Tutta la musica dello Stradivialli che attraversò due ere

Fai le cose che ti piacciono. Non c’è tempo

Gianluca Vialli

 

Gianluca Vialli aveva 58 anni. Ha giocato quasi 700 partite e ha segnato 260 gol per quattro squadre: la Cremonese, la Sampdoria, la Juventus, il Chelsea. Ha vinto 2 scudetti, 4 volte la Coppa Italia e 2 la Supercoppa, 1 Coppa d’Inghilterra, tutte le Coppe europee almeno una volta

 

Dentro un suono c’è qualcosa in più del suono. Massimo Lucchi ne ha la certezza. Fa il liutaio a Cremona. Suo padre Giovanni ha costruito per una vita intera archetti per violini. Aveva un dono. Riconosceva le bacchette migliori tenendole strette tra le mani. Gli bastavano i sensi, la percezione, un giorno si chiese come avrebbero fatto senza di lui. Ne selezionò allora una decina e chiese ad alcuni ricercatori universitari di individuare i tratti comuni. Cercava criteri scientifici per avere una risposta a un’intuizione: il suono degli archetti cambia secondo gli esecutori. 

È così che a Cremona hanno inventato il lucchimetro, l’unità di misura della conducibilità del legno e della sua capacità di vibrare, la premessa incontestabile che perfino la materia inerte evolve. Anche l’eccellenza di uno Stradivari ha bisogno di cure, forse non per migliorare, ma per non perdere pregio. Oggi esiste un gruppo di musicisti che va a suonare gli strumenti chiusi nei musei ogni mese. Per tenerli in vita. 

 

Lo Stradivialli ha suonato bene tra le mani di Vujadin Boskov, si è accordato con la sinfonia di Azeglio Vicini, ha ritrovato smalto sotto Marcello Lippi. Mirabolante e prodigioso sono i due aggettivi che più spesso usava Gianni Brera per lui, perché capace di far tutto, quindi legato agli estri discontinui degli artisti. Per una famosa doppietta segnata a Bari contro l’URSS, lo paragonò alla punta folgorante della spada di un Cornaggia Medici, alla cui repentina intuizione si sono dovuti inchinare tutti gli spadisti dei Giochi olimpici di Berlino 1936. Cornaggia Medici non offriva mai il ferro all’avversario: anzi – scrisse Brera su Repubblica – lasciava ciondolare il proprio verso la pedana come se fosse assente, un gattone distratto e assonnato: ma non appena l’avversario accennava a muoversi, alla ricerca del suo ferro, lui come un aspide lo mordeva all’improvviso

Era Stradivialli perché inferiore nel genio alla sola mostarda afrodisiaca (voi non sapete come sia Cremona!), perché non è nato goleador ma lo diventa, persuaso dal rosso e pacato don Azeglio. La classe non è acqua, neppure di padre Po. Era Stradivialli, il borghese Stradivialli perché si atteggia a sciatto come snob esige

 

Gianluca Vialli ha giocato a calcio come si poteva immaginare che avrebbe fatto Gigi Riva negli anni Novanta. Ha avuto il tempo per essere tutto, il prima e il dopo. È stato un ponte.

Ha visto il pallone all’oratorio e anche in pay-tv. Ha messo la maglia del Pizzighettone e del Chelsea. Ha segnato in rovesciata contro la sua città quando non c’erano ancora i nomi sopra i numeri, dietro la schiena. Ha iniziato quando a centrocampo si poteva ancora incrociare Capello e ha smesso mentre nasceva Zaniolo.

È stato nei pezzi di Brera, di Cannavò, e ha pubblicato le Storie su Instagram. Ha giocato con un polsino e con i calzettoni abbassati.

Ha avuto molti riccioli come i pensieri e la testa liscia come l’acqua fresca. Poi sopra c’ha messo un basco, portava la barba lunga e somigliava a un Cantona.

Ha chiamato Andrea Fortunato fratello e angelo custode, nel Duomo di Salerno. Ha parlato con le parole di Roosevelt alla Nazionale di Wembley, prima di Wembley – L’onore spetta all’uomo nell’arena, un endecasillabo.

Ha voltato le spalle ai rigori di Jorginho e Saka, perché per i Vialli un rigore decisivo è più facile da tirare che da guardare. Ha abbracciato Mancini dicendosi tutto senza dirsi niente. Ha sollevato l’ultima Coppa dei Campioni della Juventus e la Coppa Europa nello stadio dove ne aveva persa una con la Sampdoria, mentre suonava la musica del suo Mondiale sbagliato. 

Era vestito solo di un asciugamano di spugna bianco il giorno in cui nel ritiro di Marino – nel pieno di Italia 90 – disse: «Non è il mio Mondiale, l’ho capito». Pareva Gandhi, invece era feroce. 

Era stato sulla copertina del Guerin Sportivo con la maglia del Napoli, nel primo numero di quel 90, la stessa in cui Baggio indossava quella della Samp, Bergomi era del Milan, Franco Baresi dell’Inter, per dire che in Nazionale apparteniamo tutti a tutti – e oggi quella copertina non si potrebbe fare più. 

Ha taciuto la sera che la Juventus segnava con Ravanelli due gol in amichevole a Potenza, mentre Arrigo Sacchi dava la lista dei convocati per USA 94, e il suo nome non c’era. 

È andato in copertina su Sorrisi e Canzoni tenendo in mano il Telegatto tra Beppe Grillo e Zucchero, Enzo Biagi e Vittorio Gassman, Andreotti e Corrado. Ha fatto il bulgaro con Aldo Giovanni e Giacomo a Mai dire gol e ha cantato Quella carezza della sera con i New Trolls. Non so più se mi manca di più. È stato Vialli. È stato il prima e il dopo. 

 

 

  di mario sconcerti, Storia del Gol [Mondadori]

L’età contemporanea del gol nasce con Gianluca Vialli. Non è il migliore, è diverso. Segna con potenza antica e qualità moderne. È il primo attaccante del Duemila, i suoi gol sono plastici e semplici. Sono quasi sempre gol spettacolari perché improbabili. Sono i gol della gente, quelli che si cercano sulla spiaggia, sono i gol che vorremmo fare tutti e non siamo mai riusciti nemmeno a pensare. Vialli li segna spontaneamente. Anzi, li cerca. Il suo gol è dentro di noi, ma è come un disegno, non è mai realtà. Vialli ha molte altre diversità. Parla bene, ha buoni modi. Si mescola volentieri con la fisicità un po’ rozza del calcio, ma la usa, non ne fa uno scopo. Vialli ha in mente la sua vita e sa che va oltre.

