COSA STAI PER LEGGERE
▻ Il Mondiale dell’epifania di Pelé, qualche mese prima dei Beatles, di papa Giovanni e della Dolce Vita | Che cosa successe durante i Mondiali: L’impiccagione dell’ex premier Nagy e degli insorti in Ungheria – Il suicidio del matematico della bomba atomica | Che cosa si leggeva: Il Gattopardo | Che cosa c’era al cinema: La donna che visse due volte, L’infernale Quinlan, I soliti ignoti | Storie formidabili di portieri: Harry Gregg | Come si giocava a calcio nel 1958: Il 4-2-4 di Vicente Feola | Le cronache dell’epoca: la finale Brasile-Svezia | Protagonisti: Hamrin, Kopa, Fontaine, Nilton Santos, Garrincha, Altafini |
SVEZIA 1958
Quando le rivoluzioni arrivano, quasi mai ti avvertono. Succedono. Una sera di novembre – dopo i Mondiali di Svezia – sei dentro un ristorante di Trastevere, il Rugantino, l’ha affittato un miliardario americano per il compleanno della figlia di certi amici della nobiltà romana. Ti hanno invitata insieme a qualche altra attrice, qualche attore, quel mondo là, ti viene di toglierti le scarpe, salire sul tavolo e improvvisare uno spogliarello. Sei Aiche Nanà, libanese, turca, soprattutto: danzatrice del ventre. I fotografi che devono fare, sono là sotto, è il mestiere loro. Mettere la macchina tra la camicia e la pelle, dice Cartier-Bresson. Questo è. Figuriamoci se la camicia te la stai togliendo e rimani solo con uno slip. Nero. Così, la musica finisce e i rullini vengono sequestrati dalla polizia, tutti tranne uno, quello di Tazio Secchiaroli, che si nasconde, esce dal locale e fa cominciare la Dolce Vita.
Un mese prima, ottobre – sempre dopo i Mondiali di Svezia – sempre a Roma, 4 km e mezzo più in là, oltre il Ponte Vittorio Emanuele, sei dentro la Cappella Sistina perché come ogni tanto succede hanno allestito dei banchi per una votazione e hanno montato una stufa nella quale si bruciano appunti e schede. Ti hanno invitato insieme a qualche altro cardinale, cinquantuno in tutto, i governi di Ungheria e Jugoslavia non hanno fatto venire József Mindszenty e Alojzije Viktor Stepinac. Avete cantato anche voi, come a Trastevere. Avete intonato il Veni Creator in processione dalla Cappella Paolina. Solo che qui dentro non si spoglia nessuno, qui le vesti si aggiungono. Sei Angelo Roncalli, bergamasco di Sóta ’l Mut, soprattutto: patriarca di Venezia. I cardinali che devono fare, sono seduti per votare, è il mestiere loro. Devi scegliere il nuovo papa, invece scelgono te. Mi chiamerò Giovanni, gli hai detto. Erano cinquecento anni che a nessun collega tuo veniva quest’ideona, da quando l’ultimo Giovanni era stato un antipapa in uno scisma. Il minimo è che ti guardino storto. Tu esci sul balcone di fronte alla folla, e sta per cambiare la Chiesa. Dirai di tornare a casa a dare una carezza ai bambini, lo chiameranno Concilio Vaticano II.
Ma ancora prima del prima, siamo in luglio – sempre dopo i Mondiali di Svezia – stavolta non a Roma, in Inghilterra, sei dentro un palazzo che dà di fronte a una chiesa avventista del settimo giorno. Non è come la Cappella Sistina. Anzi. A dirla tutta non è nemmeno un palazzo. È il retrobottega di un negozio dove vendono materiale elettrico. L’hanno attrezzato con certe apparecchiature buone per registrare le canzoni, c’è un solo microfono, al centro della stanza. Numero 38 di Kensington Street, Liverpool. Tu sei uno dei tre ragazzini che salgono sull’autobus portandosi da casa chitarre e amplificatori, Siete rimasti per un po’ in sala d’attesa, perché il gruppo prima di voi chissà che combina, non finisce mai, e finalmente siete riusciti a incidere due pezzi. Uno è That’ll Be the Day di Buddy Holly, l’altro ve lo siete scritto da soli e lo avete chiamato In Spite of All the Danger. In un quarto d’ora, per quel 78 giri, ve la siete cavata con 17 scellini e 3 pence d’affitto. Ma in tasca ne avete solo 15, allora il tipo si è tenuto in ostaggio il nastro finché non avete saldato il conto. Siete i Quarrymen quando vi riunite, ma uno alla volta siete George, Paul e John. È la vostra prima registrazione, un giorno arriverà un batterista di nome Ringo, vi chiamerete Beatles, e pure questa è una rivoluzione cominciata nel Cinquantotto. Dieci anni prima della data che si è presa tutti i meriti di ogni sconvolgimento.
Ma ancora prima del prima del prima – adesso sì che siamo ai Mondiali di Svezia – sei un altro ragazzino che ha deciso di cambiare un’altra scena. Non fai la ballerina, eppure danzi. Non sei un cardinale, non sei un papa, ma ti tratteranno come una divinità. Non canti, fai cantare una palla. L’hai stoppata con il petto dando le spalle a tutti, l’hai toccata con la punta in mezzo a due avversari e alla fine l’hai messa in porta, dove ti hanno raggiunto per abbracciarti, dentro la rete, come i pesci dei barcaioli di Jorge Amado. Ti hanno dato la maglia con il numero 10, ti daranno una corona, e ti chiami Pelé.
Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé
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L’ode di Gianni Brera: “È alto 1,73, mi pare; traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batte di sinistro e destro, sempre mirando. Dribbla con movenze armoniose, sornione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiuta il numero di dribbling (el pase) come una manifestazione deteriore e inutile. È un vero classico. Dolce e chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna, e di lontan rivela / Serena ogni montagna. Sapete che è Giacomino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo. Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: lanotte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: càpita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn rivèla: ora parte Pelé in progressivo: è Berruti che vòlita fìngendo di allenarsi. Serenognì montàgna. Correndo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol. Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto”.
