Chi parla dell’avvenire è un cialtrone
Louis-Ferdinand Céline
Il calcio cambiò dalla sera alla mattina nell’estate di trent’anni fa. Non lo capimmo. Non subito. Parve un ritocco, magari necessario, per qualcuno indispensabile. Ma un ritocco. Invece era una rivoluzione. Era l’atto di nascita del Neo-Calcio. La FIFA stava mettendo al bando il passaggio all’indietro al portiere e a noi parve tutto lì. Fu il primo anello di una catena verso la trasformazione 1) del gioco, 2) degli stili, 3) della filosofia, 4) dell’economia, 5) delle strutture.
I Mondiali del 1990 avevano portato una certa insofferenza verso la media gol giudicata bassa e insufficiente [2.2]. L’irlandese Pat Bonner aveva tenuto il pallone in mano per complessivi 6 minuti contro l’Egitto, uno 0-0 inguardabile, i compagni gliela passavano, lui raccoglieva e passeggiava. Maradona per giunta aveva finito il torneo con una caviglia gonfia quanto un cocomero. Per fortuna, se non altro, aveva perso in finale. Ma bisognava far qualcosa per proteggere gli attaccanti dai difensori picchiatori. Bisognava rimettere il gol al centro del villaggio.
Non è chiaro quanta consapevolezza ci fosse del fatto che più gol volevano dire più spettacolo, più spettacolo voleva dire più commercio delle immagini, più commercio delle immagini voleva dire più denaro. Fatto sta che la catena partì, resse e regge ancora.
L’ultimo portiere perditempo della storia è stato Peter Schmeichel agli Europei del 1992. Quelli della favola danese. Alla maniera di Bonner, aspettava che un avversario gli venisse sotto per decidersi a prendere il pallone con le mani. Un geniale anti-calcio, a riguardarlo oggi. Fu quello che il Guardian ha chiamato “l’ultimo chiodo nella bara per l’ostruzionismