Come Velasco diventò Velasco

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Come Velasco diventò Velasco
[1 ottobre 1989: il primo titolo europeo]

 

“Lo sport evolve e tutto il resto è solo nostalgia”
Julio Velasco

 

  Julio raccontato mentre si manifestava. Non c’è fantasia nel chiamare Julio Velasco, non c’è che quel nome che appiattisce tutto ma che lo definisce in modo inevitabile: il Vincente. Quattro scudetti in quattro anni a Modena e adesso, dopo quattro mesi, un Campionato Europeo alla guida della nazionale italiana. Un’impresa che ha quasi del miracoloso, dopo anni passati nelle retrovie del volley mondiale a invidiare russi, cubani e americani: portare gli stessi giocatori protagonisti di tante delusioni a diventare la squadra più forte d’Europa, in un torneo dove gli elogi sono stati solo per gli azzurri. ~ Corrado Sannucci, la Repubblica, 3 ottobre 1989

 

Da dove veniva. «Papà era peruviano, studiava a La Plata. Mia madre era anglo-italiana. Il nonno era un contadino emigrato in Argentina, la nonna arrivava da Camogli. Mamma aveva un aspetto anglosassone, però amava l’Italia». ~ A Flavio Vanetti, Corriere della sera, 31 agosto

 

Il mondo che aveva dentro. «Io ho visto sequestrare un ragazzo, davanti a me. Succedeva così: arrivava una macchina, inchiodava i freni; scendevano, velocissime, alcune persone, prendevano di forza la vittima designata, la caricavano in macchina puntandole una pistola alla nuca; e nessuno poteva far niente, altrimenti saliva anche lui dentro quella macchina. Uno dei miei due migliori amici dell’Università è stato assassinato, il mio migliore amico del liceo è stato assassinato». ~ Ad Antonella Boralevi, il Messaggero, 22 luglio 1997

 

La mamma e la fidanzata. Parlare di (e con) Velasco è piacevole per la dimensione dell’uomo, ancor prima che del tecnico. Se Velasco lasciò la sua patria, fu anche per le conseguenze del colpo di Stato militare del 1976, un fratello desaparecidos, lui stesso nel mirino per essere stato per un anno presidente del Circolo degli Studenti, quando inseguiva una laurea in filosofia. E adesso, da sei anni nel nostro Paese, si sente abbastanza italiano da volere la cittadinanza perché «l’Argentina è come la mamma, che non si deve mai giudicare; l’Italia è la bella ragazza di cui mi sono innamorato e con la quale voglio vivere in futuro». ~ Giorgio Barberis, la Stampa, 3 ottobre 1989

 

Stazione di Jesi. «Nel 1981 avevo venduto l’auto per finanziare un giro europeo: così incontrai l’Italia. Poi nel 1983 due giocatori di Jesi mi proposero di venire. La squadra era in A2, l’allenatore lavorava per le Ferrovie e lo sbattevano spesso in missione. Mi offrirono 6.000 dollari più l’auto. L’appartamento di Pianello, vecchio, con i mobili della nonna, lo metteva il farmacista del paese in cambio di una consulenza sul vivaio del club, emanazione del nostro, di cui era presidente». ~ Flavio Vanetti, Corriere della sera, 31 agosto

 

«La prima volta che ci siamo visti mi ha chiesto cosa mi serviva per diventare uno dei migliori attaccanti del mondo. Io ho cominciato a parlare di maggiore allenamento e concentrazione, di muri e battute. Lui mi ha detto: sei uno schiacciatore? Impegnati per schiacciare meglio».
Andrea Zorzi

 

