1994 | Il tifo per la Nazionale diventò un partito

COSA STAI PER LEGGERE

     ▻ Il tifo della Nazionale diventò un partito: Silvio Berlusconi al governo con Forza Italia e Arrigo Sacchi in finale ai Mondiali. L’estate della commistione tra calcio e politica | Il paese: il calcio alla conquista dell’America | Come si giocava a calcio nel 1994: l’importanza di Zagallo nel Brasile così poco brasiliano – I primi Mondiali dopo la morte di Gianni Brera | Che cosa successe durante i Mondiali: l’ultimo Diego e la sua positività all’efedrina, l’omicidio del difensore colombiano Escobar dopo un autogol | Storie formidabili di portieri: Taffarel rimasto senza squadra da campione del mondo | I protagonisti: Lo spirito di Ayrton Senna | Cronache: la finale Italia-Brasile | 

 

USA 1994

Il tifo per la Nazionale diventò un partito

 

  Le cose che contano hanno la stessa durata. Nove minuti e 37 secondi impiega Silvio Berlusconi nel mese di gennaio, per dire alla nazione che «l’Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore» e via via tutto il resto, fino al cuore dell’annuncio, lanciato per mezzo di una videocassetta registrata nella villa di Arcore. Ha messo “un doppiopetto grigio, una camicia azzurro pallido, una cravatta di colori tenui, è seduto a una scrivania e alle spalle ha uno scaffale con libri e foto di famiglia” [Enrico Deaglio, Patria]. 

Scende in campo, perché c’è bisogno «di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata» per fare un «paese pulito, ragionevole, moderno». Tangentopoli ha appena rivoluzionato il panorama politico e la guida del paese non possono prenderla a sinistra perché «non credono nel mercato, non credono nell’iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell’individuo. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna. Il movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia».

Mancano cinque mesi ai Mondiali di calcio. Il grido con cui s’era sempre soffiato nelle vele della Nazionale, sarà stampato su una scheda alle elezioni. È il primo atto politico del presidente del Milan – che ha il suo vecchio allenatore sulla panchina azzurra, e azzurri si chiameranno i suoi deputati. 

 

 

Nove minuti e 37 secondi trascorrono in un pomeriggio californiano dal momento in cui cinque calciatori italiani e cinque brasiliani entrano nel cerchio di metà campo dello stadio a Pasadena, e si abbracciano, tremano insieme, assistono da lì alla serie di rigori che deciderà il titolo mondiale, fino all’ultimo tiro dell’ultimo di loro, un pallone tirato da Roberto Baggio oltre la traversa. In mezzo tra il primo e il secondo evento, nell’arco di sei mesi, l’Italia si spacca su ogni aspetto della vita pubblica. Così racconta quei giorni Enrico Deaglio in Patria: 

|    L’Italia, pensa Silvio Berlusconi, sta diventando un paese pericoloso. Con la nuova legge elettorale, la prospettiva più credibile è che il Pds si prenda tutto. E i comunisti non saranno teneri con lui. La Fininvest sta andando male, molto male. La pubblicità è in calo e produrre i programmi costa sempre di più. Con le banche è sotto di seimila miliardi, quasi quanto la Fiat. Se non ci fosse il liquido che dirotta dalle casse della Standa, tutta la baracca rischierebbe di saltare. Tutti gli stanno addosso, gli fanno minacce, attentati, dalla Sicilia sono risaliti a Milano, cosa che non gli succedeva da vent’anni. Bettino Craxi, che gli è amico e di cui ha aiutato la carriera politica, difficilmente potrà ancora avere un ruolo, anzi contro di lui si sta scaricando tutto l’odio del paese. Se si abbandonasse a pensieri foschi, non ci sarebbe che da scegliere: la fine che ha fatto Gardini, chi se la sarebbe immaginata? Eppure è successa appena sei mesi fa, ed era l’uomo più ricco d’Italia. A lui cosa faranno? Sicuramente gli porteranno i sindacati dentro l’azienda, gli chiederanno di fargli propaganda e se non accetterà ecco lo spettro: l’esproprio proletario. Bisogna reagire. Marcello Dell’Utri glielo dice da un anno e mezzo; lui è una testa fina, si è messo a studiare bene come funziona la politica. … Ha avuto un’idea talmente incredibile che, quando la dice, anche i suoi più intimi sobbalzano. Perché cercare un partito o un personaggio politico che faccia i nostri interessi? Un partito c’è già, ce lo abbiamo in casa, si chiama Publitalia e io ne sono il capo indiscusso: i miei manager sono tutti una grande famiglia e sanno come vanno le cose in Italia. E poi abbiamo un leader vero: Silvio Berlusconi è simpatico a tutti, è l’esempio di uno che si è fatto da solo, ha rinnovato la televisione e soprattutto l’ha regalata, niente canone; i Milan club hanno più sedi di quante ne abbiano i partiti politici; i volti televisivi della Fininvest sono popolarissimi e non potranno negarci un appoggio; la gente ha voglia di cambiare. Questo è uno dei momenti in cui si fa la storia”.

 

S’è messo in testa di farla nel calcio Arrigo Sacchi. Ha portato a Berlusconi il primo scudetto della sua gestione al Milan, la prima Coppa dei Campioni, la prima Coppa intercontinentale. È la proiezione della sua visionarietà su un campo di calcio. È altrettanto estremista nelle sue contrapposizioni ideologiche, ma non ha riferimenti teorici che si richiamano all’Italia. In Storia delle idee del calcio, Mario Sconcerti scrive: 

|   “Con l’arrivo di Sacchi, il calcio cominciò bruscamente a cambiare. È vero che anche il Milan di Liedholm, pochi mesi prima di Sacchi, giocava già a zona e con momenti spettacolari. Ma Liedholm non ebbe la forza né la voglia di imporre la propria idea. Era un fatalista intelligentissimo, amente gaudente. Adorava essere capito, non convincere gli altri, tanto più se scettici. Era un Voltaire della rivoluzione del calcio. Quando Voltaire, da vecchio, arrivò una volta in carrozza alla frontiera, ai doganieri che gli facevano domande rispose: «Non porto niente di contrabbando, tranne me stesso». Liedholm aveva esattamente questa saccenza.