Edmondo Berselli, Repubblica: “Il suo nome, Edson, fu voluto dal padre, il discreto centravanti Dondinho, perché in quei giorni carichi d’attesa del marzo 1940, nel paese di Três Corações, Tre Cuori, Sudest del Brasile, era arrivata l’elettricità. Sicché il battesimo cattolico di quello scimmiotto tutto nero, un vero “crioulo”, un creolo, come lo chiamò una volta il medico della nazionale, era stato anche una cerimonia in onore di Thomas Alva Edison, l’inventore della lampadina. Un buon auspicio per un giocatore predestinato: già papà Dondinho, vedendolo, appena nato, scalciare con le gambette magroline, aveva esclamato: «Sarà un grande calciatore»; il nome elettrico era la sottolineatura per un asso che avrebbe illuminato il calcio mondiale. Come sia nato il soprannome Pelé è troppo lungo spiegarlo. Di curioso c’è semmai che Pelé giunse dopo altri soprannomi: Dico, come lo chiamava lo zio e lo avrebbe sempre chiamato la mamma; e Gasolina, quale lo etichettarono nel Santos, in onore di un cantante brasilero. La prima parte della vita di Pelé è la solita trafila del bambino che diventa adolescente giocando con la palla di stracci e alla fine arriva alla squadra delle star, il Santos. Insomma un lungo e prevedibile chissenefrega. Ha viaggiato dappertutto, ha assaggiato ”testicoli di capra, cervello di scimmia e di cane”, è cattolico ma anche anglicano, ha avuto solo due mogli, se il conto è giusto, Rosemeri e la cantante di gospel Assíria, è stato monogamo inanellando una serie di storielle con domestiche, attrici, modelle, dottoresse, regine di bellezza”
Che cosa successe durante i Mondiali
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L’impiccagione dell’ex premier Nagy e degli insorti in Ungheria
di editoriale non firmato, Corriere della sera, 17 giugno 1958
“Le esecuzioni in Ungheria, che, naturalmente, sono state decise a Mosca, e non a Budapest, sono un segno di più e un segno sinistro della riconversione di Kruscev. Non più tardi di ieri, il Maresciallo Tito dichiarava, nel suo discorso ai minatori dell’Arsa, che Kruscev è uno staliniano. Aveva ragione. Tre giorni fa, un quotidiano di Londra registrava la Voce che Malenkov fosse stato liquidato: quel che conta in proposito è che la voce in parola trovasse credito negli ambienti internazionali. Gli osservatori seguono con apprensione i colpetti di timone, che riportano i metodi della politica russa alla posizione del periodo tirannico. Oggi, la condanna a morte degli ex-capi ungheresi troppo incomodi, che erano comunisti di antica data, ci rimette dinanzi allo spettro di un terrorismo atroce, che si credeva finito per sempre. Come ai tempi di Stalin, la condanna viene resa nota al pubblico dopo che è stata eseguita.
Tre anni or sono, Nikita Kruscev, nel XX Congresso. del partito comunista sovietico, lesse il famoso rapporto in cui condannava Stalin nel modo che tutti sanno e che gli studiosi dei misteri di politica russa hanno imparato a memoria. Quel documento storico è stato pubblicato da allora a milioni di copie in ogni parte del mondo, in tutte le lingue; la libertà con la quale il Governo moscovita permise che la requisitoria fosse diffusa e messa a disposizione dell’opinione pubblica internazionale fu interpretata come un segno di sincera resipiscenza, come la promessa di una nuova era: se non sarà libertà nel senso occidentale, si disse, almeno i russi avranno qualche cosa che le somigli e che permetta loro di rialzarsi da una quarantennale abbiezione.
L’illusione non durò per lungo tempo: nell’autunno del ’56 scoppiò la tragedia ungherese, che fece apparire satanico il sorriso di Kruscev. Ora, a distanza di due anni, abbiamo la prova che il Capo del Governo sovietico si vendica anche a distanza di tempo. Forse è una fatalità della vita russa, della psicologia russa, che la libertà baleni in quel Paese brevemente, come un sole affacciantesi per pochi istanti fra le nuvole in tempi di continui uragani. La storia russa non ha glorie che non siano state pagate col sangue e i patimenti infiniti del popolo russo e dei suoi vicini. Perciò, forse, all’epoca staliniana doveva seguire inevitabilmente un’epoca dello stesso genere, dopo un intervallo di competizioni fra rivali. Se questa è la legge del divenire russo, l’era che comincia sarebbe identica a quella di Stalin, anche se la lotta fra i concorrenti fosse stata vinta da un altro. Le illusioni, si direbbe, erano destinate a durare quanto l’incertezza su chi fosse il nuovo padrone”.
Una intimidazione verso Tito e Gomulka
di ferdinando vegas, La Stampa, 18 giugno 1958
“Delitto senza scuse. Poco importa dove, come e quando, Nagy, Maloter e i loro infelici compagni, sono stati condannati e giustiziati; in realtà sono stati puramente e semplicemente uccisi, in nome della più fredda ragione di Stato che la storia contemporanea conosca. Essi infatti non hanno pagato con la vita le proprie colpe, vere o presunte, dell’ottobre ’56; sono invece serviti a Kruscev come strumenti per perseguire la sua politica della primavera ’58. Mentre si sta consumando una rottura con la Jugoslavia, simile a quella di 10 anni fa, il successore di Stalin ha ritenuto opportuno — per usare le parole dell’on. Giolitti — gettare dei cadaveri sui piedi del maresciallo Tito; ma più ancora che al presidente jugoslavo, la intimidazione è chiaramente diretta contro Gomulka e il suo precario tentativo di comunismo nazionale. L’eliminazione di Nagy e compagni, significa dunque che Kruscev ha definitivamente gettato la maschera: dietro il suo volto bonario riappare il profilo del defunto dittatore. Kruscev ricalca, passo passo, le vie dello stalinismo, con una tragica monotonia, con una totale sordità alla lezione dell’esperienza. Due anni dopo avere esposto gli errori ed i crimini dello stalinismo, eccolo di nuovo a pretendere obbedienza e conformismo da parte di tutti i Paesi comunisti; e poiché Tito rifiuta, si adottano, per tentare di piegarlo, gli identici mezzi usati da Stalin”.
Il suicidio del matematico della bomba atomica
da La Stampa, 28 giugno 1958
“Lo scienziato Donald A. Flanders, di cinquantasette anni, è stato rinvenuto cadavere nella sua abitazione avendo ingerito una dose eccessiva di barbiturici. Ha lasciato una lettera nella quale ha detto di non poter più sopportare l’idea di tornare al lavoro nel suo laboratorio. Donald A. Flanders, fratello del senatore repubblicano Ralph E. Flanders, era un vero genio nel campo della matematica ed aveva collaborato allo sviluppo della bomba atomica. Lavorava presso il Laboratorio nazionale di Argonne, che svolge ricerche per conto della Commissione americana per l’energia atomica, ed era incaricato alla preparazione dei calcoli da far svolgere al gigantesco cervello elettronico esistente presso il Laboratorio stesso. Nella lettera scritta poco prima di compiere il tragico gesto, il suicida ha detto fra l’altro: “Ho deciso di porre fine ad ogni cosa. Non posso più sopportare l’idea di tornare alle mie ricerche, alla mia occupazione. Vi sono troppe decisioni da prendere e sento di non esserne in grado. Una volta morto, il mio valore in dollari sarà molto maggiore che non da vivo. Mi spiace per quanto mi accingo a fare, ma non posso farne a meno. Addio a tutti”. Il cadavere dello scienziato è stato rinvenuto dalla moglie, Sarah. Il corpo era sul letto; sul comodino c’era un vasto assortimento di sedativi e altre medicine che sono state prese in consegna dalla polizia, la quale provvederà alle necessarie analisi di laboratorio. Dal 1943 al 1946, Flanders era stato capo della Sezione calcoli di fisica teorica presso il Laboratorio atomico di Los Alamos”.
