Mi sembrava un’idea così buona
che mi chiedevo come mai nessuno
ci avesse pensato prima
Dick Fosbury
È morto nel sonno all’età di 76 anni lo statunitense Dick Fosbury, oro olimpico nel salto in alto a Città del Messico. Porta il suo nome la tecnica oggi più diffusa di scavalcamento dell’asticella.
Scelse il posto giusto, Messico e nuvole, dove le nuvole erano più vicine al materassino. Scelse l’anno giusto, se devi fare qualcosa di rivoluzionario, nel Sessantotto sei perfetto. Dick Fosbury disse che saltare di schiena gli sembrava una buona idea, così buona che non capiva come mai non fosse venuta in mente a nessun altro prima. Valerij Brumel’ era il primatista del mondo con 2 metri e 28. Passava l’asticella lasciandosela sotto la pancia, con lo stile chiamato ventrale, in realtà quasi una sforbiciata, una cosa a metà tra una rana e Bruce Lee.
Un anno prima che l’Apollo 11 si sollevasse dal pianeta Terra per andare sulla Luna, Fosbury si alzò dalla pedana delle Olimpiadi per salire ai 2 metri e 24 della medaglia d’oro. C’era la tv e il mondo vide. Vide in Canada anche miss Debbie Brill, quindici anni, che per conto suo aveva trovato la stessa tecnica, vide e ne fu scioccata, disse che pensava di essere l’unica al mondo a farlo, aveva iniziato nel 66. Cinque anni prima di lei, un giornale del Montana aveva pubblicato la foto del dorsale di tale Bruce Quande. Una cosa freak. Lo fece e non se ne seppe niente più.
Dick Fosbury aveva invece cominciato a sperimentare il gesto sin dai tempi della scuola, e aveva continuato, incoraggiato dagli allenatori l’aveva perfezionato alla high school. Nel rivedere oggi le foto dei suoi salti, fa impressione il margine con cui superava l’asticella. La prima traccia della sua eresia è su una copia del Medford Mail Tribune del 1964, come riferisce il sito Inside the Games. Sotto la foto dello scavalcamento, la didascalia diceva: “Fosbury Flops Over Bar”
Quando tutto era compiuto, quando l’eretico era ormai diventato un rivoluzionario, Fosbury avrebbe detto che quella didascalia gli piaceva moltissimo.
Era allitterativa, era descrittiva e sembrava una contraddizione: un flop che diventava un successo | Dick Fosbury
Le cronache dell’epoca raccontano che per la prima volta nella storia dei Giochi, lo stadio non applaudì l’ingresso del vincitore della maratona, l’etiope Mamo Wolde. Stava saltando Fosbury e si fece silenzio. Dick ricorda invece che sulla pista stava entrando Kenny Moore, un amico, e si mise a fare un balletto per lui. La mattina della qualificazione il pubblico si ammassò tutto nella curva sotto la quale avevano sistemato il materassino del salto in alto. Fu un’apparizione, un lampo, una cometa. Sul podio sollevò il pugno come Smith e Carlos, nessuno ne fece un caso. Finite le Olimpiadi, Fosbury se ne tornò alla sua carriera universitaria. Il suo vecchio lo mise di fronte a una scelta: o l’atletica o gli studi. Mollò le scarpette e fece l’ingegnere. Aveva fallito tre volte l’assalto ai 2 metri e 29, il record di Brumel’. Lo mancò, eppure aveva fatto di più, aveva abbattuto uno stile.
L’atletica dovette aspettare altri cinque anni prima di vedere il primato del mondo finire tra le mani di un apostolo di Fosbury, estate 73, quando Dwight Stones in Germania andò per la prima volta sopra i 2 metri e 30. Un altro americano. I conservatori non s’arresero. Come in un rivolo di guerra fredda, erede di Brumel’ e di Gagarin, sotto la bandiera dell’URSS replicarono con l’ucrano di nascita Volodymyr Jaščenko, di nuovo al record col ventrale nel 77 e nel 78, a 2 metri e 33 e poi un centimetro oltre. L’egemonia dello stile Fosbury sarebbe cominciata nel 1980 con il polacco Jacek Wszola, per proseguire con i tedeschi Dietmar Mögenburg e Gerd Weissig, il cinese Zhu Jianhua. Si adeguò anche la scuola sovietica [Rudol’f Povarnicyn e Igor Paklin], fino al 2 e 45 di Javier Sotomayor che compirà trent’anni a luglio. L’ultimo grande duello e scontro di stili c’è stato tra il dorsale di Sara Simeoni e il centrale di Rosemarie Ackermann. Dopo tutti di schiena. Solo di schiena. Nel nome di Fosbury. L’uomo che capovolse il salto in alto e vinse l’oro guardando le nuvole, senza più dare le spalle a Dio.
