Vediamo se davvero gli All Blacks se la passano così male: il test con il Sudafrica

rugby

Risultati e programma – Giappone-Russia 30-10 | Oggi: Australia-Fiji | Francia-Argentina (C, 9.15)  |  Nuova Zelanda-Sudafrica (B, 11.45) |  Domani: Italia-Namibia (B, 7.15), Irlanda-Scozia (A – 9.45), Inghilterra-Tonga (C – 12.15)

 

Il primo eroe

 

Tre mete: 15 punti. Kotaro Matsushima è il primo eroe dei Mondiali di rugby per aver trascinato la nazionale di casa alla vittoria sulla Russia dopo lo 0-7 iniziale. L’Équipe racconta che Matsushima è nato da padre dello Zimbabwe e da madre giapponese, a Pretoria, in Sudafrica. “Da giovane, al divorzio dei suoi genitori, ha seguito quest’ultima nel suo paese d’origine, dove ha scoperto il rugby. Da allora si è costruito un destino straordinario”.

 

Gli All Blacks contro il Sudafrica

 

La religione ovale

In Nuova Zelanda il rugby è la religione. Dio è ovale, gli All Blacks fanno parte di una casta superiore, tutti i neozelandesi sono entrati in una chiesa (un campo), tutti hanno frequentato il catechismo (il rugby a scuola, al club, al villaggio, sulla strada) e imparato la dottrina (la prima regola: si passa con le mani soltanto indietro, e questo dà il senso del bisogno, spesso urgente, di essere sostenuti da un compagno; la seconda regola: l’arbitro non si discute mai, senza di lui non si giocherebbe; la terza regola: tutte le altre regole si imparano sul campo), tutti hanno pregato (che cos’è la haka, antica danza tribale bellica e marziale, se non una preghiera collettiva, un’invocazione corale, una messa cantata?).

In Nuova Zelanda il rugby è una religione, tant’è vero che si assiste alla perfetta fusione tra bianchi e neri, in cinquanta e forse più sfumature di maori; è una religione, nell’apoteosi della vittoria e nella tragedia della sconfitta, dove la maglia nera indossata come un paramento sacro per celebrare il lutto degli avversari si trasforma nel definitivo abito da cerimonia per la propria morte; è una religione, nell’atto di fede che si trasmette di padre in figlio, di nonno in nipote, di club in provincia, di provincia in franchigia, di franchigia in selezione, di selezione in prima squadra, investiti della rappresentanza dell’intero Paese.

Marco Pastonesi, il Foglio sportivo

 

I due registi

Per poter conservare la loro capacità di iniziativa e rimanere meno leggibili tatticamente, gli allenatori degli All Blacks hanno avuto l’idea di schierare contemporaneamente due playmaker in campo. Di fronte agli Springboks, giocheranno con Richie Mo’Unga da 10 e con Beauden Barrett posizionato da 15. L’idea è di distribuirli da una parte e dall’altra per seminare confusione negli avversari.

Karim Ben-Ismail, l’Équipe

 

Savea e il tridente neozelandese

Il Leo Messi del rugby ce l’hanno loro, e non solo quello. La Pulce è Julian Savea, 192 centimetri per 108 chili, stella della terza linea che somiglia tanto al tridente del Barcellona, con i compagni Read e Sam Cane. Savea ha demolito il record di mete del mitico Jonah Lomu, infilandone 46 in 54 match, si presenta in una condizione straripante e vuole battere il primato personale delle 8 trasformazioni all’ultimo Mondiale. La sua sfida non può che essere con il Cristiano Ronaldo della palla ovale, Jonathan Sexton, mediano d’ apertura dell’Irlanda, prima nel ranking mondiale e vera rivale per spodestare i neozelandesi. Sexton, 34 anni, è al canto del cigno, ha la chance di chiudere la carriera con un trionfo, viene dal titolo di miglior giocatore del 2018, ma anche da una serie di fastidiosi infortuni, per ultimo una lussazione al pollice.