Sacchi è stato probabilmente Robespierre. Ossessivo e fanatico, monoculturale, un’isola di genio e di noia. Un piccolo terrore per chi doveva subirlo. Robespierre si mise sulla coscienza un migliaio di ghigliottinati per salvare la rivoluzione, Sacchi se li è fisicamente evitati, ma la decisione con cui ha seguito il proprio verbo lo ha portato a logorarsi in pochi anni. Dopo quel Milan è stato sempre una ripetizione, di volta in volta con un po’ di furore in meno. La vera vittima del suo calcio è stato lui stesso, ma quello che ha fatto per noi è quasi inverosimile. Sacchi ci ha introdotti nella modernità con uno sforzo non imitabile. Lui stesso è stato il primo a essere travolto dal metodo. Insopportabile, maniacale. Ma alla fine del giro di giostra eravamo di nuovo i migliori. Per venticinque anni siamo stati con Sacchi o contro di lui, ma il calcio di Sacchi è sempre stato al centro di qualunque argomento tattico”.

 

È curioso che Silvio Berlusconi vada all’unico faccia a faccia televisivo contro il suo avversario Achille Occhetto nella stessa sera in cui Arrigo Sacchi si presenta con la Nazionale all’ultimo test amichevole prima dei Mondiali, contro la Germania campione del mondo in carica. È il 23 marzo e stanno preparando in modo parallelo due spedizioni fortunate. Deaglio lo chiama “un momento storico, mai successo prima in una democrazia europea: ha votato l’86,1% degli italiani e un partito-non partito ufficialmente nato da tre mesi ha stravinto le elezioni. L’Italia si è affidata a un industriale, che è risultato simpaticissimo, sceso in campo perché alla canna del gas. Il fatto di avere una Costituzione antifascista è stato considerato non molto influente: Fini sale al governo. Gli scontri diretti, all’americana, sono un disastro per i Progressisti. Antonino Caponnetto, il simbolo della lotta antimafia, perde a Palermo contro l’avvocato missino Guido Lo Porto. Luigi Spaventa, ministro del Bilancio del governo Ciampi soccombe nel centro di Roma proprio davanti al milanese Silvio Berlusconi che gli dice: «Prima di parlare, vinci tre Coppe dei campioni come ho fatto io col Milan»”. 

 

Nell’anno dei Mondiali, la commistione sotto il nome di Forza Italia ha una forza deflagrante. La Nazionale è alla vigilia della terza e ultima partita del girone contro il Messico, quando Gad Lerner scrive su La Stampa [27 giugno]

|   “Da qualche giorno chiunque percorra le strade delle nostre città s’imbatte in una quantità impressionante di balconi e finestre imbandierati. E più dal centro ci si sposta verso le periferie metropolitane, più tricolori s’incontrano, di ogni foggia e misura, per toccare il record della massima esposizione sulle facciate grigio-cemento o rosso-mattone dei casermoni popolari, là dove non di rado ogni nucleo familiare, con la presumibile eccezione dei pensionati più anziani, ostenta il simbolo di stoffa del proprio patriottismo calcistico. Non era mai successo che la febbre del tifo venisse diffusamente espressa così in anticipo, fin dalla seconda partita del girone eliminatorio dei Mondiali; e oltretutto in assenza – sia detto con tutto l’amore possibile per la Nazionale – di forti personalità carismatiche tra i nostri calciatori. Questo bisogno impellente di manifestarsi in pubblico attraverso il bianco, il rosso e il verde a cavallo dell’evento televisivo – in un Paese peraltro incapace, come non smette di denunciare Gian Enrico Rusconi, di riconoscersi ancora in una comune identità di patriottismo costituzionale merita tutto il rispetto dovuto ad ogni autentico sentimento popolare: indica se non altro, per quanto strano ciò possa apparire, la tendenza a ricercare niente meno che nella Nazionale di calcio quel luogo d’identificazione, quella «casa propria» altrimenti inesistente. Soprattutto nei quartieri più umili e talvolta degradati della penisola, l’inedito arredo urbano tricolore appare come lo sforzo di aggrapparsi ad un senso di comunità, ad un’Italia che altrimenti sfugge loro di mano, allontanandosi. 

La vera novità è forse un’altra: se fino a ieri i sogni e le passioni calcistiche appartenevano ad una sfera emotiva del tutto autonoma, dacché Silvio Berlusconi è presidente del Consiglio, lui volente o nolente, hanno assunto una paradossale dimensione politica. Come negare, ad esempio, che la fiducia ottenuta in un clima di suspense al Senato dal governo Berlusconi ha moltiplicato i suoi effetti suggestivi sull’opinione pubblica grazie alla contemporanea vittoria europea del Milan, quella sera stessa? Siamo ormai oltre il semplice impiego della metafora calcistica applicata alla politica: il fattore football è divenuto esso stesso, in Italia, componente irrazionale, ma immanente della sfera politica. Scandalizzarsene, ormai, ha poco senso e rischierebbe solo di essere snob. È fin troppo facile, di fronte a questa Italia imbandierata, sorridere del dibattito in corso sui quotidiani di sinistra a proposito dell’opportunità o no di fare il tifo per la spedizione azzurra negli Usa. Che una tale tentazione «anti-berlusconiana» (si fa per dire) percorra taluni militanti progressisti, testimonia solo quanto drammaticamente distanti essi si trovino oggi dal comune sentire dei loro stessi referenti sociali. La liquidazione come puro oppio dei popoli del calcio e dei suoi formidabili potenziali effetti di consenso, rischia di oscurare una metamorfosi più profonda – forse anche più inquietante, ma ineluttabile – della politica. Quei tricolori sui balconi di periferia ci dicono anche questo: il bisogno di trovare nuovi linguaggi per tornare a comunicare con la società italiana, e a rappresentarla”. 

 

Le elezioni europee del 12 giugno sono un secondo trionfo per Forza Italia. Poco meno di un mese prima, il Milan ha vinto un’altra Coppa dei Campioni con Fabio Capello in panchina, 4-0 contro il Barcellona in finale. Occhetto lascia la segreteria del Pds a Massimo D’Alema.

|   Nel suo editoriale su La Stampa, Ezio Mauro scrive che “le dimissioni del leader che perde sono certamente un atto dovuto, nel nuovo quadro politico italiano. Ma oggi, davanti a quel plebiscito, diventano molto di più: la denuncia dell’impotenza della sinistra, davanti ad un modo di far politica che sembra inarrestabile. C’è infatti qualcosa di stupefacente nella dimensione del consenso e nella rapidità con cui Berlusconi lo ha prima conquistato e subito dopo consolidato. Diciamo Berlusconi perché questo è il vero fenomeno che sta alla base del 30 per cento dei voti assegnati a Forza Italia: un uomo che inventa un partito, e che poi lo sostituisce continuamente con se stesso, assommando in sé la proposta, l’iniziativa, la leadership, l’immagine. Forza Italia è Berlusconi”. 