È figlio di una ricca famiglia di Cremona. Casa sua ancora oggi la chiamano il «Castello» perché non è piccolissima. La madre non amava si dicesse che erano miliardari, sosteneva che suo marito aveva cinque figli, come faceva a essere ricco davvero? Vialli è stato forse il primo alto borghese del calcio. Ma amava la complessità, è stato sempre un perfezionista. Voleva essere un numero uno possibilmente per riconoscimento naturale di tutti. Altrimenti era pronto a essere rancoroso. Ha litigato con gli allenatori che lo mettevano in panchina, si dice che quando era alla Juventus avesse messo una foto di Sacchi nel suo armadietto per ricordarsi sempre che gli doveva ricacciare in gola la sua esclusione dalla Nazionale. Accettò da Gullit la panchina al Chelsea, ma seppe aspettare e alla fine ne prese il posto. Vialli seduceva e contraddiceva i giornalisti, Vialli era qualcosa che non c’era nel calcio, non era proprio codificato. Un goleador educato e insistente, duro e solare, innamorato della fatica se la fatica aveva un senso. Meticoloso, preciso, luminoso e vendicativo, scomodo per allenatori e compagni. Più numero uno che leader. Uno a cui il calcio dava il piacere di emergere, come se il resto fosse paura di non essere all’altezza. [qui]

 

HASHTAG | Di cosa si parla sui social

Vialli

 

Salutiamo Gianluca Vialli con le parole che lui ha dedicato ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici solo pochi mesi fa. Ci stringiamo alla sua famiglia in questo momento | Fondazione Umberto Veronesi

Ciao Gianluca Vialli| Juventus

Prendete i vostri figli, il vostro collega 25enne, portateli su Youtube e fategli vedere la doppietta alla Svezia, il gol alla Spagna, le rovesciate e i palloni portati di corsa a centrocampo. Fatelo vedere a chi non l’ha visto e a chi non c’era, quanto era forte Gianluca Vialli | Federico Casotti [Dazn]

GianLuca Vialli è la rovesciata alla Cremonese. È il gemello del gol alla Samp. Il capitano della coppa della Juve. È il bell’europeo 88 e la brutta Italia 90. È la finale di Wembley. Il primo italiano al Chelsea e l’allenatore manager.  Gianluca Vialli è la mia generazione | Marco Castelnuovo [Corriere di Torino]

L’Italia del calcio piange Gianluca Vialli. Gravina: Quello che ha fatto per la maglia azzurra non sarà mai dimenticato | Federcalcio

Gianluca Vialli 1964-2023 | Chelsea

Resterai un esempio indelebile della nostra essenza | Cremonese

E perché, nonostante tutto, la nostra bella stagione è destinata a non finire mai. Continuerà a brillare in quel cielo cerchiato di blu su cui tu, Luca, hai firmato per sempre. «Per chi?». «Per noi!» | Sampdoria

 

   INSTAGRAM

Faccio questo video per ricordarlo. Pur non avendolo mai conosciuto di persona, mi ha aiutato tanto. È stata una persona straordinaria. Abbiamo subito lo stesso tipo di intervento, per due patologie diverse. Non mi era mai capitato nella vita di piangere al telefono con una persona che non conoscevo, ma che conosceva il mio stesso dolore. Mi ha dato una mano non dovuta, ma incredibile. Avevamo in programma di incontrarci per fotografarci assieme mostrando le rispettive cicatrici, ma purtroppo non è stato possibile. Sono costernato di non averti conosciuto più a fondo. Mi hai dato tanto | Fedez

 

FACEBOOK

Vialli è un uomo che ha fatto molto, potete anche leggere i suoi libri, non soltanto guardare vecchie partite o video recenti. La storia del bacio al pallone però m’ha schiantato. Il pallone per un calciatore non è solo ciò cui correre dietro. Quello è il suo strumento di lavoro. Non so cosa gli sia passato per la testa quella sera durante la partita dell’Italia contro la Polonia. Ma questo bacio fugace, se ci pensi, vale più del bacio ad una coppa, ad una medaglia, ad un contratto milionario. Chi bacia il pallone? I bambini felici che ci giocano. I bambini, grati di tutto | Ciro Pellegrino [Fanpage]

Ciao Luca, voglio ricordarti così: in questo abbraccio con il tuo amico fraterno Roberto| Darwin Pastorin 

 

  Il calciatore

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Gigi Garanzini su la Stampa dice che quando Vialli la insaccava sotto la sud di Marassi, e se non erano svelti ad abbracciarlo lui partiva con le capriole e c’era rischio che esondasse il Bisagno là fuori. Quello scudetto impossibile, firmato da un grande presidente, Mantovani, dalla saggezza dello zio Vujadin, da una signora squadra le cui punte di diamante si chiamavano Mancini e Vialli.  Il carattere non gli mancava di sicuro. Dentro e fuori il rettangolo. Il primo, e più significativo esempio, è che si diceva e si dice essere la fame il vero propellente di un calciatore, di un’atleta. Di famiglia agiata, Vialli la fame non l’ha mai nemmeno immaginata. Ma non è facile trovarne un altro che in campo si sia sempre speso come si spendeva lui. Che trascinasse, anziché farsi servire: che ci mettesse sempre il massimo della quantità anche nelle rare giornate in cui la qualità non era la solita. Un centravanti a tutto campo, ala destra in origine come già era accaduto a Paolo Rossi, dotato in egual misura di agilità e di potenza. Con il gusto, a volte il vezzo anche dell’acrobazia

| Per Maurizio Crippa, sul Foglio, Vialli è stato il calciatore più atipico che il calcio italiano abbia avuto. E anzi un uomo di sport, per essere italiano, atipico a tutto tondo.  Così differente, così originale, così sempre padrone di sé senza prepotenze, così avanti sui tempi del calcio e sui tempi della vita e della vita pubblica, che l’Italia se l’è lasciato scappare. A fare di Gianluca Vialli qualcosa di diverso, un oggetto d’affetto inafferrabile, per gli italiani che eravamo tra gli Ottanta e Novanta, era innanzitutto la sua diversità nel gioco (ancora oggi, quando non si sa come definire un fuoriclasse come lui, si dice “un giocatore moderno”). Agilità, potenza, acrobazia. L’altruismo e la fantasia.

| Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta considera che Vialli era l’evoluzione della diversità di Rossi, il futuro che ci veniva incontro. Meno tecnico di Pablito, Gianluca aveva più fisico e un senso del gol analogo. Sarebbe germogliato come 9 atipico, imprevedibile; forte nel movimento e nello smarcamento, perfido al tiro, spettacolare in acrobazia, nelle rovesciate e nelle sforbiciate. Un 9 che amava l’11, numero che alla Samp avrebbe portato abbastanza, da qui qualche accostamento a Gigi Riva, ma Vialli era diverso, era una punta totale nel senso olandese della definizione.

