La morte di Pasolini e Saarinen all’ombra della fatal Verona

 GLI ANNI CON IL 3 

La radio ancora taceva, quando successe. Tutto il calcio minuto per minuto non aveva aperto i collegamenti dai campi. Nelle domeniche di maggio del 1973 si poteva ascoltare al massimo la cronaca dei secondi tempi, dopo che Roberto Bortoluzzi dallo studio aveva invitato a «solo interventi flash, vai Ameri». 

Ecco. Prima che Ameri stupisse le case degli italiani dicendo del vantaggio del Verona sul Milan capolista, le case erano state sconvolte da una notizia arrivata dalla televisione. Più di due ore prima del collegamento per gli ultimi 45 minuti della serie A, sullo schermo era apparso un motociclista appiedato che si teneva la faccia tra le mani. Il telecronista stava però continuando a raccontare la corsa, chi è primo, chi è secondo, la solita roba. 

È successo che sulla pista di Monza, in un incidente, sono morti due piloti, Renzo Pasolini e Jarno Saarinen. Per 25 minuti si intravedono ambulanze e disperazione, ma nessuno spiega niente a chi sta seduto sul divano, tra cui la signora Anna, moglie di Renzo. Piero Ottone sul Corriere della sera scriverà il giorno dopo: Alla televisione sono disabituati dal dare delle notizie che non riguardino la presenza di sua eccellenza all’inaugurazione del viadotto. È il nuovo linguaggio del quotidiano dal quale se n’è andato Indro Montanelli, più aggressivo verso il potere. Quella stessa mattina, per esempio, Gianni De Felice aveva firmato un editoriale sul caso di un orologio d’oro regalato dalla Juventus all’arbitro Lo Bello. 

 

«Cominciamo come di consueto con il solo risultato dei primi tempi», fa Bortoluzzi dallo studio. Sono le 16 e 45. «Verona tre, Milan uno» ribatte Ameri. È un risultato da fine del mondo. «Roma uno, Juventus zero» risponde Sandro Ciotti dall’Olimpico. «Napoli zero, Lazio zero» chiude Emanuele Giacoia dal San Paolo. Significa che il Milan capolista si sta facendo sfilare lo scudetto. Se la Lazio segnasse un gol, se lo prenderebbe direttamente. Oppure sarà spareggio. Alle 17 e 18, quando la Juventus fa 1-1 a Roma, lo spareggio diventa addirittura a tre. 

Il tempo dirà che molto altro è avvenuto lontano dal campo. Negli spogliatoi del San Paolo, i giocatori della Lazio sono andati da quelli del Napoli a ricordargli che non gliene dovrebbe fregare granché di questa partita. Non è vero. Qualche mese prima, all’andata, si era chiusa in rissa. «Non lo abbiamo dimenticato» aveva annunciato in settimana Corrado Ferlaino, il presidente del Napoli. Il capitano Wilson è andato a parlare con l’altro che ha la fascia intorno al braccio, Antonio Juliano. Si conoscono bene. Wilson è stato per qualche anno in serie C con l’Internapoli. Quando Totonno si sente chiedere strada libera, oggi diremmo di scansarsi, risponde freddo: «Mi spiace, siete arrivati tardi». I premi a vincere non sono ancora vietati dal regolamento. Devono averne promessi al Napoli, forse anche al Verona. Wilson si ritrae con la faccia truce: «Allora vi rompiamo il culo».  

 

Quando mancano pochi minuti alla fine, dentro le maglie della Roma si intrufola la consapevolezza che battendo la Juventus, di lì a poco vedranno la città far festa con i colori della Lazio. Perché dovrebbero dare una mano al destino? In città sono giorni caldi. Due bombe a mano sono state trovate nei gabinetti pubblici di piazza Vittorio. Un quarantenne ha dato fuoco alla porta dell’ufficio di Rinascita, settimanale comunista. Ha preparato questi strani ordigni rimestando in una busta di plastica alcol e vecchi calzini, camicie, pantaloni. Ha in tasca una tessera del Msi. Il segretario Giorgio Almirante era appena intervenuto in Parlamento per difendersi dall’accusa di aver ricostituito il partito di Benito Mussolini. Ha rinfacciato alla Dc il sostegno dato dai suoi uomini ai vari governi Pella, Zoli, l’appoggio a Segni, a Tambroni, alla presidenza di Gronchi. «Se sono io il ricostituito partito fascista – alza la voce – allora consentitemi di dire che lo sono dalle origini; tutto potevate fare, tranne che chiedere il nostro apporto».  Una chiamata di correità. 