 

C’è chi si rifiuta di gridare Forza Italia per la Nazionale ai Mondiali, c’è chi dichiara che tiferà contro, chi teme che il governo Berlusconi possa strumentalizzare un eventuale successo della Nazionale guidata da un allenatore inventato da lui.

|   Dalla prima pagina de L’Unità, durante il torneo, quando l’Italia in realtà stenta, Michele Serra ironizza: “Forse anticipare un dibattito cretino è il solo metodo per disinnescarlo. Anticipiamolo, dunque: Sacchi verrà presto accusato di essere di sinistra. Il suo gioco è infatti – non c’è dubbio – centralista, poiché i giocatori, mortificati nella loro autonomia, dipendono in toto dalla volontà e dall’arbitrio del potere centrale, incarnato da Sacchi medesimo. È statalista, perché le risorse individuali del singolo calciatore vengono sacrificate nel nome del «collettivo», e nulla viene concesso alla libertà di intrapresa (come direbbe il ridens). È illiberale (come direbbe ancora il ridens), perché se uno sgarra e vuole fare di testa sua, il citi lo sbatte fuorisquadra. E, infine, un gioco votato alla sconfitta, qualità che, a ben vedere, lo rende tipicamente, squisitamente di sinistra. È dunque quasi certo che, nel caso (probabile) di tracollo degli azzurri, il governo ridens e le sue coorti di giornalisti riusciranno a scaricare sul groppone della sinistra anche gli svarioni di un’ex dipendente Fininvest che fa giocare sette giocatori del Milan”.

 

Mancano due giorni agli ottavi di finale contro la Nigeria, quando il filosofo Norberto Bobbio rilancia il dibattito su cosa sia Forza Italia. Scrive su La Stampa: “Nel concetto puramente negativo di non-partito ci sta dentro di tutto. Pretendiamo troppo se chiediamo maggiore precisione? Non è un problema di poco conto. Si tratta nientemeno di sapere a quale tipo di raggruppamento politico appartengano non partitini irrilevanti e velleitari, come quello delle casalinghe o dei Verdi più verdi, di cui sono pieni i nostri manifesti elettorali, ma l’insieme concorde di cittadini (per ora li chiamiamo genericamente così) che col proprio voto hanno dato vita al gruppo politico di maggioranza relativa che, come tale, ha il diritto di formare il governo e di eleggere il presidente del Consiglio. Tra le anomalie italiane vogliamo annoverare anche questa? Il nostro Paese è governato da un raggruppamento politico che, dal punto di vista della ricca tipologia dei gruppi politici, non si sa bene che cosa sia. E non si sa bene che cosa sia, perché finora nessuno si è mai degnato di farcelo chiaramente sapere: eppure il saperlo è un nostro diritto di cittadini democratici, di un regime la cui principale caratteristica che lo contraddistingue dalle dittature è la visibilità del potere. In un regime democratico i partiti sono associazioni private con eminenti funzioni pubbliche. Come tali, debbono avere uno statuto che ne regola gli scopi e la composizione, la struttura interna e i rapporti con le istituzioni. Non ci basta sapere che è un nonpartito, anche perché ha agito in questa campagna elettorale e all’inizio di questa legislatura, esattamente come un partito. L’unica cosa che siamo in grado di dire, sia pure con una certa approssimazione, è che i Club di Forza Italia, favoriti dal metodo elettorale prevalentemente uninominale, si sono comportati come tradizionali comitati elettorali, cioè partiti alla vecchia maniera. Ma composti da chi? Diretti da chi? Finanziati da chi? Una democrazia che si regge su una rete di gruppi semiclandestini, è davvero una invenzione senza precedenti”. 

 

L’estate divide. Umberto Bossi comincia a irritarsi. Dice che Forza Italia più che un partito è «un tubo in cui puoi mettere di tutto». Berlusconi lo invita nella sua villa in Sardegna e Bossi si fa fotografare mentre passeggia nel parco in canottiera, “quella con le spalline che usavano gli operai trent’anni fa. La foto ricordo mostra il ricco e il povero, dunque. E il ricco non ha schifo di mettergli un braccio intorno alle spalle sudate” [Deaglio, Patria]. Napoli ospita il G7 con Eltsin e Clinton, Berlusconi fa il premier galante, mentre il suo ministro della Giustizia, Biondi, prepara un decreto legge che abolisce il carcere per i reati di corruzione e di finanziamento illecito ai partiti, con effetto immediato. Centinaia di arrestati per Tangentopoli escono. La Procura di Milano lo considera un colpo di spugna. Di Pietro, Colombo, Davigo, D’Ambrosio si presentano alle telecamere con la barba lunga e la faccia contratta. Annunciano di volersi dimettere. è Di Pietro è il solo italiano che regga la popolarità di Berlusconi. Ezio Mauro scrive che per la prima volta ci sono “due poteri costituzionali in una sorta di due partiti anomali, in lotta sorda tra di loro, davanti al Paese. Qualcosa di sudamericano, come si diceva una volta”. 

 

Il decreto sarà ritirato. Sacchi vivrà il suo mese di colpi fortunati, di tensioni con Roberto Baggio, un cammino comunque glorioso fino alla finale. Scrive Candido Cannavò sulla Gazzetta dello sport: “In qualsiasi ricostruzione di questa nostra avventura, oggi o fra cent’anni, al centro ci sarà sempre il minuto n. 88 di Italia-Nigeria. Là il nero divenne azzurro, il fallimento resurrezone. i truci processi stemperarono in lacrime da miracolo. E Baggio, da fantasma qual era stato, si elevò agli altari del Divin Codino, adorato in tutto il mondo per la nobiltà dei suoi gol. Quanto a Sacchi, la gente non imparò ad amarlo, ma si rallegrò di convivere con l’uomo più fortunato della Terra”.

Fu pure quello, un nuovo miracolo italiano. 

