L’ultima partita di Arthur Ashe

La cosa buffa per un tennista è che non sa mai davvero quando smette. 
Sul serio. 
Può programmare l’ultimo torneo della sua vita, non può programmare l’ultima partita
Mette la sveglia, al mattino si alza, allaccia le scarpe, va al campo, eppure non sa se ne avrà ancora o se quello rimarrà l’ultimo passo
Non lo sa nemmeno quando è sulla soglia di.
C’è forse un pensiero che gli passa per la testa quando l’altro oltre la rete arriva al match point. Ma è un’ipotesi. Non ha il tempo di assaggiarne il sapore. Non si sta godendo l’ultimo istante della sua carriera. Non è come l’ultimo minuto di Totti prima del discorso con un microfono in mano a metà campo. Non è come l’ultima frazione di staffetta corsa da Bolt sapendo che dopo non ci sarebbero stati altri metri. Un tennista di fronte a un match point gioca per annullarlo, non per annusarlo. Di fronte all’ultimo scambio, gioca per averne un altro. 
Arthur Ashe, rispetto a tutti gli altri, sapeva ancora meno. A trentasei anni non immaginava neppure che quello di Kitzbühel sarebbe stato l’ultimo torneo. 

 

  Molto tempo fa, a scuola, ho imparato che c’è una stagione per tutto. Da oggi in poi finisce la mia odissea senza sosta alla ricerca del servizio perfetto. Mi ritiro dal tennis.

 

Queste sono le parole del suo congedo. Le pronuncia il 16 aprile del 1980 – fanno quarant’anni in questi giorni – dopo aver anticipato le sue intenzioni in una lettera spedita cinque giorni prima a ventidue amici e ai suoi soci in affari. Ashe sta lavorando già per la ABC, tiene una rubrica per il Washington Post ed è testimonial della Aetna Insurance, oltre che di alcuni marchi di abbigliamento. Avverte prima loro, poi comunica lo strappo al resto del mondo. Quando saluta e se ne va, ha messo dei bypass al cuore ma non ha ancora escluso del tutto di concedersi un altro giro di giostra. Torno in primavera, continua a ripetere a chi glielo chiede. Il New York Times ha scritto: torna a Pasqua. Solo che la primavera arriva, arriva Pasqua, e lui non torna mai. Quando si arrende e lascia, sono passati nove mesi dalla sua ultima partita, giocata in modo del tutto inconsapevole.

 