| Tony Damascelli sul Giornale ha scritto che Gianluca Vialli è il passato, è un’altra fetta che ci viene tolta in modo feroce ed ingiusto, è la conclusione strozzata di un’esistenza bella e, improvvisamente di colore grigia e poi buio, notte. Venivi da Cremona che è terra di gente furba, di artisti del cinema e della canzone, Tu sei stato un po’ l’Ugo, il Tognazzi ma anche un po’ la Mina Hai segnato gol di potenza e di acrobazia, figli dell’intelligenza e dell’astuzia, ti sei fracassato un piede calciando un rigore, scrivemmo che era trauma da stress, sei finito altre volte in sala operatoria per guai dovuti al football, mai avresti immaginato che saresti tornato in clinica per altro maledetto destino. Tra quelli della tua generazione sei stato il più moderno, potente e agile, volpe e leone, attaccante di forza e di sacrificio. Brera per te ideò il neologismo di Stradivialli, come il genio liutaio cremonese hai saputo suonare viola, violino, violoncello, chitarre e arpe, avevi addosso polvere d’oro prima di scoprire che il metallo si fosse trasformato in veleno e allora tutto il resto è scappato via, come un treno che fila in corsa davanti agli occhi e non riesci a individuare chi c’è a bordo eppure c’è chi ti osserva, ti saluta, ti abbandona, lasciandoti il mistero del chi, del che cosa.

| Marco Ciriello sul Mattino  lo chiama un calciatore parlante, che non sbagliava i congiuntivi. Geometra come Massimo Troisi, ma di estrazione borghese, aveva un castello nell’infanzia – Villa Affaitati di Belgioioso, il padre era un ricco imprenditore nel settore prefabbricati – e una residenza londinese da un bel po’ di anni. Era andato dai soldi ai soldi, passando per i campi di periferia, senza scomporsi, camminando sui palloni. Un nove molto atletico, con colpi da Petit, Carla Fracci e Houdini. Non giocava a calcio per rivincita o per riscatto, ma per il gusto di farlo, impegnandosi più degli altri. Hanno crossato per lui: Mancini, Baggio, Del Piero e Zola

 

  LA CREMONESE Eppure – continua Damascelli sul Giornale – da ragazzino ti piaceva dribblare e poi calciare e i chili si aggiungevano agli anni ed era scattata la famosa molla, merito di don Angelo e del professore d’italiano, Cristiani Franco che, come molti, completava il ruolo insegnando il calcio.  si andava a Cremona, noi cronisti, per il piacere della trasferta puntualmente condita dai prosciutti offerti in dono dal vice di Luzzara, il maestoso Giuseppe Miglioli, titolare di un salumificio. Tu avevi più riccioli che parole, ci pensava Erminio Favalli, funambolico diesse, a descriverTi nei minimi particolari: «Questo finirà a Milano o a Torino». Prima del trasloco, la solita vita di un “teen”, cinemino e bar

| Alessandro Gnocchi sul Giornale ricorda che allo stadio Zini di Cremona si diceva: È troppo forte per restare, dopo l’ennesimo dribbling di Gianluca Vialli.  Anno 1984. La prima volta in serie A. È l’anno in cui in Italia sono arrivati tutti insieme Maradona, Rummenigge, Sócrates, Júnior, Souness, Wilkins, sono arrivati Briegel e Elkjær senza che ancora nessuno possa sospettare che porteranno lo scudetto a Verona – che con Cremona faceva pure rima. È la partita di dopodomani – certi scherzi. 

Non era difficile – ricorda Gnocchi – incontrare Vialli, spesso in Vespa. Bazzicava il Bar Rio, vicino al Duomo, aveva una splendida fidanzata, ed era gentile con chiunque si avvicinasse. Il destino ha voluto che Gianluca abbia segnato i suoi gol più belli alla Cremonese, quando giocava nella Juventus. Due rovesciate clamorose, una all’andata e l’altra al ritorno. Giustamente esultò, e parecchio, cosa che non piacque a una parte della sua vecchia tifoseria. Ma i veri tifosi hanno sempre seguito la carriera di Vialli e di tutti gli ex grigiorossi. Verso di lui, però, i veri tifosi avevano un’attenzione in più, perché era nato sotto il Torrazzo. Gianluca ha reso orgogliosi i cremonesi molte volte. Di recente, aveva fatto ritorno al suo stadio, con una certa frequenza. Si accomodava in tribuna d’onore, applaudito dai presenti. Era un eroe ferito che tornava a casa

Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio è convinto che il miglior Vialli, il Vialli più vero, ha giocato nella squadra di casa sua, la Cremonese. Era mingherlino in quegli anni, ma aveva la forza di un leone. Aveva dei riccioli neri che sembravano scossi da scariche elettriche e aveva quel modo di partire con la palla al piede che faceva sognare i tifosi e il suo primo indimenticabile presidente Luzzara.  

 

  LA SAMPDORIA  Dei meravigliosi anni di Genova scrive Domenico Calcagno sul Corriere della sera: Giovani, belli, bravi, scanzonati, Vialli&Mancini sono stati il simbolo di quella che venne chiamata Sampd’oro. E Genova, una città che lascia respirare anche le persone famose e che ha il mare (elemento sempre sottolineato da Vialli) il posto giusto per proporre qualcosa che non si era mai visto e che difficilmente si potrà vedere ancora. La Samp di Vialli&Mancini aveva tempi, consuetudini, rituali particolari. Si allenava a Bogliasco agli ordini di Vujadin Boskov e poteva capitare che all’allenamento partecipassero pure i cani di Toninho Cerezo, monumentali bovari delle Fiandre. Al giovedì si giocava la partitella delle 5.000 lire, affrontata regolarmente come fosse la finale di Coppa dei Campioni, a fine allenamento le sfide di pallacanestro (Katanec era imbattibile, tanto che Lombardo era convinto che avesse sbagliato sport). Le cene settimanali dove si scherzava, si parlava di donne e di tattica. Vialli&Mancini erano l’anima, in campo e fuori. Genova li aveva adottati ed era disposta a perdonargli tutto, dalle evoluzioni sulle moto d’acqua a qualche fuga al casinò a Montecarlo perché sul campo lasciavano sempre il segno. Mancini ispirava, Vialli segnava

