Un mese senza Gimondi

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Un mese senza Gimondi

 

  La lezione eterna che lascia Gimondi, è proprio questa: andare oltre le apparenze, i propri limiti, i luoghi comuni. Con valori scolpiti nella pietra, a testa alta, ma sempre sui pedali, aspettando la propria occasione.
Paolo Tomaselli, Corriere della sera

 

La famiglia 
Una volta è successo che un uomo qualunque, che di mestiere guidava dei camion con sei o anche otto ruote e sul suo camion guardava il mondo da un metro e mezzo più in alto, abbia avuto un figlio cui di ruote ne bastavano due, sottili sottili, che gli tiravano fango sulla faccia, e tutti sapevano il suo nome. Il figlio non trasportava merci, ma le cose ugualmente pesanti e ingombranti che porta sulle spalle un campione: talento, sudore, tenacia, solitudine, infine gloria.
Vittorio Feltri, Tuttosport

 

Mio padre Mosè, classe 1904, tra le due guerre era partito per il Brasile in cerca di fortuna, lasciando qui ad attenderlo mia madre Angelina, classe 1910. Venticinque giorni in nave per arrivare laggiù e dieci anni a sgobbare, alleviato solo dalla sua inseparabile armonica con cui la sera provava a schivare la nostalgia. Una volta un serpente gli si era attorcigliato alla gamba, e lui si era salvato mozzandogli la testa di netto, con un colpo secco. Era uno tosto, mio padre.
Felice Gimondi, Da me in poi (Mondadori, 2016)

 

Era il figlio della postina di Sedrina, un paese della Val Brembana. Da ragazzino aveva aiutato la madre a consegnare le lettere. Aveva cominciato a gareggiare a sedici anni e mezzo, e conquistato la sua prima vittoria il primo maggio del 1960. Una coincidenza non casuale, quella data. Perché Felice era in fondo un proletario in bicicletta: le salite erano il pane quotidiano. Leggevi sul suo volto da valligiano la fatica e i sacrifici. Parlava poco, il suo riserbo – forse timidezza, certamente il carattere di persona concreta e sobria – era il racconto di una generazione che si stava estinguendo.
Leonardo Coen, Il Fatto Quotidiano

 

La sua terra
Prima che pedalasse lui, e come pedalava, il suo paese, Sedrina, era noto solo per una pala d’altare dipinta da Lorenzo Lotto. Era una famiglia di poche parole: il padre camionista, la madre postina. Aveva anche ricevuto il nulla osta del parroco, perché consegnava la posta in bicicletta e la gonna ogni tanto poteva alzarsi. Non ostacolarono il figlio ciclista, ma gli dissero chiaro: se vai bene, bene, sennò ti metti a scaricare la ghiaia sul camion anche tu. Ma lui non scaricò mai la ghiaia, andò subito bene.
Gianni Mura, la Repubblica

 

Erano anni in cui i bergamaschi dominavano nel mondo: Gimondi, anzi Gimondì, a Parigi, Facchetti da capitano dell’Inter più grande di sempre, e un Papa, Angelo Roncalli, salito al soglio come Giovanni XXIII, e rivoluzionario nella dottrina ecumenica della Chiesa.
Matteo Marani, Tuttosport

 

Era molto religioso, ha sempre corso portando alla caviglia un cordino benedetto in non so quale santuario. All’inizio della carriera, tanto per dare un’idea, era stato cacciato con ignominia da Sergio Zavoli durante il Processo alla tappa solo perché aveva detto “c’era un po’ di casino in testa al gruppo”. Sentiva molto la corsa, e non gli era facile accettare certe sconfitte. Per rilassarlo, il massaggiatore Iriano Campagnoli, che durante l’anno era infermiere in un manicomio, allora si diceva così, gli raccontava strane storie di matti, che avevano il potere di fargli passare l’arrabbiatura.
Gianni Mura, la Repubblica

 

Con un fiore in mano, al ritrovo di partenza di una tappa del Tour 1967, andò a chiedere scusa al modesto Van der Vleuten, per una scorrettezza ai suoi danni del quale l’olandese non era stato colpevole.
Gian Paolo Porreca, Il Mattino

 

Modelli, rivali, amici
Gimondi, che pure è stato il più forte corridore italiano dopo Coppi e Bartali, stava dalla parte dei più deboli. Ma non era un remissivo. Anzi. Aveva una fortissima volontà. Celata sotto un atteggiamento montanaro. Riservato. Sapeva cogliere tuttavia le occasioni. E quando succedeva, non ce n’era per nessuno. 
Leonardo Coen, Il Fatto Quotidiano

