A proposito di Sportify. Perché ci terrorizza il cambiamento

  di GUSTAVO AFFINITA

 

Ogni innovazione passa per un un timore. Personale e collettivo. Innovare spesso vuol dire spaventare. Ricordate il cellulare? Per anni molti circolavano vantandosi di non usarlo. È volgare, è inutile. Eppure era solo un telefono, e il mondo lo usava da più di un secolo, con la differenza di un filo che prima lo teneva attaccato alla parete. Forse era quel filo a evitare la volgarità. L’abbiamo sottovalutato, era un filo elegante, più di quanto pensassimo.
Ma c’è spazio per comprendere i perché della paura del nuovo. Negli anni 90 la Champions si trasforma, muta un principio che a me pareva inviolabile. Non partecipano più le sole squadre che vincono i campionati, adesso sono iscritte le seconde, le terze. A un certo punto, le quarte. Le quarte? Ma scherziamo? Nemmeno mi sfiora il sospetto che questa formula migliori tutto, e fin dal girone preliminare. Non mi sfiora perché più della formula, mi atterrisce la novità.
Già sapere che c’è un girone preliminare mi mette i brividi. È l’idealizzazione del passato che impedisce qualsiasi apertura. Il linguaggio scientifico la definisce resistenza al cambiamento. Ci appartiene, qualcuno più qualcuno meno, ma ce l’abbiamo tutti. Con la Champions, io resistevo a un cambiamento che più o meno prevedeva: a) adesso vedrò tutte le partite che la tv fino ad oggi non ha mai mostrato. Poiché a parte le italiane, e non sempre, vedevamo al massimo la finale. b) la mia vita perderà per sempre quei fantastici primi turni (che ripeto, non vedevo) così ricchi di 8-0. Ho fatto una ricerca, da cui estraggo una piccola rassegna di risultati dei primi turni della mia adorata Coppa dei Campioni. Dal 1955 al 1993, l’ultimo anno col primo turno a eliminazione, non c’è stata una sola stagione, dico una sola, senza almeno una partita con 5 gol di scarto. Delle prime 39 edizioni, ben 23 hanno avuto almeno una partita di primo turno con uno scarto di 7 o più gol e in 6 edizioni si sono viste gare uno scarto di almeno 10 gol. Nell’ottobre del 1973 si gioca Dinamo Bucarest-Crusaders, finisce 11-0, la partita di Champions con lo scarto maggiore di sempre. Dev’essere stata bellissima, ancora tre di pazienza e potremo celebrare i cinquant’anni di quest’altra gara del secolo. Tutto in linea con le fantastiche gare di qualificazione della Nazionale contro Malta o Andorra. Era figo sentire che i nostri fior di professionisti avessero come avversari un falegname, un idraulico e un insegnante di educazione fisica. Come ai Giochi Senza Frontiere.
Non possiamo capire il nuovo, non possiamo capirlo interamente soprattutto quando abbiamo già trascorso una fetta significativa di vita guidati da parametri diversi, ma parametri ai quali attribuiamo un’autorevolezza definitiva, perciò intoccabile. Non può presentarsi un giorno qualcuno con un telefono senza fili, o una Champions senza turni a eliminazione, e sperare nella nostra approvazione immediata. Sconvolge la nostra routine, ci spinge giù da quel divano che abbiamo nella testa, e sul quale intendiamo restare accomodati.

 

Non c’è ancora chi si oppone al Var? Perché? Di solito, la resistenza al cambiamento sceglie alcune spiegazioni tipiche. Genera caos, non se ne comprende l’utilità, rompe la tradizione. Naturalmente, l’opposizione enfatizza ciascuna debolezza della novità. Ogni rigore discutibile, ogni secondo in più dedicato all’analisi video, ogni polemica, tutto è utilizzato dagli avversari come dimostrazione lampante che il nuovo non stia risolvendo niente. Di lampante e di dimostrato in realtà non c’è nulla. Una risposta credibile può darcela solo il saldo di ingiustizie che in campo si registravano prima e quelle possibili oggi. Casco e cinture di sicurezza non hanno azzerato le vittime sulle strade, ma nessun incidente dimostra che siano inutili. E quando un arbitro assegna un rigore che non c’è, pensiamo di eliminare gli arbitri e lasciare che i ragazzi in campo facciano da soli?
I conservatori amano a volte definirsi puristi. Puntano a fermare il tempo indignandosi via via per il tie-break, per il rovescio a due mani, per Mouratoglou, per i piedi nella pallavolo e il no al retropassaggio nel calcio, per i professionisti alle Olimpiadi e le donne nel pugilato. Cambiare non è migliorare, è provare a migliorare. E se non funziona, si può tornare indietro. Quanto è durato il golden gol?
Ma allora perché resistiamo? Per non sovvertire quell’equilibrio interno a cui in fondo ci sentiamo aggrappati, come individui e come parte della comunità. Darwin sosteneva che non sopravvive la specie più forte, ma quella che si adatta ai cambiamenti. È vero, non volevo la Champions coi gironi, ora la trovo naturale e piacevole. Perciò, per favore, adesso non cambiatela.

riassunto delle puntate precedenti | Che cosa intendiamo per Sportify | Intervista a Mauro Berruto

 

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