Nessuno chiarirà mai con assoluta certezza se Jamal Musiala gioca nel Bayern in Champions a 17 anni per cultura o per natura, se perché è giovane o perché è forte. Avendo anche segnato un gol contro la Lazio, avanza forte il sospetto che l’età sia solo una porzione di verità presente sulla scena. Certo, bisogna trovare qualcuno che abbia il coraggio di andare a vedere cosa c’è dentro una scatola adolescente e gli altri minorenni ancora presenti in Champions sono tre: Jude Bellingham (7 presenze) e Moukoko (1) al Borussia Dortmund, Arrey-Mbi (1 partita) sempre al Bayern. Solo Germania, insomma. Qualcosa di programmatico allora c’è. Hanno compiuto i diciott’anni strada facendo Ansu Fati (a ottobre) e Pedri (a novembre) del Barcellona, Reyna (novembre) ancora al Borussia, il sensazionale Camavinga (novembre) al Rennes. Questi ultimi, come Moukoko, nati negli ultimi mesi dell’anno, a smentire un altro cliché assai presente nei settori giovanili di ogni sport: che quelli del primo semestre vadano preferiti perché fisicamente più pronti.
Carlo Filippo Vardelli su Eurosport dice: “La rivoluzione non si può fare in una notte. Da quando la Germania ha riformato il proprio calcio (2002), non si fanno più prigionieri. La linea di percorrenza è una sola: non c’è ripensamento, non c’è dubbio, non c’è sbandamento. Philipp Lahm – una sorta di monumento di Bayern e Germania – all’età di 34 anni ha detto basta con il calcio. E all’età di 31 ha chiuso con la nazionale. Il suo status gli avrebbe permesso di continuare fino a 60 anni, ma lo spirito sportivo con cui è stato educato lo ha portato ad auto-rottamarsi. In Italia invece è esploso il culto dei 40enni. Gente come Zlatan Ibrahimovic, Gianluigi Buffon e Giorgio Chiellini sono ancora oggi nuclei fondanti di Milan e Juve: due tra i club più vincenti del nostro paese (e del mondo). Se state preparando l’obiezione giocano perché sono dei fenomeni, vi fermo subito: Lahm è stato un fenomeno tanto quanto loro. Germania e Italia corrono in due campionati diversi ed è per questo che da noi Fagioli non gioca”.
E chi lo sa se alla fine Fagioli non gioca perché siamo in Italia o se perché non è Musiala. Rivera e Pirlo a 16 anni giocavano, come giocavano quelli di qualche categoria più giù: i Pellegri, gli Okaka. Il punto forse è non averne tanti di così bravi. Per uno Zaniolo e un Donnarumma, ci sono decine di ragazzi che aspettano una chance. Certo è vero pure che è facile fare i coraggiosi con Rivera e Pirlo, mentre qui sono stati scartati Kean e Coman, andato proprio in Germania. Allora il mistero – come si dice – si infittisce, mentre Matteo Pinci su Repubblica stamattina sottolinea come intorno ai giovani “raramente in Italia si crea una comfort zone che incoraggi la fioritura. Più utile inserirli in scambi utili alla cosmesi contabile di plusvalenze fittizie. Nella convinzione di avere troppe cose a cui pensare, per guardare al futuro”.
È proprio con la Germania che Musiala ha deciso di giocare Europei e Mondiali, dopo 22 presenze con le Under dell’Inghilterra, il paese di sua madre. Una notizia anticipata ieri da Raphael Honigstein su The Athletic. Domani Musiala compie 18 anni e firmerà il suo primo contratto da professionista con il Bayern. Kimmich e Gnabry lo hanno convinto a fare la sua scelta, il CT Löw si è mosso di persona per andare da lui a München a fine gennaio. “La scarsità di talenti della Germania al di sotto dei 18 anni ha giocato a suo favore” scrive The Athletic. “Mancano gli individualisti, in particolare: con la possibile eccezione di Florian Wirtz del Bayer Leverkusen, nessuno è a suo agio nel dribblare”.
Fortunato il paese con così tante eccezioni. Musiala ha detto: «Ho un cuore per la Germania e un cuore per l’Inghilterra. Entrambi i cuori continueranno a battere. Ho pensato molto a questa domanda: cosa è meglio per il mio futuro? Dove ho più possibilità di giocare? Alla fine, ho ascoltato la sensazione che per un lungo periodo di tempo continuava a dirmi che la decisione giusta era giocare per la Germania, la terra in cui sono nato». E il cerchio s’è chiuso.