I libri
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Il Gattopardo postumo: “Bellissimo”
di eugenio montale, Corriere della sera
“Lampedusa: chi era costui? Fino a ieri nessuno poteva dire che questo fosse il nome di uno scrittore. Quanto al singolare personaggio che portava quel nome, anche per me, fino a poco tempo fa, Lampedusa (Giuseppe Tomasi principe di) era il nobile signore siciliano che nell’estate del ’54 accompagnò il poeta Lucio Piccolo, suo cugino, a ricevere il battesimo letterario in un convegno che si tenne a San Pellegrino Terme. Nemmeno in quei giorni, tuttavia, io sospettai che il principe di Lampedusa (gentiluomo che in gioventù doveva essere stato biondo, alto, massiccio, elegante, silenzioso quel tanto che non gli impedisse qualche battuta piena di humour) potesse essere o diventare uno scrittore non secondo a nessuno dei letterati là presenti. Eppure così andarono le cose. Ci informa Giorgio Bassani, al quale si deve la prima conoscenza e il recupero del romanzo oggi uscito postumo (Il gattopardo, ed. Feltrinelli) che questo importante libro fu scritto, forse in pochi mesi, da Lampedusa al suo ritorno da quel torneo letterario. Può darsi che la doccia di vivente e militante letteratura subita allora dal principe fosse lo stimolo, la causa occasionale a cui dobbiamo il bellissimo libro: il primo e anche l’ultimo perchè Tomasi di Lampedusa si spense a Roma nel luglio del ’57 all’età di sessant’anni. Opera prima, anzi unica; ma non c’è dubbio che Il gattopardo sia un libro che l’autore ha portato e nutrito in sé per tutta la vita e che probabilmente non ebbe dallo scrittore le ultime cure.
Formalmente quasi perfetto, rivela un artista maturo e aggiornatissimo; ma nel taglio, nel succedersi dei singoli episodi non è sempre armonioso e proporzionato. Dopo due capitoli iniziali che un grande naturalista dell’Ottocento potrebbe invidiargli, il romanzo si indugia nei meandri di un idillio giovanile che forse troppo ci porta nel clima dell’odierna prosa d’arte; e nella seconda parte il moralista e il romanziere non sempre camminano di pari passo. Inoltre, una figura che appariva secondaria, quel Don Pirrone che credevamo un semplice Don Basilio, pretende tutto un capitolo a sé, rivelandosi di colpo buon cristiano e uomo assennato. Ma poi il libro si risolleva da queste pagine minori – pur sempre attraentissime – e ritorna nei due capitoli finali alla primitiva robustezza narrativa.
È difficile trovare antecedenti al Gattopardo; lo sfondo (Sicilia 1860) può far pensare al De Roberto dei Viceré: ma lo scandaglio psicologico, il sarcasmo e il quasi feroce uso del bisturi sono di uno che non ignora Brancati.
La singolarità di un’architettura che gli americani direbbero ginger bread, bislacca, non impedisce che questo Gattopardo a cui si potrebbero togliere o aggiungere alcune scene (e in ciò ricorda Roma di Palazzeschi, forte libro mal tagliato e dominato da un unico personaggio) sia un libro di sorprendente unità spirituale: il libro di un gran signore, di un grande snob nel più alto significato della parola, di un uomo che tutto ha compreso della vita, di un poeta–narratore dotato di una implacabile chiaroveggenza e di un sentimento dell’esistenza ch’è insieme stoico e profondamente caritativo. Ed è un peccato che un breve riassunto non possa suggerire le qualità più alte di Lampedusa artista e moralista: la sua virtù di pittore di paesaggio e d’interni, il suo dono di fare vivere una folla di figure che sono troppo vere per essere semplicemente veriste. A lettura finita ricordiamo tutto del Gattopardo e siamo certi che prima o poi vorremo rileggerlo da capo a fondo. E ci chiediamo di quanti libri dell’ultimo decennio si possa dire altrettanto”
Un atto di accusa all’eternità
di carlo bo, La Stampa
“Non c’è dubbio che da questa lunga incubazione su una fragile trama e più attraverso la meditazione sull’essenza della vita il Tomasi sia approdato di sorpresa a un romanzo scritto di getto: non si trattava di un caso ma di una conclusione, di un frutto maturato naturalmente e lentamente. Il romanzo è opera singolare per il rapporto vitale che lo anima. Il gattopardo obbedisce alle regole classiche del genere e in questo senso è un buon esercizio, dove invece ci colpisce è nella parte di testamento, di meditazione oggettivata. Mentre lo scrittore segue i fatti, trova modo di inserire senza stridori e quasi senza umori polemici la verità strappata al lungo colloquio con le cose. Fra romanziere e personaggio c’è un’assoluta identità di vedute per cui il lettore trasferisce liberamente argomentazioni e giudizi da una bocca all’altra, finendo per stabilire un’unica visione del mondo. Si misuri quello che i due principi dicono della Sicilia e dei siciliani, non si tratta di impressioni, di umori, sono cose sperimentate e sofferte. Esatta l’individuazione della meccanica del machiavellismo astratto dei siciliani, giusta la mozione di impenetrabilità agli affanni altrui della pretesa fierezza che è soltanto cecità. I siciliani giudicano peccato «il fare», non hanno desiderio (altro che volontà) di migliorare perché «si credono degli dèi», uomini diversi e superiori. Il romanzo corre su questo filo segreto, su questa obbedienza rispettata da tutte le classi di quel mondo: il sogno è «che tutto rimanga com’è», che non sia rotto lo stato di dormiveglia, di sonno. Qui il Tomasi non teme di fare un salto, passando dal ’60 all’8o, poi al 1910 e quindi al fascismo e infine alla Sicilia d’oggi, pur così attiva, americanizzata, la Sicilia del petrolio. Il colore di fondo non cambierà mai, cambierà solo il colore delle camicie (dal rosso garibaldino al nero dei fascisti, al bianco d’oggi). Chi accusare? I siciliani perché vogliono passare la vita in dormiveglia, i settentrionali perché li hanno ingannati e traditi (si veda la pagina altissima sul primo plebiscito)? Risponde Tomasi: no, si può, si deve accusare soltanto l’eternità”
Il cinema
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La donna che visse due volte
Il macabro Hitchcock | “Voi sapete come Hitchcock giochi volentieri col macabro, con la morte, col mistero, col brivido, e lo fa, bisogna dire, in maniera assai elegante, specie quando, come in questo caso, non creda a una parola delle cose terribili che racconta, e si diverta a prenderle in giro. … Interessante vedere Kim Novak nella doppia parte: perfetto strumento della bravura del regista, essa riesce, pur nella sua avvenenza, anzi attraverso la sua molle avvenenza a emanare un sottile, agghiacciante senso di morte. Ecco un altro film di successo che si aggiunge alla bella schiera di quelli apparsi in questi giorni di Natale” – di giovanni mosca, Corriere d’informazione, 27 dicembre 1958