Il suo metodo. Ma non compreso nel suo nome-condanna c’è un uomo dai grandi contrasti: a vincere non è l’allenatore-papà che capisce i suoi giocatori, né un sapiente mediatore delle divergenze. Velasco, dietro il suo aspetto bonario di professore di ginnastica più bravo degli altri, è un uomo che ama la scienza, la maturità e il conflitto. Non va mai a cena con i suoi giocatori, dice che non è suo compito essere amico della sua squadra. Non è disposto a nascondere le difficoltà, ma le grida forte, gli errori dopo le sconfitte vengono esposti, i panni sporchi vanno lavati in pubblico. I giocatori faticano a sostenere questo conflitto emotivo, ma li fa crescere, li costringe a capire se stessi e le proprie motivazioni. Velasco parla tanto, spiega gli esercizi, e alla fine riesce a ottenere quello che chiede ai giocatori. Ed è questo che lo fa grande allenatore. Anche se i giocatori soffrono, anche se mugugnano, poi gli rispondono sul campo. ~ Corrado Sannucci, la Repubblica, 3 ottobre 1989

 

Il fisico o la testa. Velasco era (ed è) più tecnica o psicologia?
«Il lavoro dell’allenatore è una summa di fattori. La tecnica è uno strumento, il gioco un’altra cosa. La psicologia non basta. Nella musica è importante suonare bene. Nella letteratura scrivere bene. Nello sport giocare bene». ~ Gaia Piccardi, Corriere della sera, 16 ottobre 2017

 

Cosa significa allenare. «Allenare non è una scienza, è un’arte. Ci sono contenuti scientifici, ma è un’arte. La parola chiave è equilibrio: tra autorità e comprensione, per esempio. Non trovi mai un punto giusto, è una ricerca continua, devi essere motivato. Sei un po’ come un attore comico, quando si apre il palcoscenico devi far ridere, qualunque cosa ti sia capitata prima. Tu crei emozioni, non trasmetti solo nozioni: e questo va allenato, perché c’è anche un’intelligenza emotiva. Se sei pessimista fare l’allenatore è quasi impossibile. L’ottimismo serve. Il che non significa pensare che se facciamo tutto benissimo vinciamo di sicuro: c’è anche l’altra squadra, non basta fare le cose bene, dobbiamo farle meglio degli altri. Poi, in ogni grande risultato, c’è sempre un po’ di mistero…». ~ A Valentina Desalvo, la Repubblica 3 giugno

 

Le conseguenze di Velasco. Come il tennis dopo il Cile, come il calcio dopo la Spagna, come il nuoto dopo Bonn. Con una differenza semplice ma sostanziale: che la pallavolo ha avuto bisogno di un successo grande come quello di Stoccolma per scoprire di essere già uno sport a larghissima diffusione (…) Se i maschi con il cartellino federale sono 143.631, le donne toccano la bella cifra di 223.488, quasi ottantamila in più rispetto al 1985. (…) In fondo, l’avventura è appena cominciata. ~ Claudio Colombo, Corriere della sera, 4 ottobre 1989

 

Quando allenò le ragazze. «So che sarà un po’ diverso, meno paritario che con i maschi. Queste ragazze ad esempio sono imbarazzate nel vedermi qui e per la prima volta alleno gente che mi si rivolge con il lei. Ecco, mi disturba un po’, mi fa sentire un po’ vecchio». ~ A Marco Ansaldo, la Stampa, 5 gennaio 1997

 

Quando il calcio lo chiamò. “Nel calcio tutto è di dominio pubblico: nessuna azienda in Italia sopporterebbe questo, esploderebbe in un mese. Se tutto quello che succede all’interno di un gruppo si discutesse nei bar, nei tg e sui giornali, non reggerebbero né Fiat, né Benetton, né Mediaset (…). Quando c’era la crisi in Argentina la cosa peggiore era che la gente aveva perso la speranza. Oggi non è così. L’uomo senza speranza è annichilito, non lo è quando è povero anche se è durissima. Io credo che negli sport di squadra c’è la speranza”. ~ Enrica Speroni, la Gazzetta dello sport 22 ottobre 2003

 