Giorgio Coluccia, il Giornale, ieri

 

Francia-Argentina

 

L’ipnosi per guarire

Jefferson Poirot, vicecapitano della Francia, si sottopone a ipnosi da quattro anni. Maxime Raulin de l’Équipe è stato nello studio di Gershon Pinon, lo psicoterapeuta che segue il giocatore. “Non pratichiamo l’ipnosi ogni volta che ci vediamo”, gli ha detto “Con lui è utile perché ritornava da un infortunio. Le sessioni sono progettate per mantenere la conoscenza di sé. Non parliamo di una costruzione di dipendenza, ma di un’idea di autonomia”. Questo è il motivo per cui la frequenza delle sessioni varia in base alle necessità.

 

L’Occitania avrà la sua nazionale

Non nasce con propositi separatisti né autonomisti. Non nasce, si direbbe, neppure per propria volontà.È stata un’idea della federazione spagnola. Fuori dai Mondiali, è rimasta senza un avversario serio da affrontare. Così si è fatta venire l’idea di andare a sbirciare oltre Andorra, nel campo dei vicini, suggerendogli l’ipotesi di mettere in piedi un nazionale locale per una partita amichevole da giocare a Tolosa il 16 novembre, due settimane dopo la fine dei Mondiali. Saranno invitate allo stadio le 250 scuole rugby della regione. Alain Doucet, presidente della Lega d’Occitania, ha rasserenato tutti via Équipe Magazine: “Non abbiamo l’ambizione di giocare al 6 Nazioni. L’obiettivo è rispondere all’invito degli amici spagnoli e di mettere in mostra l’identità occitana”. 

 

Inghilterra-Tonga

 

In Inghilterra il rugby è la tradizione. Rugby, due ore di auto a nord di Londra, la Betlemme non in una capanna ma in un college, i Re Magi non astronomi zoroastriani ma rettore e professori di quello stesso istituto scolastico, il padre putativo non un falegname ma un calzolaio (Gilbert) destinato a diventare il nome, il marchio, l’emblema dei palloni bislunghi perché (i diritti d’autore spettano all’All Black Justin Marshall) contengono più valori di quelli che stanno nei palloni rotondi. La tradizione del rugby nelle scuole, nelle università, nei club, nei pub, nei musei, nei templi come Twickenham […]. In Australia il rugby è sole terra mare, è raggi prati onde, è surf sull’erba. E se in Irlanda il rugby è spirito (e lo spirito è santo: i Verdi sono al primo posto nel ranking, di un niente, 89,47 punti contro l’89,40 degli All Blacks), in Scozia è vento, in Francia è passione, in Galles è appartenenza. Era lo sport dei poveri per i poveri il rugby a Cardiff e dintorni, così come di poveri e per poveri era il ciclismo in Italia. 

Marco Pastonesi, il Foglio sportivo

 

La Nazionale italiana

 

Il rugby cerca se stesso, l’Italia un ruolo che giustifichi il suo banchettare da 20 anni alla tavola dei grandi: raccogliendone briciole sportive, ma riempiendosi le tasche di quattrini. Fra un mesetto il fondo di investimento CVC, lo stesso che anni fa possedeva la Formula 1, concluderà un investimento da 120 milioni di sterline, circa 136 milioni di euro, nel Pro 14 (la Celtic League a cui l’Italia partecipa con Benetton Treviso e Zebre Parma), e ne ha in ballo un altro da 540 (in euro) nel Sei Nazioni. Nelle casse dell’Italia, che dal 2020 sarà socio paritario nel Pro 14, grazie alle due operazioni dovrebbero arrivare fra i 50 e i 60 milioni di euro in più. Alla faccia degli autolesionisti nostrani che ci vorrebbero fuori dal Torneo, ma in palese contrasto con gli scarsissimi risultati della Nazionale. Mistero affascinante di uno sport che da noi continua ad attrarre appassionati e sponsor nonostante la carestia di soddisfazioni. 

Stefano Semeraro, la Stampa, ieri

 

Forte con le deboli come Usa, Russia, Georgia, Samoa, Tonga e debole tra le grandi come le avversarie del 6 Nazioni e le quattro grandi dell’emisfero sud. Il terzo posto non potrà esaltarci ma neanche abbatterci dichiarando un fallimento la spedizione giapponese. Questa è la realtà italiana che tra alti e bassi non ha ancora imparato a vincere nonostante le nuove generazioni giochino in coppe europee internazionali e sulla panchina si siano alternati commissari tecnici di primissimo livello mondiale. 

Cesare Monetti, Avvenire

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