L’infernale Quinlan
Istrioneggia fino all’insopportabile | “Per chi ancora dà credito a Orson Welles e ai suoi satanici personaggi, questo è un film da andare a vedere, se non per altro per la buffa e nello stesso tempo suggestiva truccatura con la quale l’estroso attore (ma ormai è un estro che gira a vuoto) si trasforma in Quinlan, un ispettore di polizia che all’ombra della rispettabile carica compie i più orrendi delitti e si abbandona alle più morbose stravaganze. Dal princpio alla fine del film, nel quale la cupidigia dello strano a tutti i costi si rivela anche negli eccessi fotografici (gli scorci più audaci, le angolazioni più complicate) Welles istrioneggia fino all’insopportabile, toccando il massimo nella scena conclusiva, quando sembra godersi, centellinandosela, la morte nell’acqua – di giovanni mosca, Corriere d’informazione, 8 ottobre 1958
I soliti ignoti
“I soliti ignoti è una pellicoletta spassosa, con tutte le limitazioni imposte alle forme parodistiche che, avendo un modello da svisare, non riescono a discostarsene. I motivi di maggior diletto e di più puntuale verismo nascono dai legami familiari dei congiurati: l’uno ha tre madri affettuose, invece di una sola, l’altro ha un bimbo in fasce da accudire, due hanno fidanzate fiduciose. Sono ladri sentimentali. Gli interpreti non sono tutti credibili, come manigoldi, sebbene siano attori eccellenti: Gassman, Salvatori, Memmo Carotenuto, Mastroianni, Totò non stanno sempre nelle loro parti, il loro torto è di non avere brutti ceffi, come sarebbe giusto. Gli episodi marginali sono i più felici, come quello del ringhioso siciliano che tiene prigioniera la sorella, o l’altro della fantesca Carla Gravina, messalinetta da periferia. Tutti i dialetti italiani si incontrano nel crocicchio romano: fra le sequenze, le didascalie sul tipo del film muti tradiscono l’intenzione di rifare il verso alla cinematografia popolaresca. Sapidamente recitato, il film ha il solo difetto di voler ricalcare altre maniere, sia pure per beffarsene; è incerto tra commedia e farsa; ma senza dubbio diverte. Questi soliti ignoti, in fondo, sono notissimi. i nostri furfantelli all’italiana, con famiglie da mantenere e reputazioni da difendere, Finiranno male, prima o poi troveranno un lavoro” – di lan., Corriere d’informazione, 3 ottobre 1958
“La tradizione “guardie e ladri”, nel cinema italiano, continua; questa volta, però, con un brio e un buon gusto da superare i migliori campioni del “genere”. Le gesta sono quelle di sempre: un “colpo” in grande stile organizzato da una combriccola di ladruncoli o di aspiranti tali; ma la novità sono i ladruncoli, disegnati ciascuno con la sua esatta fisionomia, il suo carattere ameno, le sue reazioni, i suoi difetti e, vedi caso, le sue virtù”. – di gian luigi rondi, Il Tempo, 3 ottobre 1958
Come si giocava a calcio nel 1958
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Il 4-2-4 di Vicente Feola
di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio
“Da un paio di stagioni in Brasile si era cominciato ad affiancare un centrocampista al centromediano del Sistema. In sostanza proprio il Brasile, spensierato per definizione, stava sperimentando il quarto difensore. La soluzione nasceva dalla regolarità con cui la nazionale aveva perso in contropiede le partite decisive, prima di tutto con Uruguay e Ungheria. Poi dalla caratteristica molto brasiliana dei difensori di cercare sempre di costruire, anzi, di attaccare. La riflessione di Feola fu che, se non poteva in pochi mesi cambiare la mentalità del calcio brasiliano, poteva però aiutarlo a darsi più equilibrio.
Feola fu aiutato anche dalla piccola rivoluzione personale portata da Bela Guttmann, un ebreo ungherese che era stato messo alla guida del Milan nell’estate del ’56. Guttmann ha un buon Milan, lavora bene e crede nel quarto difensore. Gli capita però una tragedia terribile. Investe in auto e uccide due bambini. Ha paura di essere arrestato, decide di fuggire in Brasile dove trova lavoro al San Paolo. È Guttmann il primo in Brasile a giocare con un difensore aggiunto.
Il quarto difensore fu preso dal centrocampo, spesso era un vero e proprio regista, semplicemente abituato ai tempi del contro-gioco. Ma il doppio difensore centrale metteva al riparo il Brasile sia dalle stravaganze tattiche dei due terzini sia dalle invenzioni del calcio europeo. In Europa c’erano troppi modi diversi di intendere il calcio: quello inglese, quello danubiano, adesso quello ungherese, il catenaccio svizzero, quello italiano. E non c’era un modo serio di conoscere questi nuovi metodi se non andando per mesi e mesi in giro per tutto il continente. Il doppio difensore lasciava a Djalma e Nilton Santos la libertà di attaccare e dava sicurezza alla difesa davanti a qualunque soluzione offensiva.
Ci volle un po’ di tempo perché qualcuno si accorgesse della novità. E quando divenne chiara non fu molto gradita. Il Brasile ha sempre pensato di essere il migliore e basta. Pensare di vincere con un difensore in più sembrava francamente un sacrilegio.
Sembrava sacrilegio anche da noi. Come vedremo, era in atto da qualche stagione in Italia una vera e propria guerra di religione. Più cercavamo l’eleganza e più ci trovavamo dentro il catenaccio. Capiremo più avanti il piccolo paradosso. Di certo, in Brasile, Feola ebbe mesi di grande pressione”.
In fondo un catenaccio
di gianni brera, Il calcio azzurro ai Mondiali
“Ogni avversario era marcato ad personam. Gli schemi fondamentali consistevano nell’apertura di Didi verso Garrincha o nell’affondo basso per Vavà o Pelé. Quasi sempre era Garrincha a scattare dopo una irresistibile finta sull’uomo e a crossare da destra secondo che consentiva la situazione in area avversaria. … Venne chiamato questo modulo il 4-2-4: ma erano balle. In realtà Zagalo, a sinistra, faceva anche il terzino, e quasi sempre si offriva ai disimpegni di tutti, punte comprese. Feola pretendeva rigida equidistanza fra i reparti: la sua squadra era sempre corta e mai si stracciava in avanti. I due terzini d’area non avevano libero: lo diventava uno di loro quando l’altro entrava in tackle. Giocatori di grande classe, in quella squadra attentamente schiumata dalla generosa piattola del calcio carioca e paulista, ve n’erano 4 o 5.