 

Il calcio alla conquista dell’America

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Il dio minore dei paisà

di vittorio zucconi, La Stampa, 17 giugno 1994

 

“Sono circa 40 mila, dicono i giornali, sono il popolo eletto. Quarantamila sono i possessori italoamericani di un rettangolino di carta lungo 10 centimetri e largo 5, conosciuto fra loro come il «ticchetto», che non è voce del verbo ticchettare, ma è la storpiatura nell’inglese italianizzato degli emigrati della parola «ticket», biglietto. L’hanno prenotato da mesi, l’hanno ottenuto per amicizia e per astuzia, per preghiera o per soldi, molti soldi, se è vero che i bagarini chiedono ormai anche un milione di lire per quel pezzettino di carta lucida. Non contano più i titoli di studio, la posizione sociale, l’avvenenza o la cilindrata della macchina: per un giorno la sola distinzione di classe che conta a New York fra gli italoamericani è tra chi ce l’ha e chi no, il «ticchetto». Nell’America bianca, anglosassone, protestante, la cosa che comincia oggi allo stadio di Chicago, con la partita fra Germania e Bolivia è solo il rituale arcano dei fedeli di un dio minore. … Gli italiani, naturalmente, non sono più soltanto macellai, pizzettari o spaccapietre. Il loro successo, la loro promozione culturale e sociale è visibile ovunque, specialmente in questa New York guidata da un sindaco di origine toscana, come Giuliani, e da un governatore campano, Cuomo. E anche il più sprovveduto degli italiani in America sa che il rispetto per un popolo passa per il buon governo, per la serietà, per l’onestà della nazione dalla quale proviene e che nessun gol, nessuna parata potranno da soli cancellare la Mafia. Ma non per domani. Per domani, e per tre settimane, conteranno soltanto il «ticchetto» e il sogno di essere, almeno per 90 minuti, un popolo di tutti vincitori. Quell’Italia che non seppe dare una casa ai loro padri dia almeno una Coppa ai loro figli”

 

Il D-Day del pallone che sbarca in America

di vittorio zambardino, Repubblica, 17 giugno 1994

 

“A Chicago la cerimonia d’inaugurazione cancella anche la temuta indifferenza degli Stati Uniti per il calcio, qui si sentono tutti fratelli nel pallone, quel pallone grande come un dirigibile Good-Year, che si gonfia sul fondo della curva appoggiata al Lago Michigan, a cinque minuti dall’inizio di Germania-Bolivia, la prima partita di Usa ’94. E non fa niente se i fuochi dello show d’apertura non scintillano nel cielo come succede nella notte, se stonano un po’: l’importante è che tutto abbia senso per la televisione, anche se la cerimonia si apre in ritardo di venti minuti (forse proprio per problemi di trasmissione: la rete Espn era impegnata con gli Open di golf), mostrando qua e là le crepe di un’organizzazione in economia. Doveva esserci la Disney, ma ha rinunciato, e alla fine ha lavorato un’azienda di Nashville. Il mondo che venera il calcio, lo ama, è tutto immerso nella notte, e sentirà il fascino di questa cerimonia che è un po’ il D-Day del pallone che sbarca in America, ma è anche l’America che parla della sua idea del soccer, che ancora non capisce. «Due miliardi di persone non possono avere torto tutte insieme» scriveva ieri mattina il Chicago Tribune. «Se il mondo ci dice che il calcio è un grande sport, noi dobbiamo provare a crederci».

 

I losangelini se ne vanno al mare

di vittorio zucconi, La Stampa, 17 luglio 1994

 

“Nel «Catino delle Rose» saranno soprattutto stranieri i tifosi, stranieri i giocatori e straniera la audience televisiva. Ci saranno più telespettatori in Russia, che in America per la finale, più passione nel lontano Vietnam, che nella California che la ospita. Molto ottimismo da comunicati stampa Fifa è stato diffuso sul successo di questo Mondiale americano, ma dalle finestre del mio albergo vedo i «losangelenos» fare la fila in autostrada per andare verso le loro spiagge, questa mattina, non verso le colline di Pasadena. Peggio per loro. Se l’America non si è innamorata del calcio neppure questa volta, se i giocatori sono rimasti per un mese «pallonauti» rinchiusi nei loro stadi-astronavi, mi dispiace per l’America, non per il calcio”. 

 

Che cosa lasciamo agli americani

di fulvio bianchi, Repubblica, 18 luglio 1994

 

“Le previsioni sono state rispettate, forse addirittura superate. A Las Vegas stavolta hanno scommesso anche sul soccer (5 milioni di dollari). E i 4.000 miliardi (di lire) di giro d’affari sono arrivati con migliaia di tifosi di tutto il mondo, spremuti come limoni per un mese, costretti a stare seduti in stadi senza copertura, sotto un sole terribile, con servizi igienici da terzo mondo. Poco importa se per la prima volta in trent’anni non avete interrotto uno show con gli spot pubblicitari, anche questa è una piccola grande conquista. Trentadue milioni di persone hanno visto sui vostri schermi Stati Uniti-Brasile, il 4 luglio, giorno di festa nazionale. È un record: superate le previsioni del 75%. Superato il golf, e anche questa (per voi) è stata una grande novità. Pareggiato il baseball. Cancellata la finale di Wimbledon. Non si sono appassionati solo i chicanos messicani, o gli emigrati irlandesi di New York. Quello l’avevate previsto: ma negli stadi c’erano anche tanti americani “veri”, contagiati, allegri, stupiti, pronti ad unirsi alla ola. Avete battuto il record di spettatori-partita: oltre 65.000. Resisteva da 44 anni, dal Brasile. E adesso ci sembrano una piccola cosa i nostri 48.411 spettatori ad incontro: perché quattro anni fa i nostri stadi erano mezzi vuoti mentre i vostri sempre pieni zeppi, giocasse la Bulgaria o il Brasile. Anche voi, sempre così misurati, così freddi, vi siete lasciati prendere dalla febbre del pallone, scrivendo cose che non avevate mai scritto prima. Arrivando a dire che Italia-Brasile è stata come Dempsey-Tunney, Lakers-Celtics, Superman-Lex Luthor, Usc-Notre Dame, Godzilla-Mathra e anche Sonia Braga-Sofia Loren. Bye bye, America; bye bye americani: che cosa vi hanno lasciato? Uno sport nuovo”. 