 

Al Tour, gli dissero i fratelli Salvarani prima della partenza, ci vai per dare una mano ad Adorni la prima settimana, poi puoi tornare a casa. Solo che Felice, maglia numero uno-due-tre, come in un gioco di prestigio, indossò la maglia gialla alla prima settimana e non poteva certo ritirarsi. Così continuò e arrivò in giallo a Parigi, dopo un epico scontro con Poulidor sul Mont Revard. E da allora, per inciso, i suiveurs italiani che erano chiamati les macaroni furono chiamati les Gimondì. 
Gianni Mura, la Repubblica

 

“Il nostro sport vive di miti e lui era un mito assoluto”.
Vincenzo Nibali

 

Per far capire ai ragazzini come si sta al mondo, e un po’ anche in bicicletta, gli allenatori di tanti anni fa dicevano: non abbiate paura di perdere, guardate Gimondi. (…) Felice Gimondi è stato, ed è ancora, un simbolo assoluto. Un maestro di difficoltà della vita.
Essere un po’ Gimondi, provare a vivere alla Gimondi, consapevoli che chi arriva secondo
non è il primo degli sconfitti ma l’ultimo a essersi arreso.
Maurizio Crosetti, la Repubblica

 

“Era veramente l’eroe della mia infanzia e della mia adolescenza. Era Ettore davanti ad Achille. Gimondi insegna che è bello dare tutto anche quando sai che probabilmente non vincerai”. 
Enrico Ruggeri, musicista

 

 

“Era moderno perché spaziava in ogni tipo di corsa e coraggioso perché di fronte a un gigante come Merckx non abbassò mai la testa, non rinunciò mai a lottare”.
Davide Cassani, ct della Nazionale di ciclismo

 

Nel 1970, durante un’intervista su TeleMarche, una rete francese, Felice disse: “Ritengo che Merckx mi abbia preparato alla vita, che mi abbia insegnato che non tutto è facile”. L’intervistatore, lo punzecchiò: “E cioè? Battendola?”. “Sì”.
Vittorio Feltri, Tuttosport

 

Gimondi contro Merckx era anche Salvarani contro Molteni, un derby italiano.
“Era un mondo che non c’è più, quello del boom economico, della provincia, del lavoro umile e dei grandi sogni. Ci abbiamo creduto e finché è durata è stato bellissimo”.
Mario Salvarani a Cosimo Cito, la Repubblica

 

Gianni Brera durante il Giro d’Italia del 1976, chiamò Gimondi “Nuvola Rossa”. Come il capo indiano che lottò contro la prepotenza dei coloni americani. Una storia di coraggio, di orgoglio e di umiltà. Una storia di chi deve combattere contro un conquistatore di nome Eddy Merckx, il “cannibale”. 
Aldo Grasso, Corriere della sera

 

E allora eccola qui, la vita cannibale. Eccolo, Eddy Merckx travestito per ognuno nel proprio destino adulto. Un Merckx diverso per ciascuno di noi, ogni mattina che iddio manda in terra. Ed è in quel momento che essere un po’ come Gimondi comincia ad avere un senso.
Maurizio Crosetti, la Repubblica

 

“Capivo che era mezzanotte quando Felice si alzava per andare a dormire”.
Eddy Merckx

 

“La sua schiena e la sua nuca per me non avevano segreti, le conoscevo a memoria perché stavo sempre a inseguirlo”.
Felice Gimondi su Eddy Merckx

 

“Campioni scorbutici che rifiutano parole superflue”.
Giovanni Arpino su Gimondi e Merckx

 

L’amore
“A gennaio del ‘65 andammo in ritiro. Gimondi non era cambiato, parlava poco, prima di aprire bocca ci pensava bene. Quando c’era una discussione, lui non interveniva mai. Ascoltava. Dopo la sua prima Milano-Sanremo decidemmo di tornare insieme, in macchina. Parlavamo della corsa, ero arrivato un’altra volta secondo, come al Mondiale, non ero tanto contento. Gli dissi che volevo fermarmi a Diano Marina, per salutare una coppia di amici. Avevano un albergo, vivevano lì con la loro nipotina di sedici anni, che aveva perso la mamma. Ero stato da loro due anni prima e mi ero sentito a casa. Ci mettemmo a ridere e a scherzare, poi mi accorsi che lui stava serio e guardava soltanto Tiziana. Ho avuto questo merito, gli ho fatto conoscere la donna della sua vita”.
Vittorio Adorni ad Alessandra Giardini, Corriere dello sport

 