… Si ispirava a un rigido geometrismo difensivo.
| Il 13 gennaio del 1992 su Repubblica aggiunge: “Vicente Feola allestì uno squadrone rigidamente impostato sul catenaccio che aveva imparato da Guttman, venuto un anno prima dall’Italia: al posto di 3 pinchi chiamati terzini ne mise 4 in linea, però i due centrali (sanciti dal mezzo sistema italiano e dal catenaccio di Rappan) sapevano entrare in prima e in seconda battuta secondo la direzione dalla quale provenivano gli avversari con la palla. In quel lontano 1958 quasi nessun critico sapeva capire come andassero le cose nel calcio. Il Brasile trionfò per l’ignoranza tattica degli avversari oltreché per la bravura dei suoi componenti”
La teoria del jeitinho
di jonathan wilson, La Piramide Rovesciata
“Le loro abitudini non sarebbero state tollerate per nessun motivo in Scozia. Vari paralleli sono stati fatti tra il calcio brasiliano e il samba – i tifosi brasiliani che assistettero alla Coppa del Mondo del 1958 cantarono Samba, samba, quando festeggiarono la prima vittoria della loro nazionale nel torneo mentre Simon Kuper nel suo libro intitolato Football against the Enemy paragona Pelé ad un capoerista, un esponente di un’arte marziale inventata dagli schiavi angolani, e che veniva mascherata come un ballo il cui scopo era quello di prendere in giro i loro padroni.
L’antropologo Robert DaMatta se ne uscì con la teoria del ‘jeitinho’ (un modo di fare le cose), per spiegare la creatività della quale i brasiliani sono così orgogliosi, presupponendo ciò perché le leggi e i codici di comportamento in Brasile, anche dopo l’abolizione della schiavitù del 1888, erano stati realizzati per proteggere il ricco e potente, con le altre persone che dovevano ingegnarsi per trovare dei modi fantasiosi per aggirarli. Jeitinho, scrisse DaMatta nel suo libro dal titolo What makes Brazil, Brazil, “è una mediazione personale tra la legge, una situazione nella quale dovrebbe essere applicata e le persone coinvolte in un modo tale che niente cambia realmente, se si eccettua una considerevole demoralizzazione della legge stessa… Negli Stati Uniti, in Francia e in Inghilterra, per esempio, le regole o vengono osservate, o non esistono. In queste società è risaputo che non c’è alcun desiderio di stabilire delle nuove leggi che non siano in linea con il buon senso o con le altre leggi della società, creando così spazio per una corruzione a livello burocratico e abbassando la fiducia nelle istituzioni pubbliche… Perciò i cittadini americani, quelli francesi e quelli inglesi si fermano di fronte ad un segnale stradale di ‘Stop’, che a noi invece sembra un’assurdità logica e sociale… I cittadini brasiliani, di contro, trovano sempre un modo per aggirare restrizioni di questo tipo. Arrivano a contare su sé stessi, piuttosto che sulle strutture esterne. Non è difficile vedere la fantasiosità che storicamente ha caratterizzato il calcio brasiliano come un’espressione particolare di questo tratto. Gli individui sono capaci di trovare una soluzione personale per gestire al meglio le situazioni, e ciò significa sia degli alti livelli di creatività, e sia una sfiducia nel lavoro di gruppo e nella collaborazione”.
Storie formidabili di portieri
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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
Harry Gregg. Che tirò i compagni fuori dall’aereo in fiamme
Il ritardo mi stava innervosendo. L’aereo non si decideva a partire e a casa ci aspettavano per far festa. Noi in semifinale di Coppa dei Campioni dopo un pareggio a Belgrado. Noi siamo il Manchester United. Scalo a Monaco di Baviera, rifornimento, controlli. Johnny Berry aveva problemi con il passaporto. Dalle prime tre file si riusciva a vedere cosa ci fosse oltre il muso dell’aereo. Neve. Ghiaccio. C’era un posto vuoto accanto a Roger, Johnny, Jackie, Ray e Liam. Mi fecero segno di sedere con loro. Io lo sapevo perché, gli risposi di no, la sera li avevo spennati a poker in albergo, volevano rifarsi, speravano ci cascassi. Rimasi dov’ero. Mi sono salvato così.
Il capitano James Thain disse che c’era un problema a un motore, l’aereo avanzava a strappi, era già al terzo tentativo di decollo. Solo Matt Busby era impassibile. Mi aveva insegnato a uscire di più dai pali. Diceva che avrei dovuto sfidare le mie paure, non si può giocare da portiere e avere paura del pallone. Ma io non avevo paura del pallone. Io temevo le mischie. Mi ricordavano le zuffe fuori scuola, di quando mi strappavano il cappello di testa e scoprivano le orecchie a sventola. Se hai coraggio, mi dicevano, togliti il cappello. Sono un vigliacco e me lo tengo. Penso che se me ne sto al coperto, tra i pali, nessuno se ne accorgerà.
Bobby Charlton cercava di tenere calma una donna seduta in fondo con la sua bambina. Qualcuno tossicchiava, altri ridevano nevrotici, allora John Berry disse Io non so che cazzo avete da ridere, ci stiamo andando ad ammazzare. Liam rispose che se era giunta l’ora, era giunta.
La velocità calò, l’aereo non si alzava e non ci fu più pista per frenare. C’era la recinzione, c’era una casa e poi ci fu il buio. Un boato, uno schianto e il buio.
La mia poltroncina si era ribaltata, la luce veniva dal fuoco. Avevo sangue dappertutto e non avevo più una scarpa. Il comandante teneva un estintore in mano e mi gridava di scappare, bastardo mi disse, corri, stupido bastardo che adesso scoppia tutto. Il serbatoio era pieno. Non scappai.
Morirono 23 persone. Otto erano miei compagni di squadra: Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor, Liam Whelan, Duncan Edwards. Morirono le nostre chiacchiere e i nostri scherzi. Certe volte sogno i nostri sguardi un attimo prima dell’impatto, le facce atterrite, le mani che si strinsero. Sento anche l’odore del metallo che brucia. Forse avrei dovuto sedere accanto a Roger e Liam, dargli la rivincita e andarmene insieme a loro. Per illudermi di scacciare tutto questo, tredici giorni dopo l’incidente tornai subito in campo in Coppa d’Inghilterra. Io e Bill Foulkes, due dei sopravvissuti, decidemmo di giocare per salvarci pure dalla pazzia. Con noi c’erano dei ragazzini e un tipo che ci facemmo dare in prestito dal Blackpool per arrivare a undici. Vennero 60mila persone e vincemmo tre a zero. Ma io avevo sempre mal di testa. Scoprirono che era per una frattura al cranio e non potevo nemmeno lamentarmi. Feci finta di niente, passerà, dicevo. Tutto passa. Anche il dolore.
Non scappai. Sentii piangere alle mie spalle, era la donna. La tirai fuori di lì, lei e la sua bambina. Non si capiva in tutto quel fumo se c’era ancora respiro sulle sue labbra. Presi la piccola in braccio e la consegnai all’operatore radio che mi veniva incontro. Lui la portò al sicuro, allora fu il turno della donna, era incastrata tra le lamiere, lei mise le ginocchia contro il mio petto e con i piedi la spinsi fuori, come un pallone da rinviare fuori area. Poi continuai coi miei compagni, uno a uno, chi era svenuto, chi piangeva per le ferite. Presi Bobby Charlton e Dennis Viollett e li portai via. L’aereo era spaccato in due, loro erano per metà fuori dall’ala. Dennis aveva un taglio sopra l’orecchio destro. Li tirai per le gambe, una ventina di yards in mezzo alla neve. Sembravano morti. E tornai indietro. Matt Busby si grattava il petto e mormorava, Le gambe le mie gambe. Aveva un piede ruotato nel verso opposto.