 

Come si giocava a calcio nel 1994

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La figura di Zagallo

di corrado sannucci, Repubblica, 11 luglio 1994

 

“Quello che si è capito, vedendo la partita contro l’Olanda e riandando agli ultimi trent’anni della Selecao, è che in Brasile c’è forse una sola testa calcistica pensante ed è quella di Mario Jorge Lobo Zagallo. Quando c’è il suo intervento, il Brasile vince o rischia di vincere qualcosa. Ufficialmente è soltanto un assistente di Carlos Alberto Parreira: e se i suoi 63 anni lo preservano dagli oneri di fuoco della panchina, la sua impostazione è quella che riempie i pensieri di Parreira e, a discendere, il gioco della squadra. «Abbiamo lavorato tanto sul piano tattico. La mia, la nostra, idea precisa di partenza era quella di mettere in campo un 4-5-1 con Bebeto un poco arretrato: ma non è questo il motivo della nostra semifinale, che è poi il nostro miglior risultato dal ’70 ad oggi. Il Brasile adesso gioca un football attualizzato, ordinato, con il pallone e senza, cercando di avere un’organizzazione quando il pallone passa agli avversari. Non è più il tempo del calcio-fantasia. Guardate la Colombia: spettacolare con il possesso di palla, ma poi? E così l’Argentina: grandissima squadra, composta da grandissimi giocatori. Ma quando poi il pallone lo prendevano gli avversari, c’era solo Redondo che doveva cercare di toglierglielo». Zagallo è un insigne vegliardo e va rispettato il suo tentativo di insinuare nella testa dei brasiliani concetti da primo giorno della scuola allenatori. Che poi sono concetti dati per scontati, in Europa, da almeno vent’anni, dai tempi della grande Olanda. Eppure in Brasile stanno provocando polemiche infinite e a volte incomprensibili, se si pensa che l’accusa mossa a Parreira è quella di avere una squadra difensivista, debole in attacco (con Romario e Bebeto!)”. 

 

I primi Mondiali senza Gianni Brera

di gianni mura, Repubblica, 22 giugno 1994

 

“Mi sa che in America ti saresti divertito, Gbfc. Qui va tutto a sigle, JFK, MPC, avrei dovuto scrivere Gioannbrerafucarlo. Il nome di tuo padre che hai dato a tuo figlio che è morto, me l’hanno telefonato ieri mattina alle sette, stessa ora di quando m’hanno detto che eri morto tu. Andando a Foxboro abbiamo passato dei ponti sul fiume Charles e ho pensato a un altro fiume, a un altro funerale, a quanta porca acqua passa e ci tocca farla passare. Carlo stava già male a maggio, quando abbiamo presentato Il principe della zolla, tutti a mangiare bolliti e mostarda e a parlare di te, lui in un angolo a fumare una Gitane dopo l’altra, da qualcuno avrà preso, no? E almeno questa, di vederlo andar via così, ti è stata risparmiata.

E adesso voglio raccontarti cosa succede qui, Gbfc, Gianni Brera Football Club. Che, per ora, le tue idee stanno in piedi. La nazionale fa pena. Io a Vigo non c’ero, non ho la sindrome come tanti altri, ma mi sembrerebbe di sparare sulla Croce rossa, un po’ mi vergogno. Qualcuno ha scritto che la nazionale è formato Milan. Magari. Ti saresti divertito sì, a veder vincere lo scudetto con 36 gol in 34 partite, con le abbottonature e le cerniere del Gran bisiaco. Così avevi ribattezzato Capello in tempi non sospetti, quando molti lo vedevano come uno yesman e basta. Orejas y musica, avresti gridato ad Atene, già al secondo dei quattro gol, affondata la corazzata di carta del superbo Cruyff. Sì ti saresti divertito, e non eri poi così rincoglionito, come ha detto in tv un regista più noto per la bellezza della moglie che per la qualità dei suoi film. Uno che in tv faceva tanto quello di sinistra e adesso sta con Fini. Confini molto labili, cambi di maglia. La Russia sembra la Francia, ti ricordi le belle maglie rosse di Netto, di Voronin, di Kurtsilava? E i tedeschi sembrano dei clown, addio rigoroso bianco e nero durato da Schaefer a Beckenbauer. Gli arbitri sono in fucsia, in color mandarino, i campi sono ricamati a righe, a cerchi, a rombi. Gli americani non capiscono molto di calcio, ma questo non è grave. È un po’ peggio che quasi tutti quelli coinvolti nell’organizzazione siano così ottusi, arroganti e inutili. C’è una frase che ormai mi mette i brividi: can I help you? So che mi manderanno dalla parte sbagliata, che farò chilometri a piedi sotto il sole, penso che perfino in Messico dopo il terremoto e alla Coppa d’Africa a Dakar c’era il telefono in tribuna stampa e si faceva la teleselezione, solo qui è impossibile. Hanno inventato una card”, basta digitare una quarantina di numeri e parli con l’Italia, sempre che non ne salti uno, nel qual caso ricominci. E poi non si può fumare né in sala stampa né in tribuna, tutto il resto dello stadio sì, noi no. Son sicuro che ti saresti fatto arrestare, pur di non rinunciare al vizio. Ma tu poi ci saresti venuto? La storia del mafioso che voleva farti la pelle per una storia di donne non l’abbiamo mai bevuta, nell’84 abbiamo solo fatto finta. Io credo che ci saresti venuto perché il calcio era mestiere, era scienza ma anche vizio, in te. Anche solo per una puntuta curiosità da voyeur, ci saresti venuto. Avresti ingaggiato un taxista full time, con aria condizionata, perché qui si data Boston ma è come datare Milano e andare a vedere la partita a Piacenza. Avresti chiesto di essere svegliato più tardi degli altri, le sette è una condanna, già due volte che per sentirmi sveglio accendo una sigaretta e faccio scattare il sistema d’allarme, ormai deve avercela con me perché è scattato anche alle cinque quando dormivo. Penso che avresti tifato, senza dare troppo nell’occhio, per l’Irlanda. Alla vigilia della partita ho cenato a casa del professor Zemach, in Upper West Side. Non lo conosci, ma lui conosceva te. Suona il violoncello alla Metropolitan Orchestra, è nato a Plovdiv ma con radici, sostiene lui, a Bassano del Grappa. Il professore m’aveva scritto dopo la tua morte: adesso siamo tutti più poveri. Ci siamo scritti per un po’ . I tuoi libri in ordine alfabetico sono allineati prima di quelli di Cechov (in cirillico). Chateau Cheval Blanc 67, tenuto da parte per le grandi occasioni. Chi può essere oggi Rombo di Tuono, ha detto il professore. Nessuno, ho risposto. Ho pensato a varianti su tue invenzioni, come Rombo di Grillo, e penso che nemmeno avresti usato il termine abatini, preferendo settimini. Uccellato, per Pagliuca con Houghton, l’avresti usato di sicuro. E Bergheimer per Donadoni, bergamasco anche Signori lo è, ma quanti tripallici riusciamo a contare, in azzurro? E quanti ne canteresti col cuore? Ti saresti divertito con la Romania, la squadra più all’italiana che c’è, con quel contropiedista molto forte che è Raducioiu, e avresti insultato quel tris di veneziani che sono Asprilla, Valencia e Rincon. Forse ti avrei convinto a tifare Camerun (avessero un portiere, non un imitatore di Grobbelaar) e il giorno di Norvegia-Messico tu avresti tenuto ai vichinghi e io agli aztechi, e dopo avremmo bevuto Merlot di Napa Valley e giocato a scopa. Ricordo che mi telefonasti di andarci piano con gli entusiasmi, dopo Eindhoven (gli olandesi delle amichevoli se ne fregano) e so come la pensavi su Sacchi. E i fatti ti stanno dando ragione, ma questa non è, non sembra proprio una squadra di Sacchi. Ti farà piacere sapere che, per le strade di New York, il tuo amico Bearzot è venerato come la Madonna pellegrina e ha sempre la tua pipa. Anche Sacchi ha parlato di contropiede (sia pure corto) e qui si segna molto in contropiede (le grandi e le piccole). Fanno fatica le grandi a vincere, le piccole a perdere. Più parlano di spettacolo più giocano in difesa. Safety first, per citarti. Quanto è breriano questo Mondiale per noi Senzabrera. Questo per ora ti si voleva dire, e per il resto vadano tutti a scopare il mare. Che in Lombardia significa ramazzare. Detto altrove, sarebbe un grande sogno. Qui i sogni, anche calcistici, sono piccoli, pulsanti ma confusi, nel caso fosse previsto un allarme anche per quelli”. 