Alessandro De Calò sulla Gazzetta dice che quella Sampdoria era una squadra molto speciale. Tutto aveva preso corpo da una visione di Paolo Mantovani, broker marittimo, ricchissimo presidente dei blucerchiati.  Luca e Roberto erano i suoi gioielli, li aveva presi quando erano ancora giovani e promettenti, Vialli era il figlio maschio che Boskov non ha mai avuto, Mancini si muoveva direttamente nel cono di luce di Mantovani: era il suo pupillo.  La Serie A di allora era un Mondiale che si giocava ogni anno in Italia. Il titolo vinto dai blucerchiati resta l’ultima luce accesa lungo il tragitto degli scudetti strappati ai potenti. Una volta succedeva

 Stasera alle 21.20 Rai 2 trasmette il documentario La bella stagione, dedicato alla corsa della Sampdoria 91 verso lo scudetto, l’ultimo eretico del calcio italiano, prima di un trentennio Milano-Torino, due eccezioni a Roma a cavallo del Giubileo. Calcagno ricorda che in quel Samperiodo i due per un po’ non si parlarono e quando uno doveva dire una cosa all’altro usava un compagno di squadra come messaggero. Ovviamente durò poco perché erano fatti per stare insieme. Quando Vialli tornò in campo contro il Pisa dopo un brutto infortunio, Mancini mise a sedere l’intera difesa avversaria e invece di appoggiare la palla in porta la passò all’amico, che aveva più bisogno di lui di segnare. «Grazie, questo si che è un assist – scherzò Vialli festeggiando -, non come quando lanci alla cieca da 30 metri, io la prendo, sgomito, ne scarto due, faccio gol e poi scrivono: gol di Vialli su lancio pazzesco di Mancini…».

| Giampiero Timossi, giornalista genovese, sul Manifesto dice: I tuoi vent’anni, caro Gianluca Vialli, erano pieni di gente che sapeva sorridere e di jeans portati con naturale eleganza, erano la Samp’Oro che sapeva rimorchiare a Genova lo scudetto e le Coppe, erano la “Bogliasco da bere”, un borgo meraviglioso che guarda il mare dove si allenava e si allena la Sampdoria e dove quel bere era tutta un’altra storia. Storia diversa rispetto a quello slogan inventato per la Milano del nuovo boom, ingordo e narcisista, perché poi a Milano c’è la nebbia e in fondo la réclame era quella di un digestivo, un amaro. Avevi ironia, ma soprattutto autoironia, che è merce rarissima per chi nella vita ha avuto fama, successo, quattrini ed era di aspetto bello, fiero ed elegante. Deve essere stata l’aria di quella Bogliasco da bere, perché la più alta concentrazione di sapersi simpaticamente prendere in giro vi ha contagiato un po’ tutti, anche amici di sempre ed ex compagni come Attilio Lombardo o Roberto Mancini, che hanno ancora sulle spalle il peso dell’addio a Sinisa Mihajlovic e di scherzi ora non vogliono davvero sentir parlare.

| Damiano Basso, sul Secolo XIX, racconta la geografia di Vialli dentro la città di Genova, la sua mappa sentimentale. Chi c’era a Genova, chi ha avuto la fortuna di esserci, di vivere quel momento storico per i colori blucerchiati e per il calcio italiano, ha visto, vede e vedrà Gianluca Vialli in un sacco di posti. La sua casa storica resterà per sempre Villa Maria, a Quinto. Lì davanti c’è il suo amico scoglio. Un giorno disse, “spalanco la finestra, me lo ritrovo davanti e lo saluto. È un bel modo di cominciare le giornate”. A pochi metri di distanza verso destra in direzione giardinetti abitava Roberto Mancini. Le notti genovesi di Vialli erano anche dei blitz nel centro storico, per comprarsi le sigarette nei banchetti di Via Gramsci o di Via Prè. L’era dei distributori automatici sarebbe arrivata decenni dopo. La Genova di Vialli erano i suoi ristoranti preferiti, a cominciare da Carmine, vera tana della Sampd’oro. E dove si fermava praticamente ogni volta che passava da Genova. Poi c’era La Ruota a Nervi, a volte la Cesira in centro, dal Ponte Monumentale. La Genova di Vialli erano le serate a inizio settimana. Due i locali preferiti, l’Overjoyed di Via Rimassa gestito da Maurizio e Loana, fatto a “L” e così particolare, palcoscenico di tantissimi momenti indimenticabili. E il Victor di Via Santa Zita, tana dei fratelli De Scalzi, con i quale si era instaurato da subito un fortissimo legame.

Il Secolo XIX racconta di quando Vialli voleva vendere casa. Un giorno a fine allenamento approccia i giornalisti fuori dal Mugnaini: Se potete darmi una mano, questo è il mio numero. Datelo in giro“. Numero di telefono fisso ma di casa Ernesto Gherardi, figura dirigenziale chiave e leggendaria di quella Sampd’oro. E che per qualche giorno aveva dovuto spesso rispondere al telefono, Non sono Vialli

 

I SETTE NANI  Furio Zara su Avvenire dice che Vialli e Mancini sono la meglio gioventù del nostro calcio che va di corsa, superando gli anni 80 e planando nel nuovo decennio, con la stessa allegria con cui si fa il primo bagno all’inizio dell’estate. Le stelle non stanno a guardare ma li accompagnano in quell’età bellissima, tra un gol e un dribbling, uno scherzo quanti scherzi, quante risate tra di loro – e una fuga in contropiede, lontano dall’omologazione. Sono speciali, a loro modo predestinati. Dicono che siano loro due a fare la formazione, ogni tanto – durante la lezione di tattica – Luca prende in mano il gesso, va alla lavagna e disegna uno schema: domani giochiamo così e così. Mancio sghignazza, Boskov abbozza – sono ragazzi, lasciamoli divertire – poi prende in mano il gesso e replica il disegno: si fa così, giusto? E giù a ridere. Di certo è il Mancio a scegliere le divise, dal tessuto ai lacci del colletto. Vivono a Nervi, con le moto d’acqua ormeggiate sotto casa. Ogni tanto ci salgono sopra e fanno surf, sulle onde e sulla vita facile. Sono anni di bellezza seminata in campo, e fuori di scherzi – Vialli è un maestro in questo senso – e di notti che finiscono all’alba. Genova è il loro regno. Mancini gioca come se avesse sempre il broncio, Vialli come se gli avessero appena raccontato una barzelletta e non ce la facesse a tenersi dal ridere. Con altri compagni di squadra i due fondano il club dei “Sette nani”: Vialli è Pisolo, Mancini è Cucciolo”