Quindici yards più avanti trovai Jackie Blanchflower, eravamo amici già da ragazzini, la parte inferiore del braccio destro era irrigidita. Diceva, Si è rotta la schiena, si è rotta la schiena. Roger invece, Roger Byrne non aveva neppure una ferita, aveva gli occhi aperti e quando penso a quel giorno, lui è il mio rimpianto. Penso che a Roger, gli occhi, glieli dovevo chiudere. Avrei dovuto passarci una mano sopra e chiuderli.
Per quarant’anni non ho potuto guardare in faccia la vedova di Geoffrey Bent, la moglie di Roger, la famiglia di David Pegg e gli altri, tutti quanti. Non potevo guardarli sapendo che
io mi ero salvato e i loro mariti, i loro figli, i loro fratelli no. Andai ai Mondiali del Cinquantotto con questi fantasmi dentro e dentro sono rimasti fino al giorno in cui si tenne una cerimonia di commemorazione nella cattedrale di Manchester. Si avvicinò Joy, la moglie di Roger, disse che dovevo decidermi a smetterla, basta torturarmi. Erano sposati da sei mesi e lei aveva saputo di essere incinta qualche giorno dopo la tragedia. Un maschio. Roger junior. In Inghilterra, la vita per una vedova non era semplice negli anni Sessanta. Ma Joy ce l’ha fatta. Ha cresciuto il bambino da sola, lavorando come fisioterapista. Matt Busby se lo portava a Old Trafford. Era la nostra mascotte.
Quell’incidente è diventato un’industria di mezze verità, bugie, esagerazioni. C’è un giocatore di quel vecchio Manchester che l’ha scritto nel suo curriculum: va raccontando alla gente che grazie a un infortunio non era potuto salire su quell’aereo. Non è vero. Era una riserva. Aveva giocato con noi solo una volta. Grazie a questa frottola, ha campato nel circuito del chiacchiericcio da bar, e questa cosa mi disgusta. Frank Taylor, l’unico giornalista sopravvissuto al disastro, ci scrisse un libro con un mucchio di licenze poetiche, diciamo così. Raccontò delle meravigliose istituzioni di Monaco, del via vai di ambulanze e pompieri, e invece ci avevano portato in ospedale dentro il bagagliaio di una Volkswagen. Bill Foulkes raccontava di quando mi incrociava durante i soccorsi, lui che era scappato.
Quando a 17 anni in prima squadra arrivò George Best, la prima cosa che fece, fu pulirmi le scarpette. Disse che toccava a lui, che lo considerava un onore. Un conto è il coraggio, mi ripeté, un altro quello che hai fatto tu. Una cosa divina.
La cosa che più spesso si dice di me è che sono un uomo forte. Non è vero. Un vigliacco sono stato. Per le mischie, per le orecchie a sventola e per la mia Mavis, che si ammalò e io non riuscivo a guardarla in faccia.
Molti anni dopo, mi contattò la donna che avevo portato fuori dall’aereo. Vera Lukic. Voleva dirmi di lei e di quella che all’epoca era la bambina: Vesna. Voleva che vedessi quale vita le avevo regalato, voleva conoscere la mia. Quando andai ai Mondiali, Vera aveva 23 anni, era la moglie di un diplomatico jugoslavo. Mi disse che aveva fatto di tutto per non salire sul nostro charter, avrebbe preferito affrontare il viaggio in treno, a costo di impiegare due giorni. Suo marito era un pilota militare, Vera lo stava allora raggiungendo in Inghilterra dopo aver passato qualche giorno a Belgrado. Abbiamo preso un tè e abbiamo sorriso. All’appuntamento, con Vera e Vesna, è venuto pure un giovanotto. Piacere, Zoran, mi ha detto tendendomi la mano. Mi disse che io non lo sapevo, ma c’era pure lui in aereo, quel giorno. Era nella pancia di Vera, la pancia di sua madre. Allora mi sono voltato per non farmi vedere piangere, come un vigliacco, il solito che sono sempre stato.
Harry Gregg è morto il 16 febbraio 2020
I protagonisti
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Hamrin, l’Uccellino
di gianni mura, Repubblica, 27 gennaio 2014
“Hamrim c’è scritto sul citofono di casa, in zona Coverciano. Mi viene un dubbio: che in tutti questi anni abbiamo sbagliato a scrivere Hamrin? «No», dice Marianne, la moglie, «è sbagliato il citofono, ma va bene lo stesso».
Il primo incontro è al ballo del quartiere. Lei lavora in una panetteria, si alza ogni mattina alle quattro. Lui, primo dei quattro figli di Karl, imbianchino, calciatore dilettante e poi allenatore di calciatori, lavora in una zincografia collegata al quotidiano Dagens Nyheter. «Mi piaceva quel lavoro e l’odore dell’inchiostro. E comunque lavorare era indispensabile perché il calcio svedese non aveva aperto al professionismo. All’Aik ci davano cinquanta corone, oggi sarebbe una quindicina di euro, a vittoria o pareggio, niente se perdevamo. Tutti sognavamo l’Italia, dov’erano andati Liedholm, Nordahl, Gren, Skoglund, Selmosson». Un giornalista della Nazione, Beppe Pegolotti, paragonò la sua corsa al volo di un uccellino, e Uccellino diventò”
leggi anche Orson Welles intervista Nils Liedholm
Slalom 8 ottobre 2022
Kopa, il Napoleone del calcio
di gianni mura, Repubblica, 4 marzo 2017
“Piccolo di taglia, piedi buoni, grande intelligenza di gioco, non velocissimo ma abile nelle finte. Poteva giocare anche da centravanti arretrato, alla Hidegkuti, ma stava in prevalenza sulla destra, ispirando la manovra anche da regista laterale. Noeux-les-Mines non è un bel posto per nascere, dalle miniere si usciva neri ma il pane era bianco e il lavoro assicurato. Ai margini del trattato di St. Germain si consentiva libero accesso ai lavoratori polacchi. La Francia aveva perso un milione di uomini in guerra e mancavano i minatori. Con altre migliaia alla fine del ‘19 arrivarono i nonni Kopaszewski con quattro figli, tra cui il tredicenne Franz, futuro padre di Raymond. Anche la madre, Hélène, famiglia di minatori da tre generazioni, aveva origine polacche. In casa si parlava polacco, e questo non avvantaggiò Raymond a scuola.«Malissimo matematica e storia, male il resto». Bene il pallone. Ma un tributo alla miniera lo pagò: due dita della mano sinistra maciullate da una frana e parzialmente amputate. Poi, siccome era bravo col pallone, gli trovarono un lavoro meno rischioso in superficie, alle caldaie. Il soprannome di Kopa: il Napoleone del pallone. Lo conia Desmond Hackett, del Daily Mail. Il primo figlio, Denis, muore a 9 anni per un linfoma non diagnosticato in tempo. Due figlie, Nadine e Sophie, la prima colpita da un tumore al seno ma salvata. Dopo questi dolori Kopa diventa testimonial e finanziatore della lotta contro il cancro. Nelle foto, anche da anziano, ha quell’aria un po’ così di chi potrebbe dire: messieurs, che vi siete persi. Lo sappiamo già”.
