La figuraccia del basket italiano: il ritiro di Roma, la A è monca

 

Roma presenta insomma lo spettacolo sconcertante di una capitale

il cui fine principale anzi unico sia quello di vivere alla giornata

o meglio di sopravvivere

Alberto Moravia

 

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La figuraccia del basket italiano

Il ritiro di Roma, la A è monca

 

  Era giugno, e a un soffio dalla scadenza dei termini, quattro squadre su 16 stavano considerando l’ipotesi di usufruire della chance di autoretrocedersi in serie A2 per difficoltà economiche. Un quarto del campionato pensava di non iscriversi, di non averne la forza, dopo la cancellazione di quello precedente, la contrazione degli introiti, un calo di visibilità e il disinteresse degli sponsor: la fotografia delle conseguenze di una scelta dissennata che strozzava il picco di spettatori toccato nei palazzetti in trent’anni e il ritorno sui canali generalisti della Rai della diretta di una partita di stagione regolare. Un patrimonio di passione che era rinato e che invece veniva bruciato, cedendo alla moral suasion del CONI. 

È da qui che bisogna partire per capire il ritiro della Virtus Roma dal campionato, la sua impossibilità di far fronte a un impegno da 35 mila euro, la quarta rata dei contributi federali. Una mossa che ora lascia senza squadra la capitale, nel pieno dell’inseguimento politico alle città, con il rilancio di Torino e il recupero di Napoli in A2. A fine ottobre 2019 si erano presentati in settemila all’Eur per vedere Roma-Milano, la partita che è cinque volte tra le sei viste nella storia della pallacanestro italiana – tra i 13mila e i 14mila spettatori negli anni dal 1982 al 1988. 

Delle quattro squadre a giugno incerte sul loro futuro, Pistoia alla fine si è auto-retrocessa. È decima in A2. Pesaro ha trovato forza e investitori per dare la panchina a Repesa: ora solo Brindisi e Milano hanno vinto più partite. Cremona ha visto andar via Romeo Sacchetti, poteva inabissarsi e invece Marco Munno, anima di La Giornata Tipo, ricorda su Twitter che con un roster creato in fretta e furia, le 4 vinte su 8 dopo aver patito anche il covid rappresentano una vera impresa per tutti i loro ragazzi.

È rimasta Roma, dove per mesi il presidente Toti ha parlato di investitori, cordate, interessi USA, tutti segnali che le difficoltà estive non erano state superate, nonostante l’iscrizione nell’ultimo giorno utile. Com’è stato possibile ammettere al campionato una squadra che versasse in queste condizioni? Eppure il 30 giugno Pier Bergonzi su la Gazzetta dello sport ammoniva: “Il già traballante basket italiano è stato messo a durissima prova dall’emergenza virus. Sarebbe meglio che chi non ha le forze e la volontà di iscriversi lo dicesse subito. Dal nostro punto di vista meglio un campionato di 14 squadre «sicure» e in salute. Ci sarà tutto il tempo per ricostruire il movimento. Parole inascoltate. 

 

  Sette anni fa Roma era in finale con Datome. Nei sessanta di storia iniziati con la fusione tra San Saba e Borgo Cavalleggeri c’è molto altro. Lo scudetto del 1983 e a Coppa dei Campioni 1984 con il marchio Banco Roma e le magie di Larry Wright. Campioni visti al PalaEur e al PalaTiziano come Anthony Parker, Carlton Myers, Dejan Bodiroga, Brandon Jennings, Gregor Fucka.

Andrea Saltarelli su il Romanista ha scritto che lo storico marchio arancio-blu resisterà sicuramente nei cuori di tanti e sarà difficile che venga sostituito. Questo dovrà tenerlo a mente chiunque vorrà, a Roma, provare a riportare in alto il nome della capitale.

Marino Petrelli sul Messaggero ricorda che la Virtus ripartirà dal primo campionato utile a libera partecipazione, che nel Lazio è la Promozione. Per mantenere l’affiliazione alla Fip, si dovrà però pagare i 600mila euro di multa previsti dai regolamenti in vigore (12 volte la tassa di 50mila euro per la prima rinuncia) e gli arretrati della terza rata da 38 mila euro. Difficile che questa società, o altri, lo faranno

Mario Canfora sulla Gazzetta dello sport parla di punto più basso di sempre. Mai si era arrivati, nel massimo campionato, a un ritiro di un club dopo 10 giornate. Il particolare imbarazzante è che fino a due settimane [Toti] si era battuto, in Lega, per il blocco delle retrocessioni. Perché? Facile, sperava di farla franca anche stavolta, dopo mesi nei quali ha pagato un solo stipendio (in ritardo di un mese e mezzo), ha fatto fuggire giocatori (Hunt), non sostituendo quelli infortunati (Evans dopo la prima giornata), lasciando la squadra (sempre battutasi con onore) allo sbando totale”.

Il patron ventennale del basket a Roma ieri ha scritto alle istituzioni senza avvertire la squadra né comunicare nulla ai tifosi. Piero Guerrini su Tuttosport scrive che Toti ha atteso senza ricevere risposta dal fondo statunitense (a questo punto fantomatico, a meno che non si sia spaventato per debiti e costi né dall’imprenditoria locale. Resta il fatto che la Serie A in particolare debba guardarsi allo specchio e cambiare. Ne va della credibilità di un movimento che dal 2001 ha visto sparire 21 club di vertice. L’autolesionismo nasce da norme comode. Vicende che colpiscono poi appassionati e lavoratori di settore.

Torna attuale e secondo alcuni urgente la riforma del basket italiano. C’è allo studio l’introduzione di un sistema a metà tra franchigie e licenze. Può darsi che sia una soluzione. 

Ieri la federazione in una nota ha parlato di «gravissimo danno d’immagine arrecato al campionato e al movimento». Giusto. E però. Il punto è chi darà le licenze. Se sono gli stessi che dovevano vigilare sulla situazione di Roma a giugno, siamo punto e daccapo. 

Alla città rimangono due squadre in Serie A2, due poli concentrati sull’attività giovanile: l’Eurobasket e la Stella Azzurra, uno dei vivai migliori d’Italia, forse il numero uno. Giocano il derby fra nove giorni. Sembra l’ultima beffa. 

 

  Nella prima partita dopo il gran caos della panchina, dopo un decollo in charter con due ore di ritardo e arrivo in albergo a Monaco a quattro ore dalla partita, la Virtus ha vinto risalendo dal -18 di metà partita e chiudendo con un successo in Eurocup per 78-64. Djordjevic ha avuto 15 punti da Gamble, 13 da Weems e 12 da Teodosic. Ha giocato pure Markovic e ne ha fatti 2. C’è cuore, di sicuro. E il resto? Prossima domanda. Per adesso, contentarsi ha commentato Walter Fuochi su Repubblica Bologna

Luca Aquino sul Corriere di Bologna ha parlato di un tempo da Virtus italiana e uno da Virtus europea. Due facce di una stessa Segafredo insomma, sgonfia e senza idee nel primo tempo, intensa e fluida nella ripresa. Per 25 minuti si fatica a salvare qualcuno, poi all’improvviso scocca la scintilla, come al solito nella metà campo difensiva tenendo i padroni di casa a 8/25 nel secondo tempo, e da lì comincia una nuova gara. Alla ricerca di un quintetto che finalmente spremesse qualcosa di buono, Djordjevic trova la ricetta giusta fra la fine del terzo quarto e l’inizio del successivo. Pajola, Abass e Weems assieme in un perimetro fisico e difensivo spengono i piccoli del Principato – Boss e Knight – che avevano fatto molto male fino a quel momento

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