“Papà fumava le Esportazione senza filtro, le nazionali col pacchetto verde, e quando le spegneva all’ultimo respiro, per non risparmiare nemmeno quel mezzo centimetro, rimaneva del tabacco nel portacenere. Allora io rubavo le cicche, le rompevo, recuperavo il tabacco e lo mettevo nei pezzi di giornale, li arrotolavo e andavo a fumarmeli in bagno. La prima sigaretta fu un pezzo di cartone, in garage. Lo accesi, lo tiravo come una fisarmonica, venivano certe folate aspre che mi girava la testa, ma provavo un’eccitazione enorme, uno stordimento bellissimo”.
Comincia così la bellissima intervista realizzata da Giorgio Burreddu per il Foglio sportivo a Walter Sabatini, dirigente del Bologna che domani sfida la sua ex squadra, la Roma. Una lunga confessione sul suo grande vizio, ormai ex vizio, dopo aver rischiato di morire un anno fa.
“Mi sono sentito male a casa, ho avuto la certezza di morire. Ma non mi ricordo se ho avuto paura. Sentivo la dottoressa nell’ambulanza che diceva non ce la facciamo, non ce la facciamo, e io cercavo di darle dei calci, stai zitta, e poi mi giravo verso il mio dottore e chiedevo: “Ma è vero?”, e lui mi rispondeva: “No, non stasera, non adesso”.
I fumatori rossoblù
Il Bologna ha conosciuto nella sua storia altri grandi celebri fumatori. Bruno Pesaola, allenatore della Coppa Italia vinta nel ‘74, con una stima di tre pacchetti al giorno, aveva visto ingiallire le dita per la troppa nicotina. Dalle 30 alle 40 sigarette al giorno fumava Gil De Ponti, centravanti anni 70, descritto all’epoca come scapolo, nottambulo e dongiovanni. “Se vado a letto prima delle 3 divento matto”, è la dichiarazione che gli venne attribuita. Bologna lo vedeva girare a notte fonda a bordo della sua Porsche.
Altri grandi fumatori
A parte il celebre Zeman e il contemporaneo Sarri, il calcio italiano ricorda Enrico Albertosi, portiere del Milan e della Nazionale (30 sigarette al giorno). Nel 1979 l’allenatore Massimo Giacomini glielo vietò, aveva ormai 40 anni. Luisito Suarez nel 1978, all’epoca allenatore del Como, dovette rimanere a riposo per due settimane. “Credo siano state le sigarette ad avvelenarmi il fegato” disse. Narra la leggenda che Manlio Scopigno a Cagliari una volta sorprese Gigi Riva e altri compagni con la sigaretta in bocca nella camera d’albergo, si sedette in mezzo a loro, ne accese a sua volta una e disse: “Disturbo?”. «Guardate le immagini del calcio che fu – disse Riva in un’intervista quattro anni fa – uomini in loden, nel freddo di San Siro, con la loro sigaretta, tutti o quasi. Il fumo era uno status symbol, era maturità, anche potere in un certo senso. Era una cosa bella. La più dannosa tra le cose belle della vita. È un bene che quelle immagini appartengano al passato». A metà anni 60 Heriberto Herrera impose una regola ai giocatori della Juventus: mai più di tre al giorno.
Nel luglio 1981, saltato il passaggio di Beruatto dall’Avellino al Napoli, i contrabbandieri del popolare borgo napoletano di Santa Lucia giurarono che non avrebbero più venduto sigarette di contrabbando agli avellinesi. Lo scrisse Antonio Corbo sul Corriere dell’informazione.
Il fumo allo stadio
Vendere sigarette e sigari agli spettatori del calcio è un mestiere difficile, e soprattutto è un mestiere che rende solo a patto che la squadra locale vinca. Quando i tifosi sono di cattivo umore è inutile girare tra le scale, perché sono pochi a comprare e soprattutto mancano le mance generose [Corriere della sera, 17 gennaio 1942]
