Come andò a Città del Messico il 12 settembre 1979
Cominciò a piovere. Gocce leggere, fitte, dolci. Il ragazzo guardò la pista, era liscia e consumata. Gli seccava che nei giorni precedenti fosse comparsa la scritta Petro Menea, il suo nome storpiato, senza la i e una n, come la nazionalità, francese. Aveva tirato molto nelle tre prove precedenti, aspettare l’ultimo turno era un rischio. Si convinse o almeno ci provò: «Il mio punto di riferimento saranno le voci. Quando arriverò, ascolterò, e saprò». Il ragazzo partì con una fretta perfetta. 1,8 metri di vento a favore. C’è sempre una magia nello scappare verso qualcosa. Corse come non aveva mai fatto in vita sua e superò il mondo. Si lasciò dietro l’infanzia, i complessi, i torti, il suo sud.
di emanuela audisio, la Repubblica, 8 settembre 2009
Bang
Sei una pila. Elettrizzato. Le mani si levano da terra. I piedi balzano dai blocchi. Il corpo è un proiettile. Braccia e gambe si attraggono come cariche. Sincronia. Il tuo motore da sprinter accelera la frequenza. Conosci la curva come lo stradone di casa. “Freccia del Sud” avanti tutta sulla corsia numero 4. Primi cento metri in 10″34. Secondi cento metri in 9″38. La maglia azzurra numero 314 è in testa. Ci sei, il traguardo è là. Lo sai che stai per salire sul podio. Pane, olio e fatica. Tagli il traguardo con un colpo di testa e sì: hai vinto. Non alzi le braccia al cielo. Non sorridi, ancora. L’orologio Omega segna 19″72. Record del mondo. Sei un figlio del vento, sei il figlio di un altro tempo. Sei Pietro Paolo Mennea, l’Ultimo Bianco.
Il senso della corsia numero 4
Le due curve di una pista di atletica leggera sono semicircolari. Il raggio del cerchio descritto dalla linea interna della corsia interna è 36,5 metri e ciascuna corsia è larga 1,22 metri. Perciò il raggio del cerchio in cui si corre diventa più grande e la forza in più che si deve esercitare per coprire il percorso circolare diventa inferiore e di fatto si percorre anche una parte più piccola di cerchio. Se due velocisti identici, uno collocato nella corsia uno e l’altro nella corsia otto, esercitano la stessa forza nei primi 100 metri di una gara dei 200, il velocista della corsia uno raggiungerà una velocità inferiore circa del 10% a quella raggiunta nella corsia otto e il velocista della corsia otto impiegherà il 10% del tempo in meno. È un fattore molto rilevante, che vale un intero secondo in meno nella prima metà della gara se si corrono i 200 m in 20 secondi. Nella pratica, correre nelle corsie esterne non rappresenta un tale vantaggio sistematico e per sprintare in curva il velocista deve fornire solo una frazione dell’intera forza che gli serve a correre in cerchio. Se questo semplice modello fosse completo, tutti i duecentometristi farebbero i loro tempi migliori nella corsia esterna, mentre in pratica la maggior parte dei record viene stabilita nelle corsie tre e quattro, anche questo dato non è del tutto asettico, visto che ai campioni più veloci che si sono qualificati per le finali di importanti campionati sono assegnate di solito proprio quelle corsie.
Tutta colpa di Pallamolla
Ventisette anni compiuti nel giugno scorso, segno zodiacale il Cancro, un metro e 79 di statura, peso-forma sui 69 chili, gli occhi un po’ liquidi che non riesci a capire se siano furbi o ingenui, il mento a sghimbescio che lo fa somigliare a Totò, Pietro Mennea è arrivato all’atletica per ripicca. Colpa di un certo Pallamolla, un compagno di scuola che a Barletta lo batteva puntualmente in ogni competizione studentesca. … Unico bianco ai vertici della velocità mondiale, frequentati esclusivamente da supermen di colore, Mennea rifiuta il cliché del meridionale povero che ha raggiunto il benessere grazie allo sport.
di mario gherarducci, Corriere della sera, 14 settembre 1979
[domande]
Che cosa è stato di Pallamolla e che cosa faceva nel giorno del record di Mennea?