  Una settimana dopo aver lavorato per la tv a Forest Hills, si è iscritto a un torneo fra le montagne d’Austria. La splendida cornice e la sistemazione lussuosa sono semplicemente troppo allettanti per lasciarsele sfuggire. Come ha spiegato a Jeanne, se fosse riuscito ad arrivare agli ultimi turni, cosa che si aspettava di fare, avrebbero potuto poi trasformare il viaggio in una lunga vacanza alpina. Sfortunatamente, questo idillio austriaco cadde vittima di due sviluppi inaspettati: una sconfitta al secondo turno contro un giocatore francese senza un gran curriculum, Christophe Freyss; e una telefonata della sorella di Arthur, Loretta, che lo informava del ricovero in ospedale di suo padre, per un grave attacco di angina. Sebbene Arthur senior si sia presto ripreso e abbia vissuto per altri dieci anni, l’attacco di angina era come un avvertimento di quello che stava per succedere. 
Pochi giorni dopo il rientro dall’Austria, anche Arthur junior ebbe un attacco di cuore. Lunedì 30 luglio stava ancora smaltendo l’effetto del jet lag, era andato a letto nell’appartamento di New York che divideva con Jeanne intorno alle dieci e mezza mentre lei lavorava al piano di sotto, al buio. Un’ora più tardi, come dirà, viene “scosso dal dolore toracico più intenso che abbia mai sofferto. Dopo un paio di minuti si placò. Mi convinsi che si trattava di un’indigestione. Provai a riaddormentarmi. Ero sul punto di farcela quando il dolore tornò più forte di prima. Con il respiro in affanno, mi sedetti al centro del letto. Non ricordavo un attacco di indigestione così acuto. Di nuovo si placò, di nuovo mi rilassai, e dopo altri quindici minuti fui preso da un altro dolore lancinante al petto. Quando alla fine si attenuò, me ne tornai a dormire”.
Quando Arthur si svegliò la mattina dopo, si sentiva bene. Così decise di rispettare l’impegno di guidare due clinic, uno al Crotona Park nel Bronx e il secondo all’East River Tennis Club nel Queens. Dopo aver giocato otto game contro Butch Seewagen e aver firmato alcuni autografi, “mi fermai sotto un ombrellone per ripararmi dal sole”. Quasi immediatamente il dolore al petto della notte prima ritornò, stavolta perfino più forte. In seguito lo avrebbe descritto come una martellata. “Mi sentivo come se si fosse rovesciato lo sterno”. Senza dire niente a nessuno, cercò di allontanarsi. A quel punto Seewagen si sporse dalla finestra e vide che l’amico stava male. Si precipitò fuori per chiedere aiuto al dottor Lee Wallace, un medico dell’ospedale di New York che stava giocando su un altro campo. “Non dimenticherò mai il passaggio in macchina”, ha scritto Ashe in seguito. “Grazie a Dio, ci è capitato di trovarci vicino al ponte di Queensboro e non era affollato. Butch guidava. Io sedevo davanti stringendomi il petto. Il dottor Wallace era sui sedili posteriore. Parlavamo di tutto, tranne del dolore”. 
Fortunatamente ci vollero solo sette minuti per raggiungere il pronto soccorso. Arthur restò scioccato quando il dottor Wallace disse al dottore del pronto soccorso: “Voglio che mister Ashe sia ricoverato prima possibile per un attacco di cuore”.
Mentre Seewagen chiamava Jeanne per dirle quello che stava succedendo, lo staff dell’ospedale non perse tempo. “Erano passati 10 minuti da quando avevamo lasciato il club e io avevo una maschera d’ossigeno, quattro aghi nel braccio e una macchina per l’elettrocardiogramma che mi ascoltava il cuore”. Ancor prima di essere certi che si trattasse di un infarto, i dottori gli avevano dato la morfina per il dolore e dei medicinali per prevenire l’aritmia. “Tutto in cinque minuti. Nel frattempo, i miei pensieri correvano più dei medici. Ed erano tutti brutti. Un infarto. Un’operazione per i bypass. Un’alimentazione senza sale. Niente più tennis. Il peggiore di tutti: morire”. 
di raymond arsenault, Arthur Ashe. A Life (Simon & Schuster, 2018)

 

  Non ha mai fumato e beve di rado. L’Arthur Ashe colpito da un infarto è già un’icona. È il solo tennista afroamericano ad aver vinto dei titoli di Slam, tre, uno a New York nel 1968, uno in Australia nel 1970, uno a Wimbledon nel 1975 con una delle partite più popolari di sempre, in finale su Connors. È stato il numero uno della classifica mondiale. È considerato un giocatore dal servizio elettrico e con un signor rovescio
L’Arthur Ashe che in ospedale teme per la sua vita si è già dichiarato cittadino del mondo. Ha una laurea in Scienze della finanza. Si fa vedere spesso con un libro in mano a bordo campo. Si presenta come la proiezione nel tennis della grazia e dell’eleganza. Quando è in giro per tornei, non si perde un museo. Ha conosciuto ovviamente il razzismo e ci ha fatto i conti. Per tre anni chiede di partecipare al torneo di Johannesburg, nel Sudafrica dell’apartheid, e il visto d’ingresso gli viene negato dal governo. Quando nel 1973 riesce a strappare il via libera, arriva in finale e vince il doppio.