| Roberto Beccantini sul Fatto quotidiano dice appunto che una favola, ci parve. Ognuno al suo posto: Mantovani, il padre-padrone che lo volle, fortissimamente, e ne fece la sua “garra”, il suo artiglio; Roberto Mancini, il gemello acquisito al quale sarebbe rimasto fedele comunque e dovunque, così lontani nel carattere, così affini negli scopi. Senza dimenticare l’apologo dei sette nani, lui Pisolo e Mancio Brontolo; le tessiture cavouriane di Paolo Borea, il direttore sportivo; il lessico brusco ma non brullo di zio Vujadin (Boskov), un attaccante meno idee ha, meglio è. Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta ricostruisce: “Un solo screzio per un passaggio sbagliato da Gianluca, ma più dell’errore potè il modo. Mancini si rivolse al compagno chiamandolo Vialli, con il cognome. Il risentimento e i silenzi durarono qualche giorno

| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio scrive che la Vialli & Mancini è stata una società per azioni da gol quando penso a lui vedo la Samp di Paolo Mantovani, quando Marassi era il centro del mondo.  La presidenza della Doria è stato il suo ultimo sogno.  

 

  LA JUVENTUS  Antonio Barillà su la Stampa ricorda che il primo anno fu complicato, condizionato da difficoltà d’ambientamento e metamorfosi tattiche discutibili: capitò di vedere Vialli dietro Roberto Baggio e Pierluigi Casiraghi, diligente nel pressing e generoso nell’assist però troppo lontano dalla porta, fiaccato dal sacrificio e quindi poco lucido al tiro. Nacque anche una diatriba con Arrigo Sacchi, all’epoca ct, per il quale Gianluca doveva finalizzare e non rifinire, mentre Trap insisteva con la regia e ricordava le riconversioni passate di campioni come Boniperti o Di Stefano. La stagione regalò alla Juventus la Coppa Uefa, ma il bilancio personale non fu positivo, Vialli si ribellò alla scelta del Trap dichiarandosi stanco di stare lontano dall’area e non sbocciò mai, comunque, con Roby Baggio quell’intesa magica che trovava in campo con Mancini. Le cose non migliorarono nella seconda stagione, segnata pure da una catena di infortuni, così si diffuse la sensazione di un acquisto sbagliato, d’un calciatore involuto sulla via del declino benché appena trentenne, ma nell’estate del 1994, con Trapattoni passato al Bayern Monaco e Marcello Lippi sulla panchina bianconera, cambiò tutto. Il nuovo allenatore lo collocò al centro del progetto e dell’attacco, restituendogli smalto e ruolo, rigenerandolo nello spirito e nel corpo – «Sembrava un tacchino grasso, cosa gli avete fatto?» chiese compiaciuto l’Avvocato Giovanni Agnelli nel ritiro di Villar Perosa – e lui ripagò appieno la fiducia, diventando leader e goleador, capace di non far rimpiangere il Divin Codino a lungo indisponibile per problemi fisici.

 Roberto Beccantini sul Fatto quotidiano rievoca: Per l’Avvocato, Del Piero era Pinturicchio, Baggio Raffaello e Vialli Michelangelo. Le sue martellate, le sue rovesciate: un clic su Google ed eccole, ma non è la stessa cosa. Tuttosport gli dedica la prima pagina con la foto di lui in maglia blu all’Olimpico di Roma, mentre solleva la Coppa dei Campioni dopo la vittoria ai rigori contro l’Ajax. Ci scuserà, se usiamo quella foto dice il direttore Guido Vaciago. Perché lui aveva cominciato a odiarla. Gli provocava orgoglio e stizza

 

  LONDRA  Gabriele Marcotti aveva scritto con Vialli una quindicina d’anni fa il libro The Italian Job. Sul Corriere dello sport-stadio stamattina dice: Se Cremona è rimasta sempre la città del cuore, e degli affetti familiari, Londra è stata la sua finestra sul mondo. Da subito travolto e incantato dalla sua rutilante unicità, un caos ordinato. Ancor prima di averci vissuto, era già affascinato da Londra, dalla sua gente, dal suo calcio. La Premier League nel suo destino, un’icona del Chelsea che ha contribuito a rivoluzionare il calcio d’Oltremanica.  Come molti expat, anche Vialli ha cambiato diverse abitazioni, ma senza mai allontanarsi troppo da King’s Road, l’arteria dello shopping che attraversa il quartiere di Chelsea. Qui lo si poteva vedere camminare, riconosciuto ma mai assillato, anche nei suoi anni di massima popolarità. L’Inghilterra gli piaceva anche per questo, per l’understatement, il rispetto della privacy concesso alle star

| Roberto Perrone, ancora sul Corriere dello sport-stadio, racconta delle frequentazioni genovesi con Mancini e Vialli, di certe fatali incomprensioni che sul lavoro accadono per via dei ruoli differenti, di quella volta che durante una trasferta della Nazionale lo trovò che leggeva   un romanzo di Jeffrey Archer. Scrive Perrone: Londra nel destino. Londra che gli restituisce, nell’abbraccio con il Mancio, la notte dell’undici luglio 2021, quanto perduto ventinove anni prima. Londra, la sua casa, dove ha concluso il suo sentiero. Londra la città dove è diventato vicino di Jeffrey Archer di cui stava leggendo un libro quando parlammo la prima volta, tanti riccioli fa. Londra che mette la parola fine a una storia straordinaria. Anzi, più giusto, the end

| Jon Arley sul Guardian ha scritto: Ogni volta che penso a Luca non posso fare a meno di sorridere. Era un vero gentiluomo. Il Mirror lo incorona come il Re Leone del Chelsea, Graeme Souness sul Daily Mail lo ha chiamato anima dolcissima e il Telegraph gli attribuisce la capacità di aver reso più sexy il calcio inglese, condividendo la visione di Gullit, al suo arrivo in Premier League. 

 

L’uomo

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Roberto Beccantini sul Fatto quotidiano ha scritto che “perdiamo un uomo schietto, cremonese di ricche e generose radici. Ha vissuto il calcio in prosa, e lo ha accompagnato con la sensibilità dell’esploratore. Sempre nella cesta, come il muro di silenzio che l’aveva preceduto: Gigi Riva. Non un santo, non un eroe: e allora?

| Arianna Ravelli e Francesco Morandi raccontano sul Corriere della sera la sua Cremona, dove ancora vivono i genitori, mamma Maria Teresa di 87 anni [per tutti Marioli], papà Gianfranco di 92, i quattro fratelli più grandi di lui: Mila, Nino [che è partito per Londra diversi giorni fa con l’intenzione di fermarsi poco, ma poi ha capito che serviva stare a fianco del fratello], Marco e Maffo.

| Gianluca – leggiamo sul Corriere della sera – era riuscito a tenere tutto assieme, il profilo da calciatore di successo, cittadino del mondo (giocatore, e poi allenatore al Chelsea, è a Londra che conosce la futura moglie, è lì che sceglie di vivere e di morire, «Londra è un mix di disciplina e libertà: si pagano le tasse, si fa la coda, ci si ferma alle strisce pedonali», diceva), le radici salde a Cremona, dove la famiglia vive in centro e dove lui è nato calcisticamente, tirando i primi palloni sul campo di Cristo Re, l’oratorio del quartiere Po, e su YouTube gira un video spassosissimo di lui che risponde in dialetto a un’intervista.

