Perché scannare margherite
per molestare un dubbio?
Ezio Vendrame
un personaggio, un’epoca
È morto per un tumore a 72 anni Ezio Vendrame, nato nel paese di Pasolini, calciatore anni 70 a Vicenza Napoli e Padova. Estroso, fantasioso, eccentrico, irriverente. Allenò bambini, scrisse poesie.
Tutte le sere, ma proprio tutte le sere, faceva amicizia con l’idea d’impiccarsi. Giocava con una corda che non c’era. E tutte le sere finiva per leggere e scrivere versi («Non ho ambizioni poetiche, scrivere mi è indispensabile a sopravvivere»). Il pomeriggio allenava i ragazzini della Sanvitese, il suo unico momento di socialità, quanto restava del suo rapporto con il calcio, la sera si chiudeva nella sua monocamera, quindici metri quadri soffocati dai libri a liberare versi che lo spedivano nella stratosfera. Non è mai più entrato in uno stadio. Non è mai più uscito da quella monocamera. … Poteva giocare a Los Angeles con Best o in Kuwait con Rivelino, ma accettò di allenare i ragazzi del Venezia («Litigai con Zaccheroni, voleva impormi il figlio del magazziniere») e poi quelli del San Vito. Due milioni di lire al mese, quanto bastava per pagare l’affitto, la sigaretta, la benzina. La palla non aveva misteri e spigoli per lui, ma Ezio non ha mai saputo che farsene del suo dono ai piedi, due stradivari. Un dispetto della natura. E, non potendo disfarsene, lo ha deriso e bestemmiato. Ha giocato da Dio e da clown. … Si mise a scrivere libri di successo, s’innamorò spesso, amori spesso deliranti e immaginari, come quello per la figlia meno celebre di Jane Birkin, una sua anima gemella nella morbosità del sentire, che non seppe mai d’essere stata così perdutamente amata. | Giancarlo Dotto, Corriere dello sport-Stadio
Parole attribuite a Vendrame 1 «Sogno da sempre di allenare una squadra di orfani (da “Se mi mandi in tribuna, godo”) 2 «Nessuno ha mai preso in mano il telecomando della mia vita (a Boniperti che gli rimproverava di non avere una gran testa) 3 «Ti regalo volentieri i miei piedi, ma la mia testa non la cambio con nessuno, tanto meno con la tua (ad Agroppi che sosteneva il calciatore ideale dovesse avere i piedi di Vendrame e la sua testa) 4 «Il gol è la morte del calcio, l’assist la superba noncuranza di se stessi» (Giorgio Battistuzzi, il Foglio)
Imprese attribuite a Vendrame
1 Contro l’Udinese, dopo essere stato insultato tutta la partita dal pubblico, indicò ai tifosi bianconeri il punto in cui avrebbe segnato direttamente su calcio d’angolo prima di battere il corner. E fece gol sul serio (la Gazzetta dello sport) 2 All’hotel Majestic di Napoli conobbe “Marcello Micci, ristoratore romano che ama il calcio e la poesia, diventa suo amico. Gli parla in continuazione di Piero Ciampi” e glielo presenta: nasce un’amicizia. (Alberto Facchinetti, il Fatto quotidiano) 3 Durante un incontro allo stadio Appiani con la maglia del Padova fermò il gioco per salutare Piero Ciampi, dopo averlo riconosciuto per caso sugli spalti (il Gazzettino)
4 A vent’anni regalò il suo cappotto a un senzatetto che gelava di freddo (Franco Canciani, Tutto Udinese) 5 L’allenatore Vinicio lo escluse dai convocati perché “aveva troppo guardato una donna che piaceva a entrambi” (Maurizio Crosetti, la Repubblica) 6 Con la Juniors Casarsa, a fine carriera. strappò di mano all’arbitro i cartellini, li stracciò e li gettò oltre la recinzione (Franco Canciani, Tutto Udinese) 7 Prima di battere un calcio d’angolo, si soffiò il naso con la bandierina (Franco Canciani, Tutto Udinese) 8 In un Vicenza-Cremonese col pareggio addomesticato, scartò i suoi compagni, fintò di tirare nella propria porta e buttò via il pallone arrabbiato. Un tifoso morì di infarto. “Mi spiace, lo seppi dopo: ma un malato di cuore non può venire a vedere una mia partita”. (Franco Canciani, Tutto Udinese) 9 In Mitropa Cup venne espulso contro il Salisburgo per aver fatto tre tunnel consecutivi a un austriaco e averlo salutato con un braccio teso e un forte ‘Sieg Heil’ (Franco Canciani, Tutto Udinese) 10 Amava la chitarra, Alda Merini, il vino clintòn e Dino Campana (Maurizio Crosetti, la Repubblica)
[dibattito]
Cosa si direbbe oggi di un calciatore che facesse la metà di queste cose? (Diciamo Cassano o Balotelli)
Vediamoci alla tomba di PPP – Come dimenticare il giorno in cui, al grande Gianni Mura che gli aveva chiesto un’intervista su questa sua vita stramba, diede appuntamento nel paese friulano in cui era nato, Casarsa della Delizia, davanti alla tomba di Pier Paolo Pasolini? «È l’unico posto che valga la pena». Non le sopportava, certe cose del calcio. E lo diceva con sana brutalità. La troppa importanza data al risultato, il bullismo dei tifosi, gli accordi sottobanco. | Gian Antonio Stella, Corriere della sera
Quando c’erano i numeri fissi, i numeri dei matti, o dei bizzarri, erano 1, 7 e 11. Col 7 potrebbe giocare Meroni, con l’11 Vendrame, che i libri di poesia li ha pubblicati. Gianni Mura
Era un dicembre / di una Milano incauta / quando un poeta / stringendomi forte al cuore / mi invase intero. / È passato tempo / da allora / ma di quell’inesauribile abbraccio / non ho più perso / il segno.