 

Il senso della misura gli è stato instillato da papà Arthur Senior che, dopo la morte di sua moglie, ha cresciuto eroicamente Arthur e suo fratello minore. «Com’è possibile», gli ha chiesto un giorno una giornalista, «che non abbia mai sentito parlare male di lei? Com’è possibile che non abbia mai insultato un arbitro, preso a pugni un avversario o che non si sia mai ubriacato in modo molesto? Per quale motivo è così un bravo ragazzo?».
«Se non mi sono mai comportato male», ha risposto Ashe, «è perché ho troppa paura che se facessi una qualsiasi di quelle cose mio padre verrebbe a cercarmi direttamente dalla Virginia e mi prenderebbe a calci nel culo». 
di pierluigi lucadei, Rivista Undici

 

Arthur Ashe Jr. può ricostruire il suo albero genealogico di 10 generazioni dal lato paterno, fino a risalire a una donna che nel 1735 fu portata schiava dall’Africa occidentale a Yorktown, in Virginia, a bordo della dalla nave Doddington e fu scambiata per del tabacco. La linea paterna risale anche a un uomo di proprietà di Samuel Ashe, tra i primi governatori della Carolina del Nord. Lo stemma di famiglia è una catena spezzata tra grappoli di foglie di tabacco. Ashe si anima quando parla del modo in cui i primi campioni neri hanno galvanizzato la loro gente. «Il match tra Jack Johnson e Jim Jeffries nel 1910 fu l’evento più atteso nella storia dell’America nera», dice godendosi lo stupore che provoca. «Sì. Ci volle del tempo prima che il Proclama di Emancipazione circolasse per il paese, ma l’80% dell’America nera era a conoscenza di quel match, sapeva che Jim Jeffries lasciava la sua fattoria e tornava dopo il ritiro per essere la Grande Speranza Bianca. Nessun altro evento ha avuto altrettanto impatto sui neri americani. Forse il secondo match di Joe Louis contro Max Schmeling. O il pugno di Smith e Carlos alle Olimpiadi del 1968. Oppure quella volta in cui mancavano otto secondi al termine della finale NCAA di basket del 1982 tra Georgetown e Carolina del Nord, quando il grande John Thompson, l’allenatore di Georgetown, vide la sua guardia – come si chiamava Fred Brown? – scambiare un avversario per un compagno e lanciargli la palla. Questo fece perdere la finale a Georgetown, Thompson entrò in campo e mise le braccia intorno a Fred Brown e lo tenne stretto. Non so cosa abbia fatto il resto della nostra popolazione, ma io ero al settimo cielo».
di kenny moore, Sports Illustrated, 21 dicembre 1992

 

 

Il giocatore a cui venne lanciata la palla era James Worthy. In squadra con lui quel giorno giocava Michael Jordan.

 

Molto prima che arrivi David Foster Wallace a vivere la sua esperienza religiosa con Roger Federer, Arthur Ashe è l’oggetto dell’attenzione di John McPhee, firma di punta del New Yorker e premio Pulitzer. Scrive di lui nel 1969 in Levels of the Game, arrivato in italiano grazie a Matteo Codignola nel 2013 per Adelphi con il titolo di Tennis. Così McPhee racconta l’episodio tragico che segna l’infanzia di Ashe, la morte di sua madre.

 

Arthur Jr. porta sempre con sé il certificato di nascita, datato 10 luglio 1943: “Nato vivo alle ore 0.55” Il suo unico ricordo della madre è l’immagine di lei sulla porta di casa, con addosso un accappatoio di velluto blu, il giorno che era stata portata in ospedale. Nei giorni successivi era successa una cosa che Ashe Sr. racconta sempre: «Su una quercia davanti casa c’era una ghiandaia che cantava tutto il giorno, faceva un baccano d’inferno. Ha cominciato la mattina che ho portato la madre di Arthur in ospedale, e ha continuato per una settimana di fila. Le ho tirato dei sassi, niente. Le ho perfino sparato con una calibro 38, ma non l’ho beccata. È andata avanti tutta la settimana, senza fermarsi mai. Poi una mattina, alle cinque e venti, mi hanno chiamato dall’ospedale. E la ghiandaia ha smesso di cantare». Sua moglie aveva ventisette anni
di john mcphee, Tennis 