 

Che cosa successe durante i Mondiali

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L’ultimo Diego

  Tornato al calcio dopo la fine della squalifica per assunzione di cocaina, Diego Maradona partecipa da 34enne al suo quarto Mondiale. Segna uno dei 4 gol dell’Argentina contro la Grecia all’esordio. Dopo la vittoria contro la Nigeria, viene trovato di nuovo positivo all’antidoping all’efedrina.

 

|   Emanuela Audisio su Repubblica: “Stavolta è meglio non chiamarlo un campione che ha sbagliato. Stavolta è chiaro che ha barato: con lui, con noi, con il calcio. Con lui perché non è stato capace di togliersi il vizio di vivere come gli pare, con noi perché si è presentato con una carta da visita falsa, con il calcio perché non ha voluto ammettere di non essere più il dio che è stato. Stavolta siamo noi a sentirci spogliati, nudi, derubati, frodati. Stavolta è la prima volta che ci sentiamo veramente così. Perchè a Napoli era chiaro che la droga non serviva per giocare bene a calcio, per inventare e regalare intuizioni di felicità, ma per vivere emozioni diverse, per avere qualcosa di più dal giorno e dalla notte, per lasciarsi dietro la banale quotidianità dello sport fatto di orari degli allenamenti, di ritiri, di trasferte, di sabati sempre uguali. Quella cocaina serviva a vivere meglio e diversamente, non a giocare meglio. E anzi per il calcio era una palla al piede, un ostacolo, perché il corpo, il ritmo fisiologico ne usciva strapazzato. Lì non c’era frode sportiva, ma solo un’ esistenza spericolata, incapace di dire no ai peccati. Stavolta invece è vero doping, è riempire con una miscela di efedrine il serbatoio del genio svanito, è disprezzare chi fa una vita da atleta, tanto mando giù questo beverone da ciclista che mi tira su, è aiutarsi chimicamente a trovare nuove energie e forze, senza accontentarsi di quelle che si hanno. 

Adesso vattene per sempre da questa città, non importa se a cacciarti siano gli antipatici sceriffi della Fifa o la gente che non sa cosa vuol dire pagare tutto sulla propria pelle. Conta che hai barato, che invece di metterti gli occhiali sul naso e dire addio, ti sei messo paura e hai sparato contro la prima persona che hai visto e con la prima arma idiota che ti è capitata in mano. Non era quello il nemico. E tu eri già salvo. Protetto dalle nostre braccia, dai nostri cuori, dai nostri ricordi. Ma non ti è bastato. E adesso vai fuori dai piedi, per sempre. E non fregarti il pallone”.

|   Candido Cannavò sulla Gazzetta dello sport: “Era bello, affascinante, irresistibile quell’incrocio tra inferno e paradiso, tra arroganza e umiltà, tra vizio e sacrificio dal quale improvvisamente è sbucato Diego Maradona, all’età di Cristo, col suo genio ancora intatto, il suo potere tiranno, i suoi terribili anatemi e il suo piede sinistro di fuoco, come la spada di un arcangelo. Ne siamo rimasti incantati. Avendo vissuto da vicino i trionfi e le cadute, le squisite gentilezze e gli odi feroci di un campione impegnato a divorare se stesso, non avremmo mai pensato che nel cuore del torneo americano si potesse legittimamente affermare: «La vera rivelazione del mondiale è Maradona».

Persino i confini illimitati di una favola sono stati superati. Confesso la mia commozione al momento del gol di Diego contro la Grecia. E non riesco a vergognarmene. Dalla nostra redazione, che negli anni di Maradona non ha avuto mai pace, si è levato un urlo come se avessero segnato Massaro, Signori o quel Baggio che continuiamo a sognare. Era bella anche l’idea che l’Italia si potesse ritrovare davanti tra pochi giorni questo suo terribile idolo e ammirato persecutore. Io facevo il tifo per un’Italia-Maradona nella anglofila Boston, non avendo mai dimenticato la tristissima notte di quattro anni fa a Napoli, Grande rischio, lo so, immensa scommessa, ma anche colossale evento in grado di rilanciare, al di là di ogni confine, il nostro prestigio e le sorti del nostro mondiale. E adesso, che cosa ci resta? Peccato, caro Diego. Ci avevi fatto vedere di tutto, nel bene e nel male, ma questo tradimento proprio ci ha messo kappaò. Prova a rialzarti. Noi ancora non ci riusciamo”.

