Elogio del trash talking. Chi lo pratica e chi vorrebbe

In principio, il primo fra tutti, fu probabilmente il Signore Dio. Quando disse al serpente: «Sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai  e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita». Poi, come sotto un canestro coi gomiti larghi, aggiunse verso Eva: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli»; e verso Adamo: «Maledetto sia il suolo per causa tua. Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Polvere tu sei e in polvere tornerai». Insieme all’universo e alla bellezza del creato, insieme all’uomo e alla donna, stava nascendo il discorso minaccioso. Un passo alla volta, gradino dopo gradino, evoluzione dopo evoluzione, oggi lo chiamiamo trash-talking. 

Lo sport se ne ciba. Dell’ultimo episodio, l’America non smette di parlare. Caitlin Clark vs Angel Reese, finale del campionato universitario di pallacanestro [vedi Slalom di ieri]. 

Il portale di psicologia State of Mind lo definisce come “scambi verbali dal contenuto sotto la cintura”, un termine pugilistico non a caso, perché il trash-talking per molto tempo abbondava durante le operazioni di peso dei pugili, quando uno fa la faccia dura all’altro, l’altro gli dice ti spiezzo in due, insieme danno vita al “fenomeno comunicativo legato alla teoria dei personal traits”.

Lo psicologo sudafricano Johan Liebenberg dice che l’attività sportiva è lo sfogo necessario per soddisfare i nostri istinti primordiali, ereditati dall’atavico passato di cacciatori e di nomadi di sussistenza. 

“Si è evoluta fino a essere un elemento di incontro fra le varie Società Umane, un fenomeno economico globale e semplicemente un punto di incontro con l’Altro”. L’evoluzione del concetto di legge e di rispetto nella cultura umana ha prodotto la nascita di una sorta di giurisprudenza dell’agonismo, legata a quei concetti che chiamiamo sportività o fair-play. 

I ricercatori Sharpe, Brown & Crider definiscono la sportività come “una caratteristica attitudinale considerata favorevole nella Storia, che porta l’atleta a essere percepito dal pubblico come dotato di buona apertura caratteriale e di buona capacità di giudizio”, mentre per JW Keating “l’atteggiamento sportivamente corretto è generalmente considerato con tale positività che gli Accademici Filosofici si domandano se esso possa essere considerato materia di studio nel campo delle categorie morali”. 

È il piatto buono della bilancia. Quello che spinge a mettere il trash-talking dall’altra parte. Tuttavia, in contrasto con una parte della psicologia della comunicazione orientata all’etica, lo psicologo Norma Dixon lo considera “come un elemento normale all’interno della competizione sportiva, essendo una reazione psicoattitudinale e di rilascio della tensione da parte di certi tipi caratteriali”. 

Linda Silverman considera l’insulto sportivo come “una strategia non ortodossa con possibili risultati favorevoli” e Christian Jarrett addirittura “un ingrediente essenziale dello stesso evento, di cui bisogna avere una solida capacità di utilizzo”. 

 

 

I campioni li conosciamo: da Muhammad Ali a John McEnroe, da Larry Bird a Charles Barkley, fino a Conor McGregor, l’arroganza è parte della scena. Perché spesso “i risultati degli sproloqui hanno ottenuto l’effetto desiderato, permettendogli di avere una buona accoglienza dal pubblico. Questa impressione spesso evolve in simpatia ed attrazione, sia per la sicurezza ostentata, sia per la personalità fuori dagli schemi, poiché l’esposizione incondizionata dei lati meno accettabili del carattere umano è spesso accolta favorevolmente, come segno di ribellione contro le leggi etiche e sociali imposte, percepite spesso come un limite imposto”, sottolinea ancora State of Mind che ha riassunto la bibliografia che state leggendo. 

 

Angel Reese contro la Casa Bianca

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Aperta Parentesi. In America Clark vs Reese sta crescendo di livello. È accaduto che la First Lady Jill Biden abbia suggerito di invitare al ricevimento ufficiale per le vincitrici alla Casa Bianca anche la squadra battuta in finale. Angel Reese non s’è tenuta. Ha chiesto se per caso fosse uno scherzo. Durante il suo intervento di ieri al The Paper Route Podcast ha detto che se le cose stanno così, se i signori Biden vogliono stringere le mani anche a Clark e alle altre ragazze dell’Iowa, allora loro farebbero bene a festeggiare il titolo con Barack Obama e Michelle. 