 

Sui tre campi dello scudetto è un grandissimo pasticciaccio. Carlo Emilio Gadda sta morendo qualche km più in là, al secondo piano, interno 13, di via Leonardo Blumenstihl 19. Gualtiero Zanetti, direttore della Gazzetta dello sport ancora per un mese, è andato in Rai a guardare le tre partite tutte assieme, discretamente – racconta il giorno dopo – alle spalle di Nando Martellini che, per dovere d’ufficio, doveva visionare direttamente e simultaneamente le tre registrazioni delle immagini che gli giungevano. Così abbiamo visto i tre grandi incontri vivendone con leggere frazioni di ritrdo i riverberi che un gol, un palo, una rete banalmente sbagliata riversavano su di uno, o due, o tre incontri insieme. Una esperienza nuova – se vogliamo – e assurda, all’insegna del più grande anticalcio (perché la TV può curare il particolare e non il contenuto d’assienme di una partita) ma certamente impeccabile e perfetta dal punto di vista della esigenza cronistica da curare”. 

Sta guardando Diretta Gol con mezzo secolo d’anticipo. 

È alle 17 e 43 che potrà assistere al secondo gol della Juventus all’Olimpico, lo segna Cuccureddu. Non ci sarà nessuno spareggio. Lo scudetto va a Torino. Il Milan nel frattempo perderà 5-3. È la partita che chiameremo per sempre la fatal Verona, figlia della fatica per la finale di Coppa delle Coppe giocata e vinta il mercoledì precedente a Salonicco, contro il Leeds. «Siamo stanchi, non sarà facile con il Verona», ha detto Nereo Rocco risalendo in aereo. L’allenatore che ha fatto perdere questo scudetto al Milan, Giancarlo Cadé, sei anni prima era sulla panchina del Mantova, e all’ultima giornata lo aveva fatto perdere all’Inter, «Sono sempre io» dirà con una punta d’orgoglio a quelli che vanno a intervistarlo. 

Lo scrittore Gianni Arpino è in tribuna a Verona. Doveva celebrare uno scudetto, si trova a dover cantare la caduta del Milan che rimbomba stracciando l’alta quiete di una città che mai avrebbe creduto di vedere un simile pomeriggio. Arpino ha già vinto il Premio Strega da nove anni per L’ombra delle colline

Scrive: È un 5 a 3 che poteva benissimo diventare un 6 a 1 o anche un 7 a 2. Roba da basket. Il Milan paga gli errori del suo libero Turone, che non ha fermato mai un uomo veronese, e la mollezza di tutti gli altri: da Rivera, che era solo la sbiadita fotografia di se stesso, da Chiarugi, che ha sbagliato pure due punizioni dal limite (non sempre è Salonicco, e gli uomini di Cadé, per loro fortuna, non sono inglesi), dagli Zignoli incattiviti fino alla rissa e alla disperazione, a Sogliano, Benetti, Rosato, gli unici a battersi con dignità malgrado lo sfacelo. Il Verona si è abbattuto sul Milan come una tempesta: non ha lasciato un solo chicco d’uva a Rocco e ai suoi fratelli, disintegrandoli in 90 minuti di buon calcio. Dopo mesi di lavoro e di stenti e di lotta, in novanta minuti il Milan ha bruciato un patrimonio di esperienza e quel famoso punticino di vantaggio. Rivera, oggi, è apparso l’immagine di come si può essere fulminati dal Maligno, Maligno con l’emme maiuscolo come Milano.

 

 

     Pasolini e Saarinen sono morti alle 15.17, secondo il resoconto di Pino Allievi sulla Gazzetta dello sport. Un carabiniere, con gli occhi lucidi, ha raccontato di aver notato anch’egli dell’olio sulla pista ed una frazione di secondo dopo sopraggiungere i corridori. Roberto Gallina, in gara con una Yamaha, ha asserito di aver visto la moto di Pasolini volare contro il guard-rail e rimbalzare in pista, sbattendo contro Saarinen, sul cui corpo passava poi la moto di Mortimer e quella di un altro corridore. Pasolini e Saarinen sono morti sul colpo. Il casco di Saarinen l’abbiamo visto rotto in due pezzi, senza più le protezioni interne. La sua Yamaha aveva una grossa macchia di bruciato nella parte anteriore.