Uno dei barbari moderni
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È la celebre definizione di Alessandro Baricco per chi nella storia dell’umanità arriva e sostituisce un paesaggio a un altro. I romantici rispetto agli illuministi, per esempio. I portatori di un mondo nuovo, “una specie nuova”, dei mutanti che trasmettono l’impressione di un’apocalisse imminente, in chi intravede “l’orda barbarica in arrivo”.
Come si permettono? Si era sempre fatto così. “È lì che mi viene voglia di capire” dice Baricco nel suo libro del 2006.
Da queste riflessioni sono nate le Palladium Lectures dedicate agli “strappi culturali” e alle “rivoluzioni del gusto”. Accanto alla voce ruvida di Maria Callas nella lirica e alla faccia spigolosa di Kate Moss nella moda, tra i barbari che strappano e rivoluzionano una scena, Baricco ci mise Dick Fosbury.
La filosofia del salto in alto
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“Di tutte le discipline dell’atletica leggera, il salto in alto è sempre stato quello che mi attraeva di meno. Non c’è il terribile pericolo del salto con l’asta. Non sembra un’impresa di forza o di velocità. Sembra solo strano. Anche i saltatori hanno un aspetto strano: sono alti e scheletrici, tutti tendini e ossa. Possono alzarsi sopra l’asticella posta all’altezza di un soffitto standard. Ma in televisione non sembra che stiano saltando come sul tettuccio di un camion. Sembra che scherzino. Dopotutto chi salterebbe su un camion? Si chiama Fosbury Flop. Invece di correre dritto, gli atleti adottano un approccio rotatorio. Invece di saltare, girano le spalle, inchiodano una gamba a terra, saltano in piedi, inarcano le spalle sopra la sbarra e cadono. È come guardare un sottomano invece di una schiacciata. La cosa bella del salto in alto è che misuri il tuo successo in base al tuo fallimento. Ogni gara finisce con un errore. È una cosa meravigliosa a cui assistere” – di louisa thomas, New Yorker, 17 agosto 2016
I contemporanei
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La sequenza del fotografo Luigi Fracchia pubblicata dalla rivista milanese Atletica leggera.
Il Corriere della sera la ripropose spiegando: “La caduta è concepibile solo in quanto si atterra su soffici cuscini: sarebbe stata praticamente impossibile quando gli atleti finivano il loro volo sulla sabbia”
Il gambero del contestatore tra le risate
“Si disse che non avrebbe lasciato traccia maggiore di quella che lascia un sasso gettato sulla superficie dell’acqua, perché nessuno voleva far credito alla «the Fosbury flop» cioè il nuovo modo di superare l’asticella nel salto in alto, inventato, appunto, da questo americano Richard «Dick» Fosbury, ventiduenne, studente in ingegneria. Le foto del volo a gambero e della caduta di schiena, fecero notizia mesi prima che cominciasse l’Olimpiade; credo però che pochi davvero pensassero al pieno successo dell’inventore e del contestatore. Invece è venuto a Città di Messico, ha saltato alla sua maniera, ha stabilito il nuovo record dei Giochi (2,24), ha vinto la medaglia d’oro, e la gente che in quel giorno di festa era nello stadio dapprima mischiò gli applausi con le risate, tanto è originale e un poco da circo questo modo di saltare, ma poi, quando la asticella saliva e lui, sia pure di schiena, passava oltre, le ovazioni divennero unanimi e fragorose. Chi vince ha sempre ragione!
Ecco, è da vedere, se dopo il record e il successo olimpico, lo stile nuovo troverà atleti e soprattutto allenatori disposti ad adottarlo. Non deve essere proprio facile, anzi può darsi che lui, Richard Fosbury, abbia un dono di natura, che la giravolta, al momento stesso in cui prende impulso per sollevarsi gli sia uscita spontanea. Per altri, magari, sarebbe difficile. Anche Klaus Dibiasi, il tuffatore medaglia d’oro, fa il salto all’indietro quando si butta dalla piattaforma dei dieci metri, con doppio e mezzo rovesciato; è una prodezza che altri non ripetono alla maniera sua, altrimenti oggi non sarebbe campione. Questo Fosbury ha un po’ del tuffatore, credo, e lui stesso me lo ha confermato, che conta molto proprio come per coloro che stanno sulla piattaforma pronti al tuffo elaborato la concentrazione. Quando alza le braccia e apre i pugni sta concentrato al cento per cento, è in yoga. Forse il segreto è qui: nella meccanica studiata dei movimenti ch’egli tiene chiusa nella mente senza accorgersi di altro, senza vedere o sapere di ciò che si muove intorno. Ha parlato di uno-due-tre-quattro come quando a scuola si fanno i primi volteggi. Esatto, devono essere i punti sui quali lui, nel suo piccolo mondo, cioè concentrato al massimo, fa base scandendoli per riuscire a sollevarsi” – di nino oppio, Corriere della sera, 29 ottobre 1968
Fosbury raccontato da sé stesso
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➣ Saltare di schiena, mentre tutto il mondo saltava di pancia o sforbiciando, era solo un gioco?