 

John McPhee di Ashe scrive che  “a scuola è sempre andato bene. Non ha mai preso in mano un giallo, un western o un fumetto. Ora legge soprattutto biografie o libri di attualità. Al liceo suonava la tromba in un gruppo, i Royal Knights, per il resto non legava molto con i compagni, dai quali il tennis fatalmente lo allontanava. Era un buon pitcher e un’ottima seconda base, però il preside del liceo, molto colpito dai progressi che gli vedeva fare con il dottor Johnson, gli aveva espressamente vietato il baseball – e all’epoca nelle scuole per neri di Richmond, squadre di tennis non ne esistevano. Sarebbero arrivate poco dopo, proprio per merito di Arthur”.
McPhee lo descrive come un accanito fan del disordine e tecnicamente come uno che “ha il polso a molla come Hoad o Laver. I tennisti temono molto il rovescio di Ashe, e sanno che servirgli una seconda da quella parte è come metterla direttamente nella bocca di un cannone. Del rovescio Ashe ama anche il movimento in sé, specie perché si chiude senza schiacciare il braccio sul corpo ma esattamente nel modo opposto, con le braccia spalancate nella postura della vittoria alata. È stupefacente come Ashe riesca quasi a fermare il tempo: aspetta fino all’ultimo secondo, impassibile, che l’avversario si muova, e solo a quel punto si muove lui”. Per descriverne bene questa impassibilità, McPhee scrive: “Arthur si è costruito una specie di armatura. Non si lascia toccare da niente e da nessuno, sul piano emotivo. Prende le cose come vengono. Lo considero il mio migliore amico, e penso che la cosa sia reciproca, ma se mi presentassi da lui e gli dicessi: sai credo di avere una pallottola nello stomaco, probabilmente mi risponderebbe: Certo, altre novità?”.

 

  L’ultima partita di Arthur Ashe sarebbe dunque rimasta per sempre un sedicesimo di finale giocato in Austria. Ashe era tutt’altro che un giocatore in disarmo. Era il numero 7 del mondo. In quei primi sette mesi del 1979 aveva perso a gennaio la finale del Masters 78 con John McEnroe e la finale a Philadelphia contro Jimmy Connors (numero 1 del mondo) dopo aver battuto Vilas che era numero 3, Gottfried che era 8, Gerulaitis che era 6. Aveva giocato due semifinali a Richmond e a Denver. Un’altra finale persa a Memphis contro Connors, una semifinale a Washington a marzo. Ma poi a maggio aveva perso in Germania nella Coppa delle nazioni contro Barazzutti e a giugno si era fermato presto al Roland Garros, terzo turno, battuto da un diciannovenne Ivan Lendl. È un periodo che Ashe ricostruirà in modo severo, così:

 

  Da un po’ di tempo avevo accettato l’idea che la mia carriera stesse arrivando al capolinea. Il mese precedente ero stato clamorosamente battuto al primo turno di Wimbledon da Chris Kachel, un altro giocatore che nessuno, al di là della sua famiglia, dei suoi amici e di qualche vicino di casa, aveva mai sentito nominare. E quell’uscita prematura da Wimbledon fu la replica di quello che mi era successo l’anno precedente. La fine era chiaramente alle porte, ma non vedevo alcun motivo per non continuare a giocare a livello professionistico, anche se con risultati discutibili, per almeno due o tre anni ancora.
di arthur ashe, Giorni di grazia (Add editore) 

 

Con i risultati dei primi sette mesi di quel 1979 ci sono tennisti che oggi ci costruirebbero sopra una carriera da numero 20 al mondo. Ashe invece ne ricava un passaggio della sua autobiografia che è ingeneroso per sé e perfido con Kachel, un australiano che in realtà era un buon doppista, da semifinale di Grande Slam per intenderci.
In questo ormai famoso torneo di Kitzbühel succede che al primo turno Ashe – testa di serie numero 2 – batte l’argentino Dalla Fontana (6-1 6-3), ma al secondo perde in tre set (7-6 2-6 4-6) “contro un tennista francese pressoché sconosciuto: Christophe Freyss“.

