ciclismo
Com’è andato l’ultimo test prima del Fiandre
L’olandese che ha vinto l’ultima corsa nelle Fiandre prima del Fiandre non è van der Poel ma si chiama Dylan Van Baarle, un Ineos di 28 anni al quinto successo in carriera, a due anni di distanza dal precedente, una tappa con arrivo ai mille metri nella quale si trovò davanti ad attaccare con Alaphilippe e Kuss. Ha corso cinque volte il Tour ed era al Giro nel 2014 (ritirato). L’Olanda ha vinto anche nella corsa femminile con una delle sue fuoriclasse, Annemiek van Vleuten.
A proposito di Ineos, dall’Inghilterra arriva la notizia di una nuova ondata di test in corso sui campioni di sangue e urina dei ciclisti britannici, dopo che il dottor Richard Freeman, ex medico del Team Sky e della Nazionale, è stato riconosciuto colpevole di aver ordinato del testosterone per uno di loro, non identificato. Il Guardian scrive stamattina con Sean Ingle che l’agenzia antidoping nazionale (UKAD), sotto inchiesta dell’agenzia mondiale WADA per aver chiuso gli occhi su una positività al nandrolone e per aver condotto test privati e segreti con la federazione in laboratori non accreditati, ha riesaminato 422 campioni vecchi, prelevati dal 2011 in avanti, 141 dei quali riguardano il ciclismo. Sui tre quarti di questi campioni si è intervenuti da maggio in avanti, sotto la pressione del caso Freeman e per garantire che l’esito arrivi prima della scadenza del termine di prescrizione di 10 anni.
La vita di Godefroot all’ombra di Merckx
radici Delle rivalità ➔ Non tutte le rivalità sono uguali. Non tutte le relazioni tra avversari sono fatte allo stesso modo. A tre giorni dal Fiandre che ha vinto per due volte a distanza di un decennio (1968 e 1978), Walter Godefroot, 77 anni, ne parla stamattina con Philippe Le Gars per l’Équipe. Del papà di van der Poel, Adrie, lui è stato direttore sportivo, ma dice in realtà «Mathieu non è un Van der Poel, lui è un vero Poulidor. Quando vedo il suo modo di correre, mi ricorda tanto suo nonno. A volte mi sembra di tornare indietro di cinquant’anni». La rivalità tra l’olandese e il belga van Aert, dice, «fa bene al ciclismo, lo rende più interessante. Si dice anche che Wout Van Aert sia il nuovo Rik Van Looy. Perché è della stessa città, Herentals. Ma il confronto finisce qui, Van Aert somiglia molto di più a Roger De Vlaeminck, che poteva correre la Ruta del Sol, tornare in Belgio la domenica sera e il giorno dopo iniziare la Sei Giorni di Anversa. Roger è stato il ciclista più completo che abbia mai conosciuto e Van Aert sembra prendere la stessa strada. È eccellente in tutti i settori. Anche perché Mathieu lo spinge ad alzare il livello».
E poi tra le rivalità diverse c’è la sua con Eddy Merckx, sul conto della quale Godefroot dice cose meravigliose. «Al funerale di un amico in comune, Eddy è venuto con suo nipote. Mentre mi presentava, gli ha detto: – Questo è il corridore che mi ha battuto più spesso. Era un bel complimento. È stato carino, ma non credo che senza di me avrebbe vinto molto di più. Al massimo una Parigi-Roubaix e una Liegi-Bastogne-Liegi, solo in quelle due occasioni è arrivato secondo dietro di me. Io non avevo il carattere di un campione come Eddy. Se avessimo giocato a calcio, lui sarebbe stato il centravanti e io sarei rimasto all’ombra a centrocampo, per organizzare il gioco. Di certo mi mancava l’egoismo, a differenza di Eddy o Roger De Vlaeminck che volevano vincere tutto. È una questione di carattere. Anche prima di diventare direttore sportivo, pensavo di avere l’anima di un manager. Quando ero in Peugeot o Salvarani ero il capitano. Il capitano sulla strada, non il leader. Questa è stata la differenza tra Eddy Merckx e me».
Godefroot ne parla a l’Équipe con leggerezza e dai suoi racconti pare più essere stato lui un’ossessione per Merckx che il contrario. «Io non ero entusiasta di vincere. Un grande campione invece pensa solo a quello. Ecco perché non mi sono mai considerato uguale a Eddy Merckx. La cosa non mi rendeva affatto geloso. Quando lo vedevo alla partenza di una gara, ero fatalista, non c’era altra scelta. Ovviamente la sua presenza mi ha privato di alcune vittorie. Aveva una forza di reazione che spezzava le ali. Ricordo la Roubaix nel 1973, quando stavo inseguendo Eddy con Roger Rosiers. Ci diede il tempo di rientrare su di lui e proprio in quel momento accelerò di nuovo per piantarci lì, senza forze. Ma io ero secondo ed ero felice. Non ho mai provato più felicità battendolo».
Godefroot non ricorda il loro primo incontro, ma racconta che lo ricorda bene Merckx e una volta gliene parlò. «Me lo ha ricordato non molto tempo fa. È stato a una corsa locale, al momento dello sprint mi ha chiuso la strada e io ho evitato per un pelo la caduta. Sono andato da lui dopo il traguardo e gli ho detto che era solo uno sport, che non eravamo lì per abbattere gli avversari. La mia reazione deve averlo colpito perché se la ricorda ancora, e non eravamo ancora professionisti. Ho sempre corso per me stesso senza preoccuparmi di lui. Non ho mai avuto un complesso per Eddy. Ma credo anche che lui preferisse essere battuto da me anziché da un altro, come ad Harelbeke nel 1972. Eravamo scappati con Hutsebaut, Eddy mi guardava prima del traguardo come se fosse una formalità che io vincessi lo sprint. Conoscevamo appena Hutsebaut, ma quel giorno è stato il più veloce. Questa cosa lo sconvolse. Essere battuto da uno sconosciuto e non da Godefroot».
Il giorno dopo la vittoria di Godefroot alla Liegi del 1967, un giornale fiammingo titolò: Merckx è stato tradito, perché non conosceva abbastanza il traguardo. «Sotto – racconta Godefroot – c’era un piccolissimo articolo: Godefroot vince a Liegi. All’inizio mi fece arrabbiare, ma dopo mi sono abituato a vivere all’ombra di Eddy, non me ne importava niente».