Nonostante i cereali
Ripensiamo a questo esule ossuto, enigmatico, brontolone, intimamente audace, che il vento di settembre ha portato così lontano, quasi per isolarlo dalle controversie domestiche e per farlo correre più veloce che mai. Ripensiamo ai suoi record che stupiscono il mondo e che mortificano la nostra lentezza, la nostra atavica pigrizia in un processo che sa quasi di revanscismo sociale. Nutriti per secoli a cereali, come abbiamo mai fatto a diventare così veloci?
di bruno raschi, la Gazzetta dello sport, 14 settembre 1979
L’elastico
Fra i segreti di Pietro Mennea – soprannominato la freccia del sud per le sue origini barlettane – c’è anche il singolare allenamento ideato a Formia da Carlo Vittori. Per raggiungere velocità superiori a quelle toccate in gara, Mennea viene lanciato per 30 o 40 metri da un gigantesco elastico teso all’altezza dei reni. In pratica, si tratta dello stesso effetto che si prova correndo in discesa, quando si sentono le gambe “scappare via”. L’attrezzo consente a Mennea di sviluppare, per usare un paragone automobilistico, un numero di giri superiore a quello del suo motore. Ovviamente, se non si è abituati ad essere lanciati dall’elastico, c’è il rischio di cadere rovinosamente in avanti, finendo lunghi distesi con la faccia a terra.
da Corriere della sera, 14 settembre 1979
Il rammarico del coach Carlo Vittori
Quel ’79 non era un anno d’oro, per Pietro: fosse tornato in Messico dopo i Giochi di Mosca, avrebbe corso i 200 in 19”50, rendendo più umano il successivo record stabilito da Michael Johnson, e ancora più straordinaria la sua impresa”.
intervista di elio trifari, la Gazzetta dello sport, 11 settembre 1999
La sua famiglia
Dicono che Mennea sia antipatico: troppo brusco e scostante, mai contento, mai soddisfatto del tutto, è difficile amare un campione così. Ma lui all’atletica ha sacrificato una grossa fetta della sua vita. Per nove mesi all’anno vive a Formia, in un vecchio albergo che ha il solo pregio di essere vicino al campo d’allenamento. È figlio di un sarto che per cercare uno stipendio sicuro si è impiegato in un ospedale; ha tre fratelli ed una sorella. Proviene da una famiglia modesta, ma ora guadagna quaranta milioni l’anno, molti di quei soldi vanno ai suoi e questa forse, assieme ai record, è la sua soddisfazione più grande. A vederlo in borghese, non sembra neppure un grande atleta. Mennea è arrivato ad essere l’uomo più veloce del mondo con la classe, ma soprattutto con i sacrifici, con una volontà di ferro. È entrato nella storia, ha messo a tacere tutti. E se qualche volta sarà lui, a non tacere, merita di essere perdonato.
di m.car., la Stampa, 13 settembre 1979
Un altro Coppi
Quel giorno l’Italia scoprì un altro Coppi. Veniva dal meridione, era magro, un po’ storto, molto contorto. Figlio di un sarto. Suo padre tagliava abiti, lui si cucì l’atletica addosso. Corse i primi cento in 10’’34 e i secondi in 9’’38. Quell’anno l’Italia capì che correre alla Mennea era una scienza. Il professor Vittori studiava la formula, Pietro Paolo la realizzava. Sempre dandosi del voi, tenendosi lontano dalle confidenze, e dalla leggerezza del dilettantismo.
di emanuela audisio, la Repubblica, 8 settembre 2009
Aldo Moro e Glenda Jackson
È diplomato in ragioneria, s’è laureato in educazione fisica e da tre anni frequenta Scienze politiche. “Fu Aldo Moro a consigliarmelo – riferisce -. Il giorno in cui lo conobbi, mi disse:”Se vuoi conoscere la gente e capirne i comportamenti, studia la politica, la storia, il diritto”. Per combattere la solitudine di Formia va spesso al cinema. Predilige film di un certo impegno e l’attrice che ammira di più è Glenda Jackson.
di mario gherarducci, Corriere della sera, 14 settembre 1979
Questo è lo sport dell’umiltà perché domani può venir fuori qualcuno che ti batte
Tommie Smith
Il più polemico
Mennea pareva un personaggio di Osborne: la rabbia, la voglia di riscatto, di dire al mondo e a se stesso che da Barletta era venuto il più veloce, il più duraturo nel tempo, il più ostinato, il più polemico.
Paragoni
A Berruti bastavano gli avversari. Mennea ha bisogno di nemici. Un ragazzo venuto dal basso, in senso atletico e geografico, discriminato, rabbioso, mai pago anche perché mal pagato: così, almeno, sostiene la mamma. Una scheggia, però.
da la Stampa, 4 luglio 2003
Platone e Aristotele
«Mennea era un asceta dello sport, interpretato sempre con ferocia e determinazione, è stato un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza».