 

Ecco, qui Ashe torto non ha. L’avversario della sua ultima partita viene da Strasburgo. All’epoca è un ventitreenne di un metro e 83. Di questo Freyss bisognerà dire tre cose. La prima è irrilevante, la seconda è curiosa, la terza è sorprendente. La prima è il suo consuntivo. L’uomo che ha messo la firma sotto la fine della carriera di Ashe ha giocato 178 partite da professionista, 147 delle quali sulla terra battuta. Uno specialista si direbbe, se non fosse che ne ha vinte poco più della metà, 75. Specialista allora di che. Non è proprio la prima parola che verrebbe in mente. Avrebbe trovato il modo però di giocare due finali ATP nel 1980 (a Munich e a Santiago) e di prendersi l’82esimo posto della classifica mondiale. 
La seconda cosa, quella curiosa, è che da giocatore Freyss è riuscito a battere solo una volta un Top 9. Quel giorno là. In Austria. Ashe. Ha poi battuto il grande Orantes quando non era più nell’élite e ha battuto Lendl quando non lo era ancora. Anzi. Ivan Lendl considera Freyss addirittura la sua bestia nera. Lo disse in una intervista del 2010 a Stefano Semeraro per la Stampa:
«La mia vera bestia nera è stato un francese: Cristophe Freyss. Nel ’78 mi batté nelle qualificazioni a Firenze. Due settimane più tardi a Roma mi batté di nuovo. Lo ritrovai nel 1980 a Indianapolis, quando ero già n.6 del mondo. Giurai che mi sarei vendicato. Il match finì 6-3 6-0. Per lui». In realtà la memoria inganna Lendl. Quella settimana era numero 10. 
La terza cosa su Freyss, quella sorprendente, è che dopo aver smesso ha fatto il coach. Dal 1986 al 1989 per la federazione francese, dal 1998 al 2005 per la federazione egiziana. In mezzo, dal 1990 al 1997, ha allenato i giovani della federazione svizzera al centro di Ecublens, vicino Losanna. 
E dunque. 
Freyss. 
Esatto.
E dunque Freyss ha allenato il giovane Federer.
Prendendosi anche certe libertà. Tipo questa: «Quando è arrivato, non ricordo che avesse cose così straordinarie. Era un diamante grezzo».
Tra Ashe e Federer esiste dunque un solo grado di separazione.
In una intervista a Le Matin, nel 2013 Freyss ha detto: «Aveva ovviamente talento, ma era ancora molto instabile. Abbiamo lavorato soprattutto sul rovescio. C’era già qualcosa nel suo gioco e ricordo che non volevo toccarla: la preparazione del dritto e la capacità di abbassare la testa della racchetta poco prima dell’impatto. Questo gesto appartiene a lui, è suo. Aveva un polso e un occhio eccezionali. Per il dritto, gli dicevo solo di allungare la fine del movimento, in modo che il contatto con la palla durasse più a lungo. L’idea era di fare leggermente meglio senza modificare la sua brillantezza. Ricordo due o tre sessioni in cui gli lanciavo le palline con la mano. E quando colpiva bene, gli dicevo: Memorizza la traiettoria della tua racchetta, ricorda come ci sei arrivato a giocare quel colpo. Ogni mattina, avevo un gruppo di professionisti dalle 10 del mattino a mezzogiorno. Roger usciva da scuola verso le 11 e voleva giocare. Una volta gli ho detto: “No, giocherai questo pomeriggio”. Allora iniziava a giocare contro il muro, il che non ci permetteva di fare l’allenamento. Lo ho invitato a smettere. Per dieci minuti ha obbedito, poi ha ricominciato. A un certo punto ho detto ai ragazzi: “Lo spaventeremo e lo metteremo sotto la doccia”. Sapevo che non lo avremmo fatto, ma volevamo spaventarlo. Lo portammo negli spogliatoi e la cosa lo scioccò».
C’è un’altra coincidenza a unire Freyss e Ashe. Anche il francese ha avuto un infarto. Nel 2018 durante il Roland Garros, quando era il coach del tunisino Malek Jaziri. 

