunque non crede nemmeno in se stesso. di michele serra, la Repubblica, ieri

 

Facciamo finta di credere che sia davvero un tentativo del calcio in crisi di mettersi al passo dei tempi, di aggiornarsi in un mondo che ha visto le sue abitudini di lavoro e di fruizione del tempo libero trasformate dalla rivoluzione digitale. Tutti gli sport, così come tutte le forme di spettacolo, stanno cercando di rinnovarsi, di andare incontro ai nuovi gusti del pubblico, di oggi e di domani, e persino di fare fronte alle diverse condizioni e ai diversi stili di vita imposti dalla pandemia. Ma resta, deve restare, una differenza di fondo fra sport e spettacolo. Lo sport è sempre stato e sarà sempre di più anche spettacolo, ma prima di tutto è sport: con i suoi valori, le sue regole da rispettare, la possibilità di competere ad armi pari, o il più possibile pari Se manca tutto questo non è più sport, è entertainment fine a se stesso e al puro divertimento. forse bisognerebbe concentrarsi di più sulle nuove regole, come molti sport hanno già fatto o stanno facendo. di gianfranco teotino, la Gazzetta dello sport

 

 

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