«Lo sviluppo di questa nuova tecnica al liceo veniva dal fatto che non volevo perdere. L’obiettivo non era inventare qualcosa. Non avevo scelta»
➣ Quindi non ha niente dell’inventore!
«Niente. Stavo solo cercando di non perdere. Non volevo passare l’asticella più facilmente, volevo passarla e basta. In forbice avevo raggiunto il mio massimo: 1 metro e 62. Per superare altezze che non conoscevo, ho provato ad alzare i fianchi verticalmente. Nel farlo, ho dovuto tirare indietro meccanicamente le spalle e ha funzionato. Ero a un piccolo meeting scolastico, avevo solo 16 anni e ho provato questo. L’asticella è salita, a poco a poco continuava a funzionare. Il corpo ha cambiato la reazione alla barra, iniziava a sdraiarsi. Quel giorno ho saltato quindici centimetri in più del solito, fino a 1 e 77. Pareva semplice. Allora perché non continuare?».
Dovettero guardarti in modo strano, vero?
«Non gli altri atleti. Gli allenatori si chiedevano se fosse tutto legale. Hanno consultato i regolamenti. Dal primo giorno, quando sono arrivato quarto. Hanno scoperto che ci sono solo due regole: lo stacco va fatto con un piede, qualunque esso sia, e devi oltrepassare la sbarra senza che cada. Quando ero al liceo, la cosa non provocava molte reazioni, quando sono arrivato all’università, dove c’era più pubblico, quando saltavo, potevo sentire distintamente oohs, e le persone ridere. Era molto diverso dai soliti applausi e dai rumori della folla»,
➣ E le piaceva essere notato per questo genere di cose?
«Lei scherza. Perché pensa che gli atleti gareggino?».
➣ Ma stavano ridendo di lei.
«È vero: essere diversi va bene quando vinci, quando non sei al top è più difficile. Ma quando sei giovane, a tutti piace sia essere come gli altri, sia essere unici. La gente alla fine ha detto: – Beh, è divertente da guardare, ma non arriverà lontano. Questa cosa mi ha motivato moltissimo. Mi ha aiutato a sviluppare, da solo, tecniche di concentrazione e di motivazione che non esistevano nei libri. Dovevo essere padrone di me stesso, sapendo di essere sotto esame. Oggi tutti gli atleti lo fanno con gli psicologi».
➣ Pochi mesi dopo il titolo in Messico, la sua carriera era finita…
«Ero uno studente e volevo diventare ingegnere. Ma più in alto saltavo, più i miei voti scendevano. Amo la matematica, i numeri, la costruzione. Il preside del college mi ha detto: – Va bene, ti darò una possibilità, ma a una condizione: nessuna gara. Aveva ragione lui. Nel 1972, dopo la laurea, andai a gareggiare in alcuni meeting per qualificarmi ai Giochi di Monaco, ma sinceramente non ero più di quel livello. Cominciai a lavorare. Quello era il mio destino, quello volevo essere. Un giovane ingegnere, molto borghese, normale».
➣ E da allora non ha mai più saltato?
«Le ultime due volte sono state nel 1998, a Eugene in una competizione per veterani, un’altra volta nel 1999 a Patrasso, in Grecia. Non era una misura molto alta: 1 e 65, ma a cinquant’anni». ➣ Abbiamo scoperto dopo anni che lei non è stato il primo, anzi…
«È vero. Il primo si chiamava Bruce Quande e ne abbiamo la prova. C’è una foto, del 1961, su un quotidiano del Montana, che racconta di un concorso scolastico. Ma non ha continuato. Ha saltato un po’ al college, si è ritirato al primo anno. Gli ho parlato al telefono una decina di anni fa».
➣ E non ha mai rivendicato la paternità dell’invenzione?
«Mai, e mi ha sempre stupito. È un ragazzo modesto. Non lo so, forse non ha detto niente perché non era molto portato per il salto in alto e rivendicarlo non gli avrebbe portato tutto quello che ha portato a me. Nessuno ha copiato lui, da un giorno all’altro».
➣ Lei ha dato il nome a un gesto ma avevi anche un soprannome: “il più pigro dei saltatori in alto”.