Nel dramma c’è stato anche il fuoco. I serbatoi erano ancora pieni di miscela e strisciando contro l’asfalto hanno incendiato le balle di paglia ai bordi della pista. Victor Palomo è passato in mezzo alle fiamme. Il campione del mondo di sci nautico è tornato a piedi ai box con gli occhi sbarrati, a stento ha riconosciuto i suoi amici: «È tremendo quello che ho visto. Non so come faccio ad essere ancora vivo».

Giorgio Viglino su la Stampa racconta: La pista bruciava ai lati e bruciava anche la paglia che era dappertutto sulla pista. C’era sangue sull’asfalto, materia cerebrale, il povero Saarinen semidecapitato, Pasolini in una posizione impossibile, chissà quante ossa e organi spezzati in quel povero corpo. Il pubblico lì attorno — altro ne sarebbe giunto correndo da posti lontani — era sgomento, choccato. Si dice che lo spettatore vada in cerca d’incidenti di forti sensazioni, ma le persone che ho visto erano addolorate, dolorosamente stupefatte per quanto era accaduto sotto ai loro occhi

Tre giorni prima, proprio dalle pagine della Gazzetta dello sport, Saarinen aveva lanciato accuse pesanti a Monza, concentrando le sue critiche proprio sul curvone, per il suo fondo sconnesso. Gli organizzatori avevano accusato il giornale milanese di fare cattiva propaganda alla corsa. 

Saarinen e Pasolini – dice ancora Allievi il giorno dopo – sono stati trasportati immediatamente all’infermeria della pista, oramai senza vita, con i corpi martoriati. Un uomo anziano si è avvicinato alla porta nella quale erano entrate poco prima le barelle, ha chiesto cosa fosse successo. Sono morti Pasolini e Saarinen, gli ha risposto un infermiere, senza sapere che quell’uomo era il padre del povero Pasolini, Massimo, anch’egli ex-corridore motociclista. La moglie di Saarinen, Soili, è scoppiata in lacrime tra le braccia di Alberto Pagani, cui è spettato il duro compito di comunicarle la notizia. Le salme di Saarinen e Pasolini si trovano all’obitorio di Monza. Il corridore italiano lascia la moglie Anna e due bambini, Sabrina di sette anni e Renzo di due e mezzo. Saarinen era sposato da un anno e mezzo e non aveva figli.

 

Vittorio Notarnicola sul Corriere della sera li racconterà così. 

Molto diversi, Renzo Pasolini e Jarno Saarinen. L’italiano era il corridore operaio, uno che veniva dall’officina dove aveva esplorato i segreti dei motori prima di andare in pista. L’ascesa di Pasolini non era mai stata folgorante, sulla sua strada aveva sempre centrato dei testa di serie: lui era piuttosto piccolo di statura, aveva bisogno degli occhiali, dentro di sé – nonostante lo stimolo dell’orgoglio sportivo forse sospirava il momento in cui sarebbe stato soltanto un funzionario di direzione commerciale all’Aermacchi. Alle spalle di Renzo Pasolini, corridore con ambizioni di scrivania, c’era la moglie, Anna Maria, due figli, Sabrina e Renzo Stefano. Più il padre e i fratelli. Correva in quasi tutte le categorie, nelle più difficili almeno. Vinceva, ma con fatica, nessuno gli regalava mai niente.

Jarno Saarinen era di lusso, invece. Finlandese, discendente sicuro d’una di quelle tribù calate nella notte dei tempi dalla Sarmazia o da più in là ancora, lunghi capelli ondulati, parecchie lingue nel suo bagaglio, un sorriso cinematografico, una stupenda donna sposata, una fama di pazzo volante, una laurea da ingegnere meccanico, una valida promessa di ingaggio come progettista nella fabbrica giapponese di moto per la quale adesso era scritturato come corridore. Jarno Saarinen era riuscito persino a battere il campione Giacomo Agostini, motociclista-record in Italia, senza farsi prendere in antipatia dagli assidui delle nostre piste; i suoi amici, anzi, aumentavano giorno per giorno. Era a Monza, ieri, sapeva che cosa l’aspettava ma non aveva paura di morire. Aveva detto che quella curva era brutta, che c’era un rattoppo.

Nella domenica che invece chiamiamo della fatal Verona.

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