Il più grande gesto politico mai visto su un campo di calcio

 

 

Nel più conservatore degli sport, quello che per regolamento vieta la diffusione di messaggi punendo con un cartellino giallo le sottomaglie con le scritte, un ragazzo di 22 anni ha compiuto ieri il più forte gesto politico che si sia mai visto in uno stadio durante una partita di calcio, in ricordo della morte di George Floyd. Per giunta quel ragazzo porta un cognome che non è uguale a tanti altri, nel contrasto alla discriminazione e al razzismo, nell’affermazione dell’uguaglianza e della parità dei diritti. Marcus Thuram, figlio di Lilian, si è inginocchiato – come fece Colin Kaepernick quando irritò l’America – dopo aver segnato un gol con la maglia del Borussia Mönchengladbach contro l’Union Berlino, la squadra che dell’impegno civile ha fatto a sua volta una missione. Nello stadio dei tifosi di cartone. Un sovvertimento dell’ordine costituito. Il silenzio delle porte chiuse ha reso il gesto ancora più solenne, più potente, era un grido muto.

 

  Un gesto storico non perché sia il primo ma perché diverso. Negli stadi ci sono stati calciatori che hanno zittito il pubblico razzista mettendo il dito sulla bocca, altri che si sono portati le mani alle orecchie, ci sono stati quelli che hanno gettato la maglia a terra e se ne sono andati. Nessuno aveva mai fatto prima qualcosa di politico, non per difendere se stesso ma per la comunità. Per testimonianza. Da attivista. Anche papà Lilian si era inginocchiato una volta, dopo uno dei due gol segnati contro la Croazia nella semifinale mondiale del 1998. Ma fu un’esultanza polemica, più che una ribellione. Mai s’era visto un calciatore con un gesto così simile ai pugni neri di Smith e Carlos a Città del Messico. Il giovane Thuram, il mese scorso, aveva parlato dell’esultanza in ginocchio di suo padre durante un’intervista a France Football, dicendo che da bambino la ripeteva in corridoio. Poco più di due ore dopo, Jadon Sancho del Borussia Dortmund ha scoperto la maglietta e la scritta: “Giustizia per George Floyd”. È stato ammonito. 

 

  Gigi Garanzini su la Stampa ha commentato : “Ci ha regalato un fremito: e un segnale di speranza. Chissà se sarà piaciuto anche a quelli che lo sport stia distante dalla politica”. 
“I gol contro il razzismo” titola Diario AS in Spagna dedicando l’intera prima pagina alla vicenda della Bundesliga. 
«Ha dato l’esempio. Tutti noi lo sosteniamo pienamente» ha detto Marco Rose, il suo allenatore, ai media tedeschi dopo la partita. «Un’esperienza estremamente commovente», ha dichiarato Max Eberl, il direttore sportivo del club. “Thuram, grande classe” titola stamattina l’Équipe in prima pagina. 

 

  Ti ricordo passeggiando dalla mano de tuo padre nel parco della Cittadella di Parma. Felice e orgoglioso che tu abbia preso la personalità e il senso civico trasmesso sempre da papà. Hernan Crespo

 

| ritratto Chi è Marcus Thuram – Se lo ius soli fosse legge, Marcus Thuram sarebbe italiano. È nato a Parma nell’agosto del 1997, quando Lilian giocava là da un anno. Suo padre lo accompagnava a fare judo, nuoto e scherma. Marcus ha cominciato a giocare a calcio solo una volta tornato in Francia, nel settore giovanile del Sochaux. Si chiama Marcus in onore di Marcus Garvey, l’attivista che predicava il ritorno in Africa di tutto il popolo nero e si batteva contro le dure condizioni di lavoro negli Stati Uniti. 
Solo pochi giorni fa, il 27 maggio, Thuram padre aveva rilasciato un’intervista al Guardian sul razzismo ricordando la potenza simbolica della nazionale francese black-blanc-beur campione del mondo 1998 contro le politiche di Le Pen ma anche la scoperta successiva della sua portata limitata nella società francese. «Non sono ingenuo. So benissimo che le persone fuori dal calcio non sono trattate allo stesso modo. Non sono autorizzate a fare gli stessi sogni. A seconda del colore della tua pelle, a seconda delle tue origini, non hai accesso alle stesse opportunità». 
Il quotidiano inglese aveva raccontato la riluttanza di Thuram a concedere un’intervista dopo le accuse di razzismo anti-bianchi che gli erano giunte per le dichiarazioni rilasciate in Italia al Corriere dello sport-Stadio: «Bisogna avere il coraggio di dire che i bianchi credono di essere superiori». 

 

  Siamo personaggi pubblici, siamo le figure giuste per parlare e predicare. Il razzismo deve essere bandito. Sono d’accordo al 100% con quanto dice mio padre.
Marcus Thuram a Onze, novembre 2019

 

  Dietro il caso eclatante di Thuram nel calcio, c’è una sollevazione diffusa nel mondo dello sport per protestare contro la morte di George Floyd avvenuta dopo le violenze dell’agente Derek Chauvin. Jaylen Brown dei Boston Celtics si è fatto 15 ore di macchina per andare a una manifestazione ad Atlanta. Sono intervenuti sui social Kylian Mbappé e Naomi Osaka, la sportiva più pagata al mondo. Tyrone Carter, campione del Super Bowl 2008 con Pittsburgh, ha alzato il pugno come Smith e Carlos nel 1968. Un pugno chiuso era disegnato anche sul cartello con cui Justin Anderson dei Philadelphia 76ers ha sfilato tra i manifestanti. Malcolm Brogdon degli Indiana Pacers ha parlato al megafono. 
Tumaini Carayol su Guardian ha scritto che le tenniste Osaka e Gauff non dovranno farsi scoraggiare dal fatto che gli atleti neri possono facilmente sentirsi messi a tacere quando intervengono in questioni sociali. “Un desiderio semplice è che entrambe possano continuare a farlo per il resto delle loro giovani carriere: dicendo cosa pensano e pensando quel che dicono”. 

 

  un commento | Cosa si vede e cosa si dovrebbe vedere – Le proteste sono spesso usate come una scusa da alcuni per trarne vantaggio, proprio come quando i tifosi che festeggiano la vittoria di un campionato bruciano le auto e distruggono i negozi. Non sto dicendo che voglio vedere negozi saccheggiati o addirittura bruciare edifici. Ma gli afroamericani vivono in un edificio in fiamme da molti anni, soffocati di fumo mentre le fiamme bruciano sempre più vicino. Il razzismo in America è come la polvere nell’aria.  Sembra invisibile – anche se ti sta soffocando – finché non fai entrare la luce del sole. A quel punto vedi che è ovunque. Finché continueremo a tenere accesa quella luce, avremo la possibilità di pulirla, ovunque si posi.  Ma dobbiamo stare attenti, perché è sempre ancora in aria. Quello che dovreste notare quando vedete manifestanti neri nell’era di Trump e del coronavirus sono persone spinte al limite, non perché vogliono aprire bar e saloni di bellezza, ma perché vogliono vivere. Respirare. Quello che notate quando vedete manifestanti neri, dipende dal fatto che viviate in quell’edificio in fiamme o lo guardiate in TV con una ciotola di patatine in grembo in attesa che inizi NCIS. Quel che vorrei vedere io non è una corsa verso il giudizio, ma una corsa verso la giustizia. 
di kareem abdul-jabbar, Los Angeles Times

 

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