Il non-detto della storia è evidente anche se taciuto. Angel Reese è afro-americana, Caitlin Clark è bianca. Louisiana è una università prevalentemente nera, Iowa prevalentemente bianca. 

Jill Biden ha chiarito che lei voleva solo elogiare la sportività dell’Iowa, voleva invitare la finalista perché hanno giocato tanto bene. 

 

Il basket eccelle. Scrive Rivista Corner che “provocare, l’intimidire l’avversario, lo svolgere una vera e propria guerra psicologica in parallelo alla partita faceva parte del gioco e tutti avevano quell’atteggiamento al limite dell’estremo. Era così che si era cresciuti sin da piccoli nei campetti di periferia ed è così che ci si comportava sul parquet, ben consci che non lo si doveva prendere troppo sul serio, era semplicemente una componente del gioco della pallacanestro”.

Un gioco di ruolo, in buona sostanza. Charles Barkley, “uno che ha sempre vissuto fuori dagli schemi, parlava, ridicolizzava, intimidiva, anche se non lo faceva sempre di proposito, lui era proprio fatto così: senza filtri davanti a chiunque e in ogni situazione”. 

In conferenza stampa alle Olimpiadi del 1992, prima dell’esordio del Dream Team contro la Nazionale di Angola, disse: – Non conosco niente di Angola, ma so che per Angola saranno guai. 

Vernon Maxwell era soprannominato Mad Max. Tim Hardaway era il play dalla parlantina facile, Rasheed Wallace un fallo tecnico che cammina. “La palla non mente” era il suo slogan dopo che un avversario aveva sbagliato un libero per un fallo che a suo avviso non c’era. Una cosa assai simile a quanto avveniva nel calcio di strada, senza arbitri. Tu ti chiamavi un rigore a piacimento, gli altri protestavano, alla fine soggiacevano e prima del tiro invocavano: “La Madonna lo vede”. 

Gary Payton è stato uno dei più grandi provocatori che la pallacanestro abbia mai conosciuto. Reggie Miller diceva che quando si va in trasferta, “ci sei tu e i tuoi compagni contro 20’000 persone. Devi trovare un modo di rigirare la situazione”. John Starks una volta reagì con una testata. La NBA ancora ricorda una lite con un tifoso avversario, e quel tifoso era Spike Lee. 

The Last Dance ci ha rivelato tutto il trash-talking di Sua maestà Michael Jordan, ma gli americani lasciano lo scettro dell’arte a Larry Bird, in contrapposizione al sorriso con cui giocava sempre Magic Johnson. 

“Larry Bird aveva un altro modo di fare, molto più diretto, schietto, rude ma brillante allo stesso tempo. Era colui che si prendeva sulle spalle la squadra, che si sacrificava per i compagni ed era il primo a difenderli, prendendosi le responsabilità e riuscendoci perché sapeva che solo lui poteva farlo. Senza mai disdegnare l’umiliazione”, scrive Rivista Corner. 

 

Nel poker e nel calcio | Molti giocatori di poker professionisti hanno fatto del trash talking un’arma tattica. I più famosi sono Phil Hellmuth, Mike Matusow e Tony G, quello che lo ha usato più scientificamente è Olivier Busquet, convinto che provocare sia un fattore per ritagliarsi un piccolo vantaggio. Il culmine nel calcio è la testata di Zidane a Materazzi durante la finale dei Mondiali del 2006. Soumyapriyo Ganguly su Essentially Sports ha raccolto il parere della leggenda NFL Brandon Marshall, secondo il quale “l’esperienza di una donna è diversa da quella di un uomo”. Ed è una sfumatura che nel dibattito in corso negli USA fa parlare di sessismo. 

 

Ne vogliono anche nel tennis | Di trash talking ne vorrebbero di più anche nel tennis. Le donne del tennis. L’hanno detto le americane Jessica Pegula e Coco Gauff. Hanno trovato un sostenitore della tesi tra gli uomini. Chi? Nick Kyrgios. 

Gauff si è lamentata nei giorni scorsi di non potersi concedere qualche insultarello qua e là all’avversaria, come invece si fa nel basket. È lo sport che ha conosciuto da bambina, e quella cosa là le manca terribilmente. Pegula dice che se nel tennis ti permetti di dire una parola a chi sta dall’altra parte della rete, tutta la folla, l’arbitro e Twitter insorgono. E invece guardatele queste due ragazzine del basket. Fanno il gesto con la mano di John Cena, si insultano e mandano a quel paese la First Lady. Che invidia, beate loro. Tutto il mondo ne parla. 

 

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