 

L’autogol di Escobar

 

Autore di un autogol nella partita contro gli USA, il difensore colombiano Andrés Escobar viene ammazzato al ritorno in patria, dopo una lite nel parcheggio del bar Padua di Medellín, con 6 colpi di mitragliatrice, da un’ex guardia del corpo, Humberto Muñoz Castro. Per diversi giorni il suo omicidio è messo in relazione con l’eliminazione della squadra dai Mondiali. Il possibile movente è stato individuato nelle grandi perdite subite dalla criminalità nel giro di scommesse clandestine. 

 

|   Vittorio Zucconi per la Stampa: “Se avessimo il coraggio della logica, oggi dovremmo chiedere che il circo insanguinato levasse le tende dall’America dove era andato per fare propaganda al più bel gioco del mondo, che rimettesse nei bauli i suoi cartellini gialli e segnalasse ai tifosi di tutto il mondo che così non si può andare avanti. Che nessun tiro, nessuna parata, nessun cross e nessun disperato nazional-campanilismo da sottosviluppati mentali giustifica l’assassinio a sangue freddo di un uomo innocente. La vera tragedia di Escobar, come quella di Maradona o di O.J. Simpson, il campione di football americano oggi sotto processo per l’accusa di avere sgozzato la moglie e il suo amante, è proprio questo riportarci brutalmente di fronte alla realtà e distruggere le paillettes di cui lo sport professionale veste i suoi eroi. Alla fine, segretamente, la morte del difensore colombiano non ci indigna tanto per l’atto di violenza, ben piccolo di fronte alla violenza quotidiana condotta su grande scala in Ruanda o in Bosnia. Ci offende perché ci deruba dell’illusione, ci priva del sogno. E perché toglie a quella Coppa tutto il luccichio della sua sottile pellicola dorata”. 

 

Storie formidabili di portieri 

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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente. 

 

Taffarel che rimase senza squadra

 

  Dio mi permette di sopportare qualsiasi tempesta. Mi fa guardare avanti aspettando la prossima schiarita. La bufera mi avvolse che ero campione del mondo. Avevo vinto la Coppa e non avevo più una squadra. A 23 anni, se fai il calciatore, non sai molto di come vanno le cose nell’economia mondiale. Giocavo nell’Internacional, avevo i fulmini nelle gambe grazie al beach volley, i balzi da fermo mi avevano fatto bene, mi dissero che una squadra italiana mi voleva. Il Parma era stato promosso in serie A. Passavo da un guadagno di un milione di lire l’anno a 250. Può far perdere la testa. Poi ho scoperto che a Parma non desideravano la mia sicurezza tra i pali, il senso della posizione, il piazzamento. Anche, ma non solo. Calisto Tanzi, il cavaliere, voleva mettere sotto contratto la mia faccia, la popolarità raggiunta nel mio Paese. Lasciai il Brasile e cominciai a essere più presente di prima. Ero a ogni angolo della strada, nelle tv, sui giornali, ero sui cartelloni pubblicitari mentre bevevo un succo di frutta o un bicchiere di latte. A San Paolo, a Rio, a Porto Alegre. Ero ovunque, anche se ero a Parma, dove Nevio Scala all’inizio era diffidente. Credeva fossi una via di mezzo fra Higuita e Grobbelaar. Faceva giocare Ballotta.

La situazione peggiorò con l’arrivo di Asprilla. Non si potevano schierare più di tre stranieri, cominciai a fare spesso tribuna, giocava Bucci, me ne andavo a fare footing all’una sotto il sole, qualche passeggiata con John Wayne, il mio cane, e piano piano ti passa la voglia di lottare, di studiare gli avversari in videocassetta, di capire dove si migliora o dove hai sbagliato. Si scivola, ti getti via. Me ne andai. Non c’è quasi mai un perché nel nostro sport. Dipendiamo dalle circostanze, dal caso, dall’umore dei tifosi, dalle finte certezze che ogni allenatore crede di possedere. Scala l’ho perdonato. Uno che cosa può fare, se non abbassare la testa quando si deve, rialzarla ogni volta che capita? 

La mia occasione arrivò a Pasadena. Quando Baggio tirò il pallone più vicino alle nuvole che alla mia traversa, caddi in ginocchio a ringraziare Dio. La schiarita, lo sapevo che sarebbe arrivata Reggio Emilia nel frattempo era diventata la mia seconda città italiana e mi ritrovai disoccupato. Se fossi stato il tipo, mi sarei scoperto a bestemmiare. L’Atletico Mineiro premeva. Torna in Brasile, ti diamo noi una maglia. Io avevo imparato ad amare l’Emilia, non volevo andarmene odiando qualcuno. Volevo credere ancora nella bontà dell’uomo. I preti emiliani aiutano. In via Bismantova c’era l’oratorio del Preziosissimo Sangue. Don Luigi Gianferrari era il parroco da oltre trent’anni, non si era perso neppure una delle mie partite. Sapeva delle mie adozioni a distanza, dei sette bambini nelle missioni italiane di Belem e Primavera del Este. Il mio vicino di casa, Piergiorgio, una sera mi chiese per scherzo di giocare il torneo della parrocchia. Sette contro sette. Perché no, risposi, ero serissimo, solo che volevo giocare in attacco, non mi sembrava corretto che ci fosse un campione del mondo in porta. Cominciammo a settembre, maglia biancorossa, come quella della Danimarca, numero 10. Finalmente il ruolo che da bambino mi negavano. Non sai giocare con i piedi, dicevano, anche se avevo messo in fila 50 palleggi con una pallina da tennis. Segnai 13 gol in tutto, compresa una doppietta in finale contro il San Pellegrino. Quel giorno, mentre la perpetua Elide portava in campo i piatti che aveva preparato per la festa, a me sembrò di vivere un’altra Pasadena.