Una famiglia benestante, la sua – possiede un castello a Grumello Cremonese, Villa Affaitati -, molto unita e molto riservata che in queste ore si è stretta in un dolore silenzioso, solo poche righe per comunicare il decesso, straziata ma anche serena, come è stato Gianluca

Aveva sposato in segreto Cathryn il 26 agosto 2003 e Vialli raccontava – scrivono ancora Ravelli e Morandi che Cathryn si arrabbiava quando veniva definita «ex modella», perché l’esperienza nella moda era stata episodica, lei voleva essere riconosciuta per il suo mestiere, arredatrice d’interni

| Paolo Condò su Repubblica estrae frammenti dolci dalla memoria, episodi comici e picareschi, politicamente scorretti forse, ma irresistibili, figli di un’epoca in cui il rapporto fra calciatori e giornalisti era molto più semplice di oggi e sono racconti dell’infanzia agiata, dell’educazione attenta, delle corse in vespa sull’argine del Po, di quando Brera lo chiamò Stradivialli, dell’iniziale rinuncia ai club metropolitani perché in Riviera si viveva troppo bene, della favolosa Under 21 di Azeglio Vicini, del gol alla Spagna a Euro 88 con corsa successiva in panchina a dare il cinque a tutti i compagni schierati in fila, dei frammenti di un discorso amoroso con una soubrette, del flop di Italia 90 dopo l’improvvida citazione da John Belushi su quando il gioco si fa duro, del dissidio con Sacchi e del rifiuto di tornare in Nazionale, della Champions con la Juve prima di andare a scoprire la Premier, del suo prezioso lavoro di talent a Sky, «voglio essere il Gary Lineker italiano» e lo fu davvero.

Condò ricorda pure la notte del suo matrimonio, fine estate 2003, party a Grumello Cremonese. A un certo punto lui e Cathryn invitarono gli ospiti in giardino, anche con toni spicci perché qualcuno s’attardava al banco liquori, e quando furono tutti fuori al chiaro di luna, da un séparé montato fra gli alberi saltò fuori Lionel Richie. Nel tripudio generale attaccò le prime note di All Night Long, e ballammo davvero per tutta la notte, senza sprecare un minuto. Quella musica resterà per sempre nell’aria, a ricordarci una vita piena, forte, bella, gloriosa e festosa. Terribilmente breve.

 

La televisione

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  Quando in tv c’era Vialli, sembrava di essere iscritti a un Master sulla gestione in tecnica delle obiezioni. Se c’era in collegamento qualcuno in disaccordo con lui, allora non muoveva neppure un muscolo della faccia, diventava una sfinge, premetteva qualcosa del tipo capisco cosa intendi dire, e partiva dritto per dire la sua. È stato un grande comunicatore. Nel segno del garbo. Ha rinunciato a una carriera in panchina per raccontare il calcio, non più per viverlo. Per afferrarlo, anziché esserne presi. È stato tra gli analisti più raffinati di Sky, uno dei protagonisti del docu-reality Squadre da incubo, nel quale giocava ironicamente sul concetto del miglioramento: si può trasformare in 7 giorni un gruppo di perdenti in qualcosa di diverso? Crescere, mutare, rinnovarsi. C’è stato questo filo nel cammino di Vialli. Raccontare il calcio significa studiare, conoscere i rimbalzi del pallone e il carattere degli uomini, non star mai fermi, ascoltare, disporsi a cambiare idea. 

| Paolo Carelli sul Domani ha scritto che il rapporto di Vialli con la comunicazione, e la televisione in particolare, è sempre stato questo: di onestà, di verità, di continua scoperta. Mattatore in video quando ancora era calciatore, apparve come opinionista nel programma di Italia 1 “Settimana gol” a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Il calcio come veicolo di ironia e responsabilità allo stesso tempo, di un delicato equilibrio tra il non prendersi troppo sul serio e la necessità quasi morale di trasmettere valori, di uscire dagli schemi. la svolta del Vialli televisivo avviene però nel 2002, a carriera da calciatore conclusa, quando venne ingaggiato dall’allora Tele+ (poi Sky) come opinionista, partecipando anche attivamente a uno dei programmi più innovativi e deliziosi dell’epoca: “Lo sciagurato Egidio” di Giorgio Porrà, un’investigazione socio-culturale nel mondo dello sport tra arte, cinema e letteratura, nel quale Vialli curava una rubrica chiamata “Fahrenheit 451” (annunciata con tanto di frammenti dell’omonimo film di Truffaut), in cui salvava idealmente libri di sport dal rogo, leggendone brani e promuovendo un’editoria sportiva che da lì avrebbe ritrovato nuova linfa.

 

La malattia

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Aldo Cazzullo sul Corriere della sera, ricorda l’intervista in cui Vialli per la prima volta parlò della malattia. Era appena uscito il suo libro Goals, all’inglese, perché parla di traguardi e di obiettivi, più che di veri e propri gol.