Just Fontaine, il capocannoniere
di gianni mura, Repubblica, 19 novembre 2006
“Non bisogna fidarsi mai dei calciatori grassi. A uno dei miei primi Tour, dalle parti di Tolosa, ci fu la solita partita Francia-Resto del Mondo tra i suiveurs. Capitano dell’Italia Sandro Ciotti. Tu marchi l’8, mi disse a squadre schierate. Ero giovane e passabilmente magro. L’8 era un tipo di pelle abbastanza scura e zoppicava vistosamente. Dopo un quarto d’ora aveva già segnato tre gol, sempre nella stessa maniera: finta con la gamba offesa, cambio di piede e gran botta all’incrocio dei pali, dove il nostro portiere Sergio Valentini, detto Gatto Magico, non arrivava mai. Fui sostituito nell’intervallo. Chi è quel tipo? chiesi a Ciotti. «Just Fontaine, 13 reti al Mondiale del’58» rispose lui con aria indifferente. «E potevi fare di più». Ancora adesso, non credo”.
Quella squadra. Tutta
di edmondo berselli, Repubblica, 11 giugno 2006
“Il Brasile del neanche diciottenne Pelè vince i Mondiali del 1958 in Svezia. La spiegazione è che in quella squadra giocavano il portiere Gilmar, detto “Giraffa“; l´elegante terzino Djalma Santos, detto “Rato”, cioè Topo; Dino Sani, che più tardi sarebbe venuto al Milan a illuminare San Siro con la sua pelata, era “Johelo”, vale a dire Ginocchio, proprio in quanto calvo; Didi era “Airone nero”, Mazzola, vale a dire il nostro Altafini, era “Cara de Pedra”; e io, dice Pelé, «essendo nero, venivo chiamato Alemão, il Tedesco» (ironica, la Seleção). Bisogna aggiungere che la squadra è fatta di gente romantica, che ama il bel gioco, attaccare, fare colpi di tacco in difesa, numeri da circo. C ́era l ́altro terzino, Nilton Santos, con una fama di difensore insuperabile, che una volta giocò a Wembley contro l’Inghilterra, e il suo avversario era il quarantunenne Stanley Matthews. Gli inglesi vinsero 4-2 e alla fine il prodigioso Nilton si rivolse a Matthews dicendogli: «Mr Matthews, lei è il re». C’era Garrincha, di cui sarebbe noioso citare le leggende, la solita finta resa irresistibile dalla poliomielite infantile. C’era Didi, «il nostro maestro», genio imprevedibile: «Faceva finta di mandare la palla da un lato e poi la mandava dall´altro», e i più giovani, lui e Garrincha, si confondevano, fino a provocare il suo urlo: «Stupidi, è l’altra squadra che voglio confondere!».”.
Nilton Santos
Detto A Enciclopedia. Lo chiamavano così perché tutto sapeva del calcio e tutto sapeva fare, difendere e attaccare. È morto nello stesso anno di Djalma, il suo “gemello”, l’altro terzino del grande Brasile campione del mondo nel 1958 e nel 1962. «Non invidio i terzini di oggi per i soldi che guadagnano, ma perché possono attaccare. Ai miei tempi, se stavi in attacco e prendevi un gol ti mandavano alla forca». Però ai Mondiali del ’58 fece gol all’Austria, il 2-0, spingendosi in attacco mentre il ct Feola gli urlava di passare la palla.
Magro, alto, da bambino raccontano che giocasse nudo per le strade del quartiere Ilha do Governador con i suoi amici, Gervais, Feguinho, Garzinho. Ma il campione era lui. Una gloria. Una delle tante stelle intorno a Pelé. Primo di sette figli, era nato a mezzogiorno del 16 maggio ’25, per 18 anni giocò con il Botafogo. All’esterno del vecchio stadio c’è un murale a lui dedicato. Grande amico di Garrincha, lo chiamava fratello, gli organizzò e pagò il funerale. Quando smise di giocare, Nilton aprì un negozio di articoli sportivi a Rio. Lo chiuse subito, perché disse di non saper vendere niente a nessuno, e nemmeno comprare. Allora s’è dedicato ai bambini poveri del suo Brasile, gli ha insegnato cosa significa correre dietro un pallone, e che correre dietro un pallone in certi posti, certe volte, ti salva la vita.
Garrincha
◇ Gianni Brera, Mezzo secolo di Mondiali: “Garrincha fintava la partenza sulla destra e con un fulmineo scambio toccava di destro per l’inizio del dribbling all’interno: poi faceva gioco per gli altri o segnava. Secondo quello che mi ha dichiarato lo stesso Pelé, il prodigioso Garrincha era ormai in grado di colpire una bottiglia da venticinque metri. Vinto il dribbling e fatto il cross, il suo compito era finito”
◇ Jorge Amado, Tuttosport, 11 dicembre 1993: “Garrincha, grande asso, è stato un personaggio pittoresco e drammatico. Dallo stile personalissimo, non si sono più viste giocate simili alle sue”
◇ Darwin Pastorin, Ode a Mané [Limina, 1996]: “Resta la memoria dei sogni che abbiamo sognato, che hanno cullato i nostri giochi di bambini. Con tenerezza, riprendo me stesso fanciullo per mano, un ragazzino che, su quei prati che erano ancora prati, urlava ai suoi amici: io sono Garrincha!, e con il numero sette che mia madre mi aveva cucito sulla maglia inseguivo un pallone e la vita … Tu sei stato il primo calciatore brasiliano a spedire il pallone in fallo laterale per permettere ai medici e ai massaggiatori di soccorrere un avversario infortunato. Ma quanti ricordano questo episodio della tua vita?”
◇ Carlos Drummond de Andrade, Jornal do Brasil: “Fu un povero e semplice mortale che aiutò un paese intero a sublimare le sue tristezze. La cosa peggiore è che le tristezze ritornano e non c’è un altro Garrincha disponibile. Ne occorre un altro che continui ad alimentarci il sogno».