 

  Quando venni dimesso, speravo ancora di poter riprendere la carriera sportiva. Sentivo la mancanza dei viaggi all’estero, del cameratismo tra giocatori, dell’emozione per le partite e dei premi. «Mi dispiace, Arthur. A meno che non ti faccia operare, puoi scordarti di tornare a giocare a tennis. Almeno a livello professionistico.» Due medici, il dottor Mike Collins e la dottoressa Virginia Bouchard Smith, avevano esaminato con attenzione i risultati della mia angiografia coronarica ed erano stati molto chiari. Avevo avuto una splendida carriera e non volevo che finisse. 
Siccome non volevo che la mia carriera terminasse nel 1979, il 13 dicembre di quell’anno mi sottoposi a un intervento per l’inserimento di quattro bypass. Con lunghe e abili incisioni, il dottor John Hutchinson, il mio chirurgo, mi prelevò alcune vene dalle gambe e le inserì nel petto per sostituire le arterie ostruite. Disse che l’operazione era andata bene e sebbene non potesse assicurarmi che sarei tornato a giocare a livello professionistico, mi lasciò con la speranza che la mia vita sarebbe quasi tornata alla normalità. Ma il 9 marzo 1980 scoprii che la mia vita non sarebbe mai tornata del tutto alla normalità. Quel pomeriggio, al Cairo, durante un viaggio tanto atteso, uscii dall’hotel vicino alle piramidi per andare a fare quella che speravo sarebbe stata una piacevole corsetta. Erano passati tre mesi dall’operazione a cuore aperto e mi ero completamente ripreso; sarei tornato a giocare a tennis nel giro di poche settimane. Avanzavo piano per raggiungere un po’ alla volta la velocità della corsa, quando fui colpito dall’angina pectoris. Mi colse in modo relativamente lieve, ma abbastanza forte da farmi fermare di colpo. Il mondo attorno a me si fermò. Camminai lentamente fino all’hotel. «Già di ritorno, Arthur?», mi chiese Jeanne, mezza addormentata. «Cos’è successo?» Era tranquilla, ma si vedeva che aveva capito che qualcosa non andava. «Solo un accenno di angina. Ho pensato che fosse meglio fermarmi».
Mentre lasciavamo il Cairo, una cosa mi era chiara: la mia carriera di tennista era finita.
di arthur ashe, Giorni di grazia (Add editore) 

 

  Quando, dopo gli interventi e i bypass, chiedono ad Ashe perché voglia tornare a giocare, lui risponde: «Perché adoro giocare a tennis e sono uno dei migliori al mondo. Nessuno chiede al settimo miglior dottore del mondo o al settimo miglior avvocato del mondo perché vogliono continuare a svolgere la loro professione».
Invece arriva solo uno stupidissimo 16 aprile 1980. La lettera. L’annuncio. Un’autoironia che suonerà come beffarda: «Spero di iniziare presto un’altra esaltante stagione di scrittura, i conversazioni, di ascolto, di letture. Nel caso vi chiediate come sto, sappiate che penso di campare fino a 100 anni. Me lo hanno detto i medici, ma non lo metteranno per iscritto».

 

Arthur Ashe è morto di AIDS, contagiato da una trasfusione di sangue dopo uno degli interventi al cuore, nel 1993. Aveva solo 49 dei 100 anni. Magic Johnson era appena stato alle Olimpiadi di Barcellona da sieropositivo all’HIV. 
Gianni Clerici su la Repubblica scrisse: “Lo seguivo con ammirazione, con affetto, ma non mi sorprendevo della sua capacità di essere uomo. Lo era già stato sul campo, era stato uno dei pochi a non tracciare un confine tra lo sport e la vita. Entrambe gli erano riuscite, con la stessa serena sofferenza”.

 

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