“L’intervista – scrive Cazzullo – doveva essere sul libro. Un bel libro, ben scritto: del resto Luca Vialli, scomparso giovedì sera, era sempre stato un calciatore un po’ particolare. Famiglia benestante, uso del congiuntivo. Da ragazzo votava partito repubblicano, come l’avvocato Agnelli. Aveva un fratello di nome Maffo, come un antenato vissuto nell’impero austroungarico (la famiglia è originaria di Cles, in Trentino). Il libro non era ancora uscito, c’erano solo le bozze. Raccontava un’interessante serie di storie sportive. L’ultima era la sua. La storia della malattia. Di cui nessuno, tranne i familiari più stretti, sapeva nulla. Solo che nell’intervista Luca Vialli della malattia non voleva assolutamente parlare. Si convinse dopo ore e ore di discussione al telefono. Volle rileggere il testo, e chiese di togliere i dettagli più intimi. 

| Maurizio Crosetti su Repubblica ha scritto: Ora che la sua chioma piena di vento si era trasformata in una nuca ingrigita sotto la visiera del berretto, e il suo corpo statuario in un Giacometti un po’ curvo, sembrava quasi che la proverbiale forza fisica fosse addirittura accresciuta nella fragilità. Un risultato, forse, del chiamare ogni cosa per nome. Cancro era, e cancro doveva essere nominato.

| Vera Martinella, ancora sul Corriere della sera, sottolinea che per poter guarire da un tumore del pancreas la diagnosi dev’essere davvero precoce, quando le sue dimensioni si limitano a pochissimi centimetri e non ci sono metastasi. In questa fase iniziale, però, la malattia non dà sintomi. Si spiegano così i tanti decessi che provoca ancora oggi: a cinque anni dalla diagnosi è vivo in media soltanto il 10% dei pazienti. Nel caso di Vialli c’erano i margini per un’operazione, eseguita con successo

Alessandro Zerbi, responsabile della Chirurgia Pancreatica all’Istituto Clinico Humanitas IRCCS di Milano, il chirurgo che con la sua équipe aveva operato Vialli nel novembre 2017, dice: «Nel caso di Gianluca la comparsa di ittero era stato il campanello d’allarme che aveva poi dato il via agli esami di approfondimento necessari. Proprio perché questo tumore è insidioso e aggressivo, i segnali evidenti compaiono quando ha ormai iniziato a diffondersi e la chirurgia è applicabile solo nel 20-30% dei pazienti».

| Piero Mei sul Messaggero aggiunge: Ha vissuto quando le ragazze gli truccavano le sopracciglia, perché la devastazione della chemio non fosse un pugno nello stomaco di chi lo incontrava dopo averlo conosciuto ragazzo riccioluto e bellissimo. C’era, in questi anni chissà quanto duri dentro ma vissuti senza compiangersi, semplicemente vissuti, un lavoro da completare: quel lavoro era la vita

 

C’è una frase di Gianluca Vialli ad Alessandro Cattelan, nella serie di Netflix Una

semplice domanda che commuove e turba. «Non so quando si spegnerà la luce che cosa ci sarà dall’altra parte – gli dice – ma in un certo senso sono anche eccitato dal poterlo scoprire».

È la riflessione di una persona che non vuole smettere di sentirsi in cammino. Vialli non lo ha fatto. Non ha permesso al valore alterato di una proteina o di un antigene di interrompere la ricerca di qualcosa, quel misterioso traguardo che è la conoscenza di noi stessi. È il segno di chi non ha avvertito il cancro come la sospensione o l’interruzione di quanto accadeva prima. «La malattia – disse subito dopo in quella intervista – non è esclusivamente sofferenza: ci sono momenti bellissimi».  

Luigi Garlando sulla Gazzetta dice infatti stamattina che Gianluca Vialli non ha lottato contro la malattia, l’ha ospitata con eleganza. Come raccomandava Rita Levi Montalcini, si è preoccupato di aggiungere vita ai giorni, non giorni alla vita.

 

Il cancro non è qualcosa che si aggiunge alla tua vita. Diventa la tua vita stessa. In cinque anni di malattia, Gianluca Vialli l’ha detto con chiarezza, spiazzando il concetto più diffuso che abbiamo di essa. Una nemica, un’avversaria, Stefano Borgonovo chiamava la sua la stronza. Sinisa Mihajlovic l’ha vissuta nella maniera classica della battaglia, quella che la retorica dei nostri titoli finisce sempre per definire come “la partita più dura”. Ho queste cellule matte dentro di me, io sarò più forte di loro, non gliela darò mai vinta. Le giornate come una lunga trincea in attesa di. Un filo spinato tra quel che sono diventato e quel che ero, l’uomo [o la donna] che voglio presto ritornare.

La malattia secondo Vialli non è una lotta. Un giorno ha detto: «Se mi mettessi a fare la battaglia col cancro, ne uscirei distrutto». La malattia secondo Vialli è una convivenza, un tratto di strada da fare in compagnia di un ospite che non hai invitato, eppure c’è, esiste, è qua, non possiamo concedergli la soddisfazione di modificare il viaggio, prima casomai di aver deciso senza il nostro parere quale sia il traguardo. «La vita è fatta per il 10% di quel che ci succede, e per il 90% di come lo affrontiamo». Vialli ci ha detto che il durante viene prima del poi.

Nel durante di Sinisa c’era la sfrontatezza di mostrare alla leucemia che non sarebbe

stata in grado di togliergli il campo, la panchina, il lavoro. Mihajlovic aveva conosciuto la

guerra e con quel codice ha seguito la terapia, per riavere il suo tempo solito. Vialli ha vissuto le sue cure dando al timore una lettura diversa, con un altro vocabolario.

Ogni famiglia toccata dal cancro conosce il velo d’imbarazzo che si intromette tra noi e chi si ammala. Non conosci le parole giuste, non conosci i passi. In qualche caso il disagio diventa silenzio, il velo un muro. I nostri nonni la malattia non la volevano nemmeno nominare. Usavano una perifrasi che pareva più dolce e invece era definitiva, figlia dei tempi, dicevano: un male incurabile. Quando la medicina ha fatto i primi progressi, il tumore è diventato “un brutto male”, quasi potessero esisterne di benedetti. Vialli non ci ha mostrato il petto in fuori contro la malattia, ma un tempo in cui era preferibile darsi alla scelta, dividere il grano dal loglio, ridere spesso, abbracciare un amico, dire ti voglio bene, mangiarsi ogni istante, domandarci quale immagine avremo nei nostri occhi, un istante prima di non averne più, da quale ultimo brivido saremo attraversati, se dall’angoscia di non poter proteggere mai più i nostri figli, o dalla consapevolezza di avergli lasciato delle orme in cui mettere i piedi. Il resto è un soffio. Ma ci abbiamo provato. [una versione più lunga è sul Mattino]

 