◇ Vinicius de Moraes, Canto d’amore e angoscia per la Nazionale d’oro del Brasile»: “La rivoluzione sociale in marcia si ferma meravigliata a vedere il signor Mané palleggiare e poi prosegue il cammino”
La testimonianza di José Altafini
intervista di paolo brusorio, il Giornale, 29 maggio 2006
«Siamo stati cinque mesi in ritiro in montagna, a Campos de Jordão, regione del Minas Gerais. Eravamo in trentatré, ci fecero ogni tipo di esame: vista, denti, muscoli. Io e Pelè fummo gli unici a non aver problemi odontoiatrici, molti furono operati di appendicite. Ci tormentavano con i test di intelligenza: dadi, cubi, disegni. Come fossimo dei matti. Il preparatore atletico era Amaral, un militare che poi arrivò alla Juventus. Feola era un grasso bonaccione, capiva di calcio, ma passava ore a spiegarci cose noiosissime, tipo come battere un fallo laterale. Assomigliava a Rocco, ma era meno burbero».
➣ Come fu l’impatto con la Svezia? «Eravamo in ritiro a Hindas, vicino a Göteborg. Andavamo in città in autostop. E lì scoppiava il finimondo… Le ragazze svedesi impazzivano per quelli con la pelle nera. Si avvicinavano e passavano il dito per vedere se quel colore veniva via… Io ero il più sfigato: da bianco, non interessavo. Pelé fece colpo su una svedese inusuale, una morettina. Dissero anche che Garrincha avevo messo incinta una ragazza… Era poco intelligente, Feola non gli spiegava gli schemi tanto non li avrebbe capiti. Ma in campo gli veniva tutto naturale, quel mondiale l’ha vinto lui. Pelè ha contribuito al titolo, Didì era il leader, ma Garrincha ha risolto i problemi».
➣ E Altafini?
«Ero titolare con Pelé, poi nell’esordio con l’Austria su un campo di patate mi sono storto la caviglia. Facevo fatica a stare in piedi, contro l’Inghilterra sbagliai due gol. Feola mi mise fuori con la Russia e Vavà, il mio sostituto, fece una doppietta. Tornai contro il Galles, ma sembrava il Padova di Rocco: impossibile sfondare. Fu giusto scegliere Vavà, uno pelado si dice in Brasile. Forte, dal gran fisico. A me restano un po’ di rimpianti…».
➣ Quali?
«Non aver capito l’importanza di vincere un mondiale. Ancora adesso quando vedo gli altri alzare la coppa, mi prende la malinconia. Ho sbagliato anche a giocare da oriundo con l’Italia, non l’avessi fatto avrei vinto altri tre mondiali… E una volta qui da voi, non dovevo nemmeno cambiare il nome: io ero Mazola, in Brasile nessuno mi conosceva come Altafini».
➣ Quanti soldi vi fruttò quella vittoria?
«Soldi? Prenda nota: un piccolo televisore, una bicicletta, un frigorifero da picnic, una patacca di orologio placcato oro dalla rivista Cruzeiro e un terreno nella regione del Pantanal. Djalma Santos lo vide, ci disse di lasciar perdere. Registrarlo costava troppo…».
➣ Rispetto agli altri, il «suo» Brasile che posto occupa?
«I miei idoli restano quelli del 1950. Poi ci siamo noi e la nazionale del ’70, con quattro numeri dieci in campo. Quelle del ’94 e del 2002 si assomigliano, più operaia la prima, ma entrambe modellate su un giocatore: Romario e Ronaldo. Quello dell’82 invece era forte, ma giocava sui tacchi a spillo. E per questo perse contro l’Italia».
La finale
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Una rivincita dopo otto anni
di angelo rovelli, La Gazzetta dello sport, 30 giugno 1958
“L’ombra del Maracanà è disciolta. Da otto anni essa oscurava l’orizzonte calcistico brasiliano. Era un’ombra lunga, sottile, perfida. Oggi, dopo otto anni, l’aurea Coppa stretta nel pugno, le mani levate in aria, l’atletico mediocentro Bellini, la mostrava alla folla e a tutto il mondo. L’ora del Brasile era infine scoccata, la sua rivincita si era compiuta. Il tecnico, il competente, l’uomo della strada, non poteva avere dubbi sulla entità di un gioco che scaturiva dalle peculiari qualità di una scuola famosa, una scuola vitale se da decenni va illuminando di una luce radiosa il calcio mondiale. Il Brasile è prima di tutto una espressione tecnica. Nessuno dei suoi componenti può essere giudicato modesto o mediocre nel trattamento di palla. Si va dal discreto all’ottimo, e si ottiene una media elevata sul piano delle risorse tecniche individuali. Il mutamento più evidente del Brasile, rispetto alle edizioni 1950 e 1954, riguarda la minore indulgenza alle esibizioni e la più spiccata inclinazione al presidio del proprio tre quarti di campo. Non sapremmo chi scegliere come migliore in senso assoluto. È una squadra così omogenea, così uniforme sul piano dello stile, da riuscir difficile una graduatoria di merito. Ma, in verità, il diciassettenne Pelé ci ha impressionati specialmente nel finale, così come Vavà si era imposto nella primafase. Ottimo Ziro, impeccabile Bellini, sicuri ed eleganti i due terzini. Autoritario Orlando, non molto impegnato Gilmar. Didì ha regolato il proprio ritmo sulla cadenza del gol: un regista e un maestro. Zagallo è stato prezioso, Garrincha, come era prevedibile, straordinario nel giocare al gatto col topo con il suo diretto avversario. Dai suoi cross perfetti sono nati i due primi gol brasiliani”.
I migliori del mondo da sempre
di nino oppio, Corriere d’informazione, 30 giugno 1958
“Finalmente questo calcio brasiliano che forse è sempre stato il migliore del mondo, ha trovato il riconoscimento ufficiale. E il merito principale di questa affermazione è senza dubbio di un uomo modesto, di un uomo che non è giocatore e potremmo dire che nemmeno è un tecnico. Il Brasile ha vinto il campionato del mondo senza la guida di un grande tecnico, senza lo stratega della lavagna, senza il mago delle tattiche. Il senor Vicente Feola, brasiliano oriundo di Napoli, grasso come un oste di campagna, sereno e pacioccone, non ha mai fatto programmi né tecnici né tattici. Lo so, aveva a disposizione giocatori di classe immensa, artisti della pelotta come Didì, come Pelé, come Garrincha che possono trasformare qualsiasi squadra e dare qualsiasi risultato. Lo so, ma se pur sembra un assurdo il merito di Feola è stato proprio nella rinuncia ad alcuni degli artisti. Vicente Feola ha capito che coi soli artisti non si può fare una squadra e ci ha messo anche gli operai. E nessuno creda all’eccessiva copertura, nessuno parli, per carità, di catenaccio. Il gioco del Brasile è il vero gioco del calcio, con difensori che sanno chiudere gli spazi in fase di ripiegamento e che poi vengono fuori con agilità per spingersi soprattutto in fase offensiva. Gli stessi attaccanti sono sempre pronti a ripiegare, sia il già citato operaio Zagallo, sia l’asso Didi o Garrincha, l’uomo della fantasia e persino quel gatto nero di Pelé, il ragazzo che ha negli occhi la luce del gol”.
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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