«Io praticavo la velocità per divertirmi, lui come lavoro: era pragmatico, mentre io sono un idealista. Il nostro fu uno scontro come tra filosofi greci, faccia conto di Platone vs Aristotele».
intervista di livio berruti a Famiglia Cristiana, 5 giugno 2013
Il brutto scorfano
Mennea non è dunque uno scattista naturale: è un miracolo di sintesi tecnica e morfologica. Dal misterioso sincronismo dei suoi arti in apparenza slegati fra loro viene espressa una armonia che si traduce in tempi clamorosamente rari su questa terra. Giuseppino Mastropasqua vescovo della nostra parrocchia atletica, dice che i muscoli di Mennea non sono di carne, bensì di finissima seta. Li ha pettinati e prettati per oltre dieci anni migliorandoli a ritmi del tutto fuori dell’ordinario. Gli scattisti bruciano se stessi in un volo breve e pieno di affanno: Pietro Paolo rinasce ogni anno come la mitica Fenice.
Affiora puntualmente al primato mondiale (19 secondi 72 centesimi!), al titolo olimpico. E siamo tutti senza fiato di fronte a lui che umilia anche la nostra ragione. Come fatico a trattenermi ora dalla retorica gioia di averlo fratello in povertà! Giudicato secondo il metro comune, questo brutto scorfano è un Iddio sceso fra noi in incognito a consolarci di non essere belli. La sua vera forza è un rovente ottimismo; la sua eccellenza tecnica è volontà mai rassegnata e quindi indomabile. Sul piano morale è il più mirabile e alto di tutti noi, atleti o caricature di atleti che noi siamo.
di gianni brera, la Repubblica, 17 agosto 1982
La testimonianza di sua moglie Manuela
«Pietro era timido, aveva pudori, non avvisò nemmeno della nostra festa di matrimonio, dopo cinque anni di fidanzamento. Lui ne aveva 44, io 30. I miei all’inizio erano un po’ scettici: per la differenza di età e di esperienza, poi l’hanno accolto come un altro figlio e anche lui si trovava bene. I primi sei mesi di convivenza sono stati difficili, Pietro viveva come se io non ci fossi, con i suoi ritmi. Io lo smontavo, prendevo in giro la sua rigidità, e lui non ci era abituato. Però era incuriosito. … Gli avevano offerto un reality, era scandalizzato: sai che mi darebbero tre volte di più di quello che ho guadagnato in carriera? Non era un uomo gestibile”.
intervista di emanuela audisio, la Repubblica, 18 aprile 2013
Pietro secondo Pietro
«Avevo tre anni quando mamma mi mandò a comprare un bottiglione di varechina che mi si aprì nel tragitto, porto ancora i segni sulle mani. Papà veniva da una famiglia di undici figli, due si erano fatte suore, non c’era da mangiare a casa. Quando ho iniziato a correre i calzoncini me li cuciva lui ».
«Papà alla domenica mi mandava in bicicletta a portare i vestiti, anche al questore Buttiglione, io appoggiavo la bici e andavo a giocare a pallone, stavo in porta, ma i clienti protestavano e all’una tra i rimproveri ero intercettato. Correvamo in piazza o attorno alla cattedrale, mi feci la fama lì. A quattordici anni divenni collaudatore di macchine veloci. Chi comprava una Porsche o un’Alfa Romeo veniva a suonarmi a casa alle undici di sera».
intervista a la Repubblica, 3 giugno 2012
«Incontrai Muhammad Ali a Las Vegas. Mi presentarono come l’uomo più veloce del mondo. Lui mi squadrò sorpreso: Ma tu sei bianco’. Sì, gli risposi, ma sono nero dentro ».
