Lo scudetto di Civitanova. Le capacità dello small market italiano

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Lo scudetto di Civitanova

Le capacità dello small market italiano

  Civitanova ha vinto il suo sesto scudetto battendo 3-1 Perugia in gara-4 e Flavio Vanetti sul Corriere della sera ricorda che il titolo porta la firma di un «duumvirato» e, curiosamente, di due c.t. della Nazionale. Uno, Chicco Blengini, è quello in carica ed è l’allenatore che alla Lube è tornato a febbraio (già l’aveva guidata dal 2015 al 2017: nel 2017 aveva centrato il suo precedente tricolore) dopo l’esonero di Fefè De Giorgi, il collega che lo sostituirà in azzurro al termine dei Giochi di Tokyo

Gian Luca Pasini sulla Gazzetta dello sport parla di una squadra che ha un animo molto caraibico: di chi si diverte a schiacciare sempre più forte. Osmany Juantorena, Robertlandy Simon e naturalmente Yoandy Leal (oltre al giovane e promettente Yant Marlon in panchina): a questa ossatura si è aggiunto in corsa (non c’era nei trionfi del 2019) il lussemburghese Kamil Rychlicki, non completamente apprezzato all’inizio della sua avventura marchigiana e poi emerso con la forza delle schiacciate

 

È curioso questo nuovo festeggiare insieme di Civitanova e Conegliano, campione d’Italia tra le donne la settimana scorsa. A fine 2019 diventarono contemporaneamente campioni del mondo. Due posti che non sono nemmeno capiluoghi di provincia. Sommati i 42 mila abitanti di Civitanova, provincia di Macerata, con i 35 mila di Conegliano, provincia di Treviso, si arriva a stento agli abitanti di Fiumicino. All’epoca del titolo mondiale, Giulia Zonca su la Stampa parlò di un sistema vincente. La via italiana al successo: produrre nel locale e farsi conoscere ovunque, passare da puntino sulla mappa a polo d’attrazione, citando altre eccellenze nate in piccole culle, la Maranello della Ferrari, Cucinelli in una frazione di Conciano, e poi il distretto biomedicale di Mirandola. 

Tra le squadre di città non capoluogo, le eccellenze italiane sono la Pro Recco nella pallanuoto, Sesto San Giovanni, Priolo e Cesena nel basket femminile, la stessa Casalmaggiore qualche anno fa nella pallavolo. Il concetto di small market era storicamente caro a Ettore Messina ai tempi in cui allenava a San Antonio, anche se adesso siede sulla panchina metropolitana di Milano. Che andrebbe in Eurolega pure se dovesse arrivare penultima in serie A. 

«Ho sempre pensato – diceva in una intervista con la Gazzetta dello sport tre anni fa – che in finale vanno le squadre migliori. Non c’è budget che tenga. E il campionato italiano di basket è storicamente legato all’epopea di club provinciali che hanno vinto tanto: Cantù, Varese, Pesaro, Caserta, Siena. Credo sia giusto che rimanga così. Nella Nba c’è il concetto di “small market”, per esempio la mia San Antonio fa parte di quella dimensione. Una finale Los Angeles-New York non è determinante per il bene della Lega che invece è florida e dinamica anche se in finale vanno città e franchigie meno famose e popolate».

Il famoso modello americano, no?

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