Amici forse eravamo diventati una sera a Diano Marina, dove la Salvarani era in ritiro a inizio stagione. Per i più giovani, va precisato che allora le squadre andavano in ritiro in uno spazio fra Sanremo e Follonica, niente Canarie, niente Namibia, niente mete esotiche. Pedalate sull’Aurelia. Una sera l’ho visto non con la tuta azzurra della Salvarani ma molto intappato: vestito blu, cravatta, scarpe lucidatissime. Uscendo dall’ascensore aveva avuto un attimo di trasalimento vedendomi e m’aveva detto: “Per favore, non scrivere niente, stasera vado a cena con Tiziana”. E io non scrissi niente, non mi sembrava un grande scoop, e comunque affari loro. Tiziana era la figlia dei proprietari dell’albergo che ospitava la Salvarani, di lì a poco Felice l’avrebbe sposata. Da quell’episodio era probabilmente nato fra noi un rapporto di fiducia, per cui Gimondi mi aveva autorizzato a pubblicare interviste con lui anche se non l’avevo trovato al telefono.
Gianni Mura, la Repubblica

 

C’è una foto bellissima di quegli anni, con loro due in riva al mare. Lei ha appena scritto “Felice” sulla sabbia. E niente potrà mai cancellare quel nome.
Paolo Tomaselli, Corriere della sera

 

“Un uomo meraviglioso, un marito che tutte le donne vorrebbero avere accanto… Non so immaginare una vita senza di lui. È uscito fuori dalla camera e mi ha detto: Ti do un bacio e mi dispiace, vado via un’ora e tra un’ora ti rivedo”. 
Sua moglie Tiziana a Luca Gialanella, Gazzetta dello sport

 

La figlia
Ora tutto sembra finito, ma tu ci hai insegnato che si lotta tutti i giorni per ciò in cui si crede anche quando ti danno per perdente. Ora riposa, papà: questa tappa è finita. Sei il miglior papà che si possa avere. Ti amiamo sempre, fino alla fine. 
Lettera di sua figlia Norma al Corriere della sera

 

“Era un padre severo. Non il padre che fa i compiti con i figli ma il padre che ti porta nei boschi e in montagna a camminare per ore per spiegare la natura. Il bosco era il suo mondo e in quei momenti veniva fuori la sua dolcezza infinita. Sulla scuola non transigeva. Quando mi iscrissi a Giurisprudenza alla Cattolica di Milano mi chiese di essere degna della facoltà. Da atleta io mi sono ritirato solo quando stavo malissimo, spiegava. Credo di aver ricambiato le sue aspettative, anche se lui non me l’ha mai detto. Gli infarti ne limitavano le pedalate e sugli sterrati dell’Eroica era caduto male e si era rotto una vertebra, perdendo il senso dell’equilibrio. Non pedalare gli pesava enormemente: lo trovavo in garage a guardare le bici. E se venissi con te per 20 chilometri, mi chiedeva?”. 
Sua figlia Norma a Marco Bonarrigo, Corriere della sera

 

La fatica di essere unici
L’unica solitudine che ho conosciuto nella mia vita è quella che ho scelto. Quando sono partito alla ricerca di un’impresa. Quando ho sfidato il cronometro e lo sforzo più estremo. Sulle grandi salite e sulle pietre della Roubaix. Soltanto lì ero solo, e non mi pesava.
Felice Gimondi, Da me in poi (Mondadori, 2016)

 

Quando si trattò di dare un titolo alla sua autobiografia, la scelta di Felice Gimondi ricadde su “Da me in poi”: quattro semplici parole che, rilette oggi, danno il senso di una carriera e di una vita intera. Gimondi è stato uno spartiacque.
Andrea Schiavon, Tuttosport

 

A Battista gli viene da piangere ripensando a quella volta che lui e altri tre o quattro erano andati al Giro d’Italia a vedere Felice, e lui sulle Tre Cime di Lavaredo era andato in crisi. “Andammo in albergo a trovarlo, stava sotto massaggi e piangeva. Dài Felice, non fare così. Lui ci guardò e disse: “Non piango perché ho perso, ma perché ho visto piangere voi”.
Giorgio Burreddu, Corriere dello sport

 

Quando vieni dalla povertà, anche un mestiere duro come quello del ciclista può sembrare un paradiso. Quando sei cresciuto in una casa fredda e spartana, capisci che la sofferenza è un concetto relativo.
Felice Gimondi, Da me in poi (Mondadori, 2016)

 

Se n’è andato un gigante dello sport. Se n’è andato un grande italiano.
Pier Bergonzi, Gazzetta dello sport

 

È un altro hombre vertical che se ne va.
Gianni Mura, la Repubblica

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