«Io mi allenavo, sempre. Su 365 giorni l’anno erano 15 quelli in cui non mi mettevo la tuta. A casa mia, a Barletta, tornavo solo tre volte. Per il resto, sempre a Formia. Anche a Natale e a Pasqua. A lavorare, mattina e pomeriggio. Alla sera, mangiavo come un matto. Di tutto, tranne alcolici e cibo piccante. Avevo la fortuna di stare in un albergo che ospitava ricevimenti nuziali, a me andavano i resti. Una pacchia: antipasti, primi, secondi, contorni, frutta, dolci. Ero abituato bene, perché mia madre anche quando non mi allenavo mi preparava la pasta al forno alle tre di pomeriggio. E io in tutta la mia vita non sono mai stato male di stomaco. Mai. E a livello muscolare non mi sono mai strappato, in venti anni di attività. Mai».
intervista a la Repubblica, 8 settembre 2009
«Quel mondiale non mi portò nemmeno una lira. Nessun premio, davvero. Guadagnai otto milioni l’anno dopo, ai Giochi di Mosca, vincendo l’oro. E con quei soldi mi comprai sei poltrone Frau. Ogni tanto mia moglie minaccia di buttarle via. Guai a te, la minacciò, quelle sono il mio premio olimpico».
«È grazie allo sport che ho conosciuto il presidente Pertini. Mi invitò a colazione al Quirinale, il giorno prima del suo addio. Era triste, addolorato di lasciare, mi commosse».
«Non ci sarà più un record come il mio, non in Italia, e non perché non possano nascere campioni. Ma oggi c’è una società e una morale diversa, che rifiuta tutto quello che io ho rappresentato. Io allenavo la fatica con l’allenamento. Ogni giorno, fino all’esaurimento. Ho sofferto, ma ho anche sognato di più».
intervista a la Repubblica, 10 settembre 2004
Emanuela Audisio, su Repubblica, intervista Nazareno Rocchetti il massaggiatore del velocista.
Quel giorno iniziò male
«Quel giorno iniziò male. Pioveva, c’era un forte temporale. Pietro era malmostoso, di cattivo umore, non voleva correre. Gli capitava spesso di essere così, contro tutto e tutti».
«Quel giorno iniziò male. Pioveva, c’era un forte temporale. Pietro era malmostoso, di cattivo umore, non voleva correre. Gli capitava spesso di essere così, contro tutto e tutti».
La testa più delle gambe
«In 20 anni si sarà fatto male non più di 5 volte. E sempre sciocchezze. Aveva muscoli di seta, ma senza esagerare. Il suo fisico non era straordinario. Ma la testa era formidabile. È sempre quella che fa la differenza, il suo cervello produceva più delle gambe. E sopportava carichi di lavoro pazzeschi, tutti gli altri per seguirlo si sono rotti».
«In 20 anni si sarà fatto male non più di 5 volte. E sempre sciocchezze. Aveva muscoli di seta, ma senza esagerare. Il suo fisico non era straordinario. Ma la testa era formidabile. È sempre quella che fa la differenza, il suo cervello produceva più delle gambe. E sopportava carichi di lavoro pazzeschi, tutti gli altri per seguirlo si sono rotti».
“Ecco un italiano di Barletta”
«Ha corso la seconda metà in 9”38 e la prima in 10”34. Vittori aveva il cronometro in mano, ma andò in confusione, mi prese in braccio e gli venne l’ernia. Pietro venne subito da me, mi accarezzò il volto. Ho ancora la foto. E iniziò a sproloquiare: “Ecco un italiano di Barletta”».
«Ha corso la seconda metà in 9”38 e la prima in 10”34. Vittori aveva il cronometro in mano, ma andò in confusione, mi prese in braccio e gli venne l’ernia. Pietro venne subito da me, mi accarezzò il volto. Ho ancora la foto. E iniziò a sproloquiare: “Ecco un italiano di Barletta”».
Lui e Vittori, una vita dandosi del lei
«Vittori ha sempre detto che quel Mennea valeva 19”60, ma nessuno pensò a ritornare in altura. Pietro era soddisfatto, gliela aveva fatta vedere al mondo, lui uomo del sud. Non c’era niente da fare: aveva quel pensiero fisso. Ma si sacrificava tanto: tra lui e Vittori c’è stato un rapporto odio-amore che ha portato alla bellezza, ma con troppa violenza dentro. C’era bisogno di darsi del lei per tutta la vita, di mantenere le distanze, di essere vittima a carnefice? Per me, no».
«Vittori ha sempre detto che quel Mennea valeva 19”60, ma nessuno pensò a ritornare in altura. Pietro era soddisfatto, gliela aveva fatta vedere al mondo, lui uomo del sud. Non c’era niente da fare: aveva quel pensiero fisso. Ma si sacrificava tanto: tra lui e Vittori c’è stato un rapporto odio-amore che ha portato alla bellezza, ma con troppa violenza dentro. C’era bisogno di darsi del lei per tutta la vita, di mantenere le distanze, di essere vittima a carnefice? Per me, no».