«Lo diceva la didascalia di una foto. Perché sembrava che fossi sdraiato mentre saltavo. Una cosa che risale al liceo. Il fotografo si era messo in linea col filo e la foto ha fatto rapidamente il giro del mondo. Un fannullone, dicevano. Qualcosa di cui essere orgogliosi, no?» – intervista di jean christophe bassignac [intervista del 2012 ripubblicata stamattina]
PUZZLE Che cosa si dice in giro
◇ Franco Arturi, la Gazzetta dello sport: “Un gesto che ormai oggi tutti conosciamo ma che in quel momento sembra provenire da un altro pianeta. … Ancora oggi qualche attempato appassionato ha nostalgia di quel tipo di salti [il ventrale, ndSl]. Con tutto il rispetto è come ritenere che la vera eleganza è stata quella della toga degli antichi romani”.
◇ Carlos Arribas, El País: “Era un uomo maturo dai capelli bianchi, un ingegnere stradale stabilito in una fattoria, nelle grandi praterie dell’ovest, appassionato di snowboard in inverno e di mountain bike in estate, impegnato per gli svantaggiati, un combattente contro il razzismo, candidato sconfitto dal Partito Democratico al Congresso. Solo citare il suo cognome produce un effetto domino, una catena. Le sue tre sillabe evocano un’immagine. L’immagine di un atleta orizzontale, in canottiera blu navy, pantaloncini bianchi, una adidas bianca a un piede e una nera sull’altro, la schiena arcuata, le braccia inerti sul lato, la testa leggermente storta, il ricordo di un momento, il 20 ottobre 1968, in uno stadio, l’Olimpico di Città del Messico”.
◇ Emanuela Audisio, Repubblica: “Non si dava arie Dick, viveva in un ranch a Sun Valley, (non distante dalla tomba di Hemingway) in Idaho, se andavate a trovarlo vi mostrava i suoi cavalli e vi invitava a pranzo (cucinava sua moglie). Eppure aveva cambiato l’atletica con l’onore di aver inventato una tecnica che porta il suo nome. Si divertiva a smentire quelli che pensavano che dietro alla sua rivoluzione ci fosse un calcolo matematico (studiava da ingegnere). Figlio di immigrati inglesi, studente allampanato di Medford, non sembrava portato per lo sport, aveva abbandonato il baseball e il basket. … L’anno dopo al cinema uscì Easy Rider. Dick lo aveva anticipato con il suo easy jump”.
◇ Giulia Zonca, la Stampa: “Il salto Fosbury è la rivincita degli sfigati e chi lo ha inventato ce lo consegna in eredità, con il potere che si porta dietro. Era il ragazzo che sta per conto proprio. Come spesso ha ripetuto nelle sue biografie «non mi si notava». Non gli è più riuscito di sparire neppure quando lo ha desiderato: gli bastava consegnare i documenti in hotel, presentarsi, per scatenare, di nuovo, di continuo, lo stupore collettivo. Le bocche a cerchio, gli occhi fissi e quell’espressione pronta a esplodere sulla stessa domanda «Fosbury?». Sì, io, quello che ha cambiato il mondo con un salto”.
TESTIMONI Giacomo Crosa – che nel 68 usava il ventrale
“Cominciai a osservarlo soltanto dopo aver finito di saltare, dopo aver fatto nuovamente il record italiano a 2.14. Fu allora che mi accorsi per la prima volta del Picasso che avevo davanti: le mani che si aprivano e chiudevano a pugno, la sua pelle bianca che diventava ancora più bianca, lo sguardo fisso sull’asticella, l’eleganza della sua corsa e il valicamento… di schiena. Pulito ed elegante come un dipinto. Per tutti Il Fosbury è quella tecnica rivoluzionaria che ha reso molto semplice l’alto. La corsa curvilinea, lo stacco con la gamba libera all’interno, il salto di schiena: così si è allargato al popolo, è diventato democratico. Prima era uno sport aristocratico, per super atleti, anche per questo non mi sarei mai potuto adattare all’invenzione di un giovane studente di ingegneria civile. Non ho neanche provato, non era più la mia concezione del guardare fissa l’asticella da superare senza toccarla, e complice un grave infortunio al ginocchio, l’anno successivo mi sono ritirato. Con lui è cambiato il modo di affrontare il nostro nemico, anche e soprattutto dal punto di vista psicologico. Una cosa è certa: la plasticità che mi rendeva gradevole i salti di Dick non l’ho più ritrovata in nessuno, fino ai saltatori di oggi. È morto a Ketchum, come un certo Ernest Hemingway: due artisti, uno della parola e uno dell’atletica” – di giacomo crosa, la Gazzetta dello sport