L’abbraccio con Mancini

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Gabriele  Romagnoli su Repubblica dice che “per ricordare Gianluca Vialli la prima immagine che tutti hanno scelto, dai notiziari alle vignette sulla testa di chi cammina per strada e sente l’annuncio, è l’abbraccio, quello tra lui e Roberto Mancini, a Wembley, ventinove anni dopo. Che cosa mostra? Due uomini che hanno vinto. Acqua. Non basterebbe per farla entrare nel cuore di chiunque senza bussare. La vittoria è una parente di secondo grado della rivincita. Se vinci e basta non saprai mai come sarebbe stato non farlo. Non passi attraverso il fuoco. Non hai la cicatrice che segna il volto e la direzione. Sei soltanto sano, sorridente, imbattuto. Ventinove anni prima in quello stesso luogo Gianluca Vialli, con Roberto Mancini, aveva perso. Sei soltanto sano, sorridente, imbattuto. Ventinove anni prima in quello stesso luogo Gianluca Vialli, con Roberto Mancini, aveva perso. Bisognava tornare lì, di fianco a fratello per elezione e giocare oltre ogni tempo. La finale del 1992 finì ai supplementari, quella del 2021 ai calci di rigore. Come fosse stata una preghiera esaudita: giocare ancora un po’ per far succedere quella cosa che mette a posto tutto, prima di andare. Vivere, per dare un senso alla fine, è: riparare un torto, completare un’opera, regalare l’ultimo desiderio. Nella sequenza conclusiva dell’abbraccio, Roberto Mancini ha gli occhi aperti e la testa eretta, Gianluca Vialli ha gli occhi chiusi e gli posa il capo sulla spalla. È bello, ma ancor più è giusto, pensare che, come il Giobbe di Joseph Roth, si stia riposando, “dal peso della felicità e dalla grandezza dei miracoli”.

| Luigi Garlando sulla Gazzetta ha scritto: Ora possiamo comprendere meglio il senso profondo di quelle lacrime. Il Barcellona c’entra poco. Luca e Roberto sanno benissimo che quello è l’ultimo momento di grande gioia condivisa, il capolinea di un’amicizia infinita, è un abbraccio d’addio, perché la Morte sta per dare il matto. Un anno dopo, ancora a Londra, per Italia-Argentina, Vialli si è rimpicciolito ulteriormente nei vestiti. Il 14 dicembre ha annunciato con un comunicato la sospensione degli impegni azzurri. Da uomo squadra ha onorato i compagni di lotta, «il mio meraviglioso team di oncologi». Sapevamo bene che era un addio. Due giorni dopo si è spento Sinisa. In 21 giorni: Mihajlovic, Pelé, Vialli

| Andrea Elefante, ancora sulla Gazzetta, parla di un altro abbraccio – quello avvenuto 10 giorni fa – al riparo dai nostri sguardi, nella stanza di Vialli, magari dopo essersi detti ciao, sapendo entrambi che era per l’ultima volta. Ma queste sono cose loro, e loro resteranno.

Le ultime ore Quel che Mancini ci ha raccontato, il giorno dopo, tornato a Roma da Londra, è stata la nostalgia dolorosa di quell’incontro, che era stato rinviato «perché una settimana prima Gianluca mi aveva chiesto di aspettare, voleva riservare tutte le sue energie migliori all’ultima fase della sua lotta». Ci ha raccontato l’enorme sensazione di tristezza che gli aveva lasciato addosso, ma anche la certezza di aver salutato un fratello con cui tanto aveva condiviso e che tantissimo gli ha insegnato.

| Giulia Zonca su la Stampa ripensa a Wembley e considera a sua volta che solo adesso è davvero evidente la profondità di quel gesto. L’amicizia, quella per cui vale persino la pena di soffrire, lui guancia a guancia con il compagno di viaggio conosciuto così tanti anni prima e guardato nei giorni da buttare come in quelli da tenere a portata per l’eternità. Un amico così lo abbiamo anche noi, quanto meno dovremmo averlo, e forse non lo abbracciamo abbastanza. Ci ha mostrato la capacità di abbandonarsi: in quella morsa di braccia con l’amico Mancini, insieme, incollati per chiudere il cerchio e non rischiare di perdere neppure una scossa di felicità, persi in un pianto liberatorio per celebrare un traguardo arrivato quando ogni cosa poteva scadere. Non immaginava troppo futuro avanti a sé in quella notte così vibrante, non poteva permetterselo e comunque ha saputo fissare un orizzonte. Che cosa ci abbia immaginato lo sa solo lui, che cosa ci ha suggerito lo sappiamo benissimo, senza forse. Per cui continueremo a tornare a Wembley, fosse anche solo con la fantasia e a trovarci Vialli con tutto quello che per fortuna ci ha lasciato

 

CLIC

Il bacio al pallone di Reggio Emilia

 

 

Reggio Emilia. La città del tricolore. Il 15 di novembre del 2020. Da sei mesi siamo usciti dal lockdown, da uno siamo entrati nella seconda ondata, o forse era la terza. Non eravamo fuori, non eravamo dentro. Eravamo sospesi, più del solito, anche nel calcio. Non ancora campioni d’Europa, ma nemmeno ancora fuori dai Mondiali. Il c.t. Mancini è positivo al Covid. È rimasto a casa. Vialli è là. 

Paolo Tomaselli, sul Corriere della sera, ricorda: Un pallone esce, lui non lo calcia, non lo ributta in campo, ma lo prende in mano e lo bacia. Quel gesto del vecchio marine, in un attimo mostra agli azzurri un approdo sicuro e arriva dritto al cuore: perché dentro quel bacio c’è la passione per la maglia azzurra, l’affetto per la palla, vecchia amica di sempre, la voglia di stupire e lottare in un momento complicato, dentro e fuori dal campo. Ci sono tanti modi per ricordare il capitano coraggioso Gianluca Vialli che se ne è andato nella notte di giovedì nella clinica di Londra dove era ricoverato da prima di Natale. Ma in mezzo allo smarrimento che ha stravolto il mondo del calcio e non solo quello, questa immagine scalda l’anima e nel suo piccolo racchiude un po’ tutto: la fede cieca nel pallone e nella vita, la lotta alla malattia, l’istinto di capobranco di Luca e la sua sensibilità, l’energia che fino agli ultimi giorni è sembrata inesauribile. E la nostalgia per quello che sapeva di poter perdere, di lì a poco.

Anche Fabio Luppini su Huffington Post torna con la memoria a quel momento e dice che “in quel gesto c’era tutta la vita ritrovata, l’essenza della gioia su un campo da calcio, la bellezza di esserci, il sapore complessivo di sé, la terra e l’erba incontrata da bambino che hanno accompagnato Vialli per sempre. L’odore del campo, il pallone che è tutto e nulla, da prendere a calci e imbastirci poi l’adolescenza e il futuro. Sul viso di Gianluca Vialli in quell’attimo erano scomparsi i segni degli ultimi anni, la lotta con il tumore. Tra bacio e palla senza soluzione di continuità. Quasi un inchino, una devozione, un ringraziamento per quel momento, con l’Italia in vantaggio sulla Polonia, e l’auspicio di arrivare con la benedizione del pallone vittoriosi al novantesimo, ma anche la sintesi degli anni durissimi del male messi dietro le spalle, quel giorno sì

 

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