Protagonisti

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Lo spirito di Ayrton Senna

di maurizio crosetti, Repubblica, 18 luglio 1994

 

“Gli occhi del Brasile hanno di nuovo qualcosa da guardare, hanno ritrovato un posto nel mondo. L’avevano perduto il primo maggio a Imola, quando morì Senna, e adesso c’è quasi la conclusione di una storia sospesa. Tanta gente indossa una maglietta con la faccia sorridente del pilota, e sulla maglietta c’è una scritta. “Ayrton questa Tetra è per te”, la Tetra che sarebbe il quarto trionfo mondiale. Anche Senna lo cercava, tre volte campione del mondo proprio come la Selecao prima di affrontare l’Italia. Non è solo il giorno di Romario e Bebeto, è soprattutto il giorno di un ragazzo che correva veloce e faceva sognare. In mezzo a queste emozioni estreme ritornano le parole di Jorge Amado. Forse c’è bisogno della sua lucida saggezza per non smarrirsi in un giorno così: «Voi pensate che il Brasile sia solo colore, invece è soprattutto dolore. Quello che è successo oggi riguarda le anime e finirà domani, dopodomani. Poi dovremo occuparci dei corpi, della sofferenza, dell’ingiustizia, dei morti ammazzati. Il calcio aiuta a vivere ma non cambia la vita». E sembra di ascoltare ancora la voce esile e spezzata di Eduardo quando raccontava Napoli, una Rio de Janeiro senza l’Atlantico davanti. Anche lui detestava la retorica della festa comandata, dei pazzarielli senza storia e senza memoria. Anche lui temeva che un pallone potesse diventare occasione di fuga permanente, uno strumento per confondere e nascondere. «Ma è anche vero che la gioia del calcio è una delle poche cose che sotto questo cielo non costano niente» sussurra Amado ed è giusto che il poeta stia con chi sa emozionarsi, pazienza se il prezzo può essere alto, pazienza se poi il mondo non capisce. Il mondo che si fermerà al colore anche stavolta. «Non fermatevi a Romario, non dimenticate che a Rio vengono ammazzate 1200 persone ogni anno e in maggioranza sono ragazzi» chiede, quasi implora Amado. Il Brasile che sabato piangerà a un anno dal massacro della Candelaria: otto bimbi uccisi dagli squadroni della morte mentre dormivano su un marciapiede davanti alla cattedrale, nessun colpevole, quattro boia in attesa del processo ma i superstiti hanno paura, vivono braccati, forse la loro testimonianza sarà resa inutile da un colpo di pistola alla nuca. È già successo, può succedere ancora. Il Brasile di Bebeto e di quaranta milioni di poveri su centocinquanta milioni di abitanti, il Brasile dove sessanta milioni di bambini non vanno neppure alle elementari, dove metà della popolazione ha meno di vent’anni ed è analfabeta. Il Brasile è accusato di vendersi l’anima per una partita di calcio, per un pilota di Formula Uno che correva veloce, per una festa che nasce e muore lontano dal mondo”.

 

La finale

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Uno spettacolo fatalmente modesto

di roberto beccantini, La Stampa, 18 luglio 1994

 

“Per la verità, e per la cronaca, nessuna delle squadre ha dato l’impressione di poter schiacciare l’altra. Né il Brasile, troppo votato al culto di Romario, né l’Italia, troppo legata alle invenzioni di un Baggio palesemente menomato. Di sicuro, i sudamericani hanno «giocato» di più, soprattutto nei supplementari, me sempre in un contesto molto soft e molto snob, secondo tradizione. Bebeto e Romario si sono mangiati almeno un paio di sontuose occasioni, a tu per tu con il portiere. Lo spettacolo, modesto, non poteva non risentire della mostruosità della posta in palio e delle immani spese energetiche sostenute in giro per l’America”

 

Il Brasile ha giocato meglio

di gianni mura, Repubblica, 18 luglio 1994

 

“Mi piacerebbe invitare i signori del calcio a ragionare sul bene che può fare al calcio una finale così, ma è inutile: ragionano col conto in banca, non con la testa. E così la partita del secolo si riduce a una serie di vorrei ma non posso, di slanci frenati, di errori dovuti all’annebbiamento da fatica. Brucia perdere così, ma il Brasile nell’arco del Mondiale ha sicuramente giocato e divertito più dell’Italia. Ieri ha fatto qualcosa in più, non molto, ma è stato più pericoloso sotto porta. Giusto così, tutto sommato. Sacchi non si porterà addosso l’etichetta di fortunello (vincendo ai rigori, non gliela toglieva nessuno) e la soddisfazione di avere comunque mostrato una squadra vera ce l’ha. Non era la squadra che ci aspettavamo, né quella che si aspettava lui: di grandissimo gioco, solo mezz’ora con la Bulgaria. Non era la squadra che domina, che impone il suo gioco, ma sa adattarsi, sa lottare, sa sgobbare con una umiltà e una intensità (uso due sostantivi cari a Sacchi) che raramente hanno diritto di cittadinanza nelle grandi squadre. Grazie lo stesso, e poi non è un male che abbia vinto il Brasile, paralizzato a lungo dalla paura di vincere, dopo ventiquattro anni di digiuno”. 

 

  pagine | “Gli anni immediatamente successivi a Pasadena, sono stati i peggiori. Non ero io, il fardello rendeva inconcepibili i dribbling dell’infanzia. No, non l’ho mai metabolizzato fino in fondo. Perché perdere sul campo va bene, perdere per un rigore no. Non ci sarebbe da esultare neanche dopo la vittoria. Perché non è una vittoria. Mai. Chissà perché è salita così alta, quella palla. Ci sarebbe quasi da ridere, per uno come me, che di rigori ne ha sbagliati davvero pochi, e quei pochi se li è sempre visti parare. Mai un tiro alto, mai, neanche in allenamento, neanche per caso, neanche per disgrazia.

Deve avere un senso, una logica, una giustificazione, se un uomo che sa mandare la palla dove vuole, se la vede andare da tutt’altra parte. Voglio dire, uno mira al centro della porta, a mezz’altezza, sapendo che il portiere si sarebbe comunque buttato da una parte. E invece la palla decolla (e decolla male), come comandata dall’alto da una mano invisibile. I brasiliani dissero che fu Ayrton, il grande Ayrton Senna. Dopo, non resta che dolore. Con cui dovrai imparare a convivere”. – di roberto baggio, Una porta nel cielo [Tea]

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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