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Farabutta vita /costretto a resisterti tra follie umane / ed imperfetti amori, sotto squarci di nuvole /il sangue va oltre il sangue /ed incrostato di abusi /altro non so che infestarti di amaro le carni
di ezio vendrame
invasione di campo
L’ala che ci portava a teatro
di GIGI RIVA
Gigi Riva è giornalista, scrittore e sceneggiatore. La sua opera “L’ultimo rigore di Faruk” (Sellerio) è stata premiata in Francia come miglior libro straniero del 2016 e in Italia ha vinto il premio letterario Coni sezione narrativa. Questo pezzo è stato scritto per [S]lalom, e di ciò lo ringraziamo.
Non so se era tutto vero o ben inventato, ma lo disegnavano così Ezio Vendrame, morto ieri all’età di 72 anni. Mi era capitata la ventura di fare il direttore del “Giornale di Vicenza” (2001- 2002) proprio in coincidenza del centenario della squadra di calcio, il glorioso Lanerossi. Organizzai un referendum tra i lettori, che ebbe qualche fortuna, perché fossero loro a scegliere il Vicenza del centenario attraverso i voti. Stava in B il team allora, ma aveva un grande passato dietro le spalle, impreziosito da due palloni d’oro che ebbero per culla sportiva la città del Palladio, Paolo Rossi e Roberto Baggio. Rossi e Baggio erano naturalmente due miti, più il primo del secondo per la verità e non mi sono mai capacitato del perché, visto che il Divin Codino, oltre al resto, era anche figlio di quella terra.
Ma nei ricordi dei tifosi un nome spiccava su tutti, quello di Ezio Vendrame. Perché Vendrame, matto come solo le ali, un tempo si chiamavano così, non li portava allo stadio: li portava a teatro. Uno così poteva appartenere solo agli Anni Settanta (e quando sennò?). Oggi sarebbe espulso dal pallone fin dalle scuole calcio. Narra la leggenda popolare che in una domenica afosa Ezio fosse così indolente da posizionarsi senza mai abbandonarla nell’unica porzione di prato dove si godeva l’ombra della copertura della tribuna. Per vincere la noia, come all’improvviso ispirato dal suo dio (o demone) personale, prese palla, usò gli avversari come birilli, arrivò sulla linea di porta, si sedette sul pallone e imitò il verso della gallina che aveva fatto l’uovo: coccodé coccodé. La gallina doveva essere il suo animale preferito se un un bel giorno si presentò sul corso Palladio con l’animale al guinzaglio, tra lo sconcerto dei benpensanti e le risate popolari.
Giurano in molti che dopo una seduta di allenamento avesse scommesso con i compagni che partendo dallo spogliatoio sarebbe riuscito a palleggiare fino a casa senza mai far cadere le sfera. Impresa che comportava anche il salire le scale e aprire la porta. Ci riuscì, e gli altri pagarono il dovuto. Piace, in questi giorni cupi, ricordare così un funambolo scanzonato, anticonformista e libero. Uno che col pallone ci giocava, nel senso letterale del termine.
Ha capito fin da giovane che per diventare un campione avrebbe dovuto uccidere se stesso o quantomeno soffocare la sua voglia di libertà, che a volte era desiderio di trasgressione ma più spesso voglia di libertà, semplicemente. | Gianni Mura. Introduzione a “Una vita fuori gioco”, di Ezio Vendrame
Il padre – Ogni tanto penso al dolore che deve aver provato mio padre quando costretto dalla nostra situazione familiare mi depositò in orfanotrofio. Fu la mia prima vera morte. Avevo appena sei anni e di notte a letto facevo ancora la pipì. Non dimenticherò mai il momento in cui la sua mano si staccò dalla mia per consegnarmi al direttore di quell’inferno. | da “Calci al vento”, di Ezio Vendrame
Il Villeggiante
Dalla camerata d’un orfanotrofio / muoveva guerra col pallone: / tunnel a Rivera /
contropiede per Pasolini / saluto a Ciampi / da chansonnier a chansonnier / scapigliato uguale Kempes / agli occhi di Boniperti / Ezio Vendrame, / migrazione di fascia / dal Friuli a Napoli / vien giù come un Arcangelo / tossendo e dribblando / nicciano ondulante / passato per i campi
– da villeggiante –
disertava il successo / e le convocazioni / meglio il palleggio / a braccia conserte / e un titolo su “Paese Sera”: / naufragato per bizzarria.
di marco ciriello
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto e Massimiliano Gallo.
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