Il totem. Negli Anni 90, da noi, era un Papa laico
«Consideravo ridicolo quell’acritico mettermi sul piedistallo solo perché allenavo bene una squadra e facevo quattro riflessioni sullo sport. Sembrava avessi inventato io il volley! Era il periodo in cui in Italia si voleva far fare a De Gregori il ministro della Cultura. Se Messi fosse italiano gli chiedereste di fare il Santo Padre». ~ Gaia Piccardi, Corriere della sera, 16 ottobre 2017

 

Quando allenò l’Iran. «Lo sport rappresenta tutte le contraddizioni di un paese e così anche la sua nazionale che è l’espressione più mista e complessa della gente che non sta in parlamento. Non gioca per il governo, gioca per tutti. Io un fondamentalista non l’ho ancora incontrato e sa, mi piacerebbe: non cerco quelli che la pensano come me, ma quelli diversi da me. Gli chiederei perché ragiona nel suo modo. Ecco, questo mi piacerebbe, che capissimo un po’ come sono davvero gli altri. Le coscienze pure io non le sopporto, sono buone solo per le cene con gli amici». ~ Ad Alessandra Retico, La Repubblica, 18 aprile 2011

 

Laico. Trasversale. «Lavoro sulle idee, le prendo dappertutto: ambiente, cinema, politica, arte. Per un allenatore la cosa più importante è capire il gioco. Poi le persone. Per portare avanti le idee serve una metodologia. Io ho la mia, uguale a nessun’altra. Ho letto la biografia di Phil Jackson e mi ha deluso: lo zen nel basket, okay, ma alla fine non dice niente. Ho studiato cinque anni filosofia. Eraclito, il primo pensatore dialettico, mi ha condizionato molto. Ma col tempo si cambia. Mi piace imparare: negli ultimi anni sto studiando come funziona il cervello. Interessantissimo». ~ Gaia Piccardi, Corriere della sera, 16 ottobre 2017

 

Lui e il doping. Siamo pronti a uno sport più pulito, ma con meno record?
«Io prontissimo, la bellezza dei cento metri non è nel cronometro, ma nel gesto della corsa. Il mondo dell’informazione e dell’audience non so. Agli sport che come l’NBA non fanno controlli non darei nemmeno una riga e una ripresa». ~ A Emanuela Audisio, la Repubblica, 2 febbraio 1999

 

Lui e la libertà. «Penso si sia fatta un po’ di confusione fra liberismo, libertà e la possibilità che ognuno faccia quello che vuole. Non è un caso che il liberismo economico abbia attecchito nei Paesi anglosassoni, dove la moralità è molto più rigida e se un candidato alla presidenza ha l’amante deve ritirarsi. Confondere il liberismo con la libertà di fare ciò che si vuole è la fine della convivenza civile». ~ Stefano Boldrini e Gian Luca Pasini, la Gazzetta, 13 luglio 2005

 

Lui e il tempo. «Ho 67 anni e faccio fatica ad associarmi a quella parola…forse dovremmo inventarne altre, la vita raddoppia le sue stagioni, anche per l’adolescenza che ora dura dai 15 ai 25 anni. Il fascino del lavoro è la creatività, il poter pensare cose nuove. La giovinezza, a prescindere dall’età, è continuare a risolvere i problemi». ~ A Valentina Desalvo, la Repubblica, 3 giugno 

 

Quello che resta della gioia. «Dopo che quell’ultima palla è finita a terra c’è tutta la costruzione della gioia, le pacche sulle spalle, il divertimento, e Velasco che ti dice “dài, buttatemi in aria”, e poi il silenzio prima dell’inno, schierarsi in mezzo al campo, aspettare, chiudere gli occhi. Ma poi quando parte la musica hai il tempo per rivedere in una frazione di secondo quello che è stato tutto il tuo percorso. Esattamente come capita a un pazzo suicida che si butta giù dall’ultimo piano. È lì che hai il tempo di capire che tutto quello che avevi creato, per cui hai lottato e ti sei sacrificato, di colpo non c’è più. È una tristezza infinita». ~ Andrea Lucchetta. Dal libro “Vuoto a vincere”, di Alessandra Giardini e Giorgio Burreddu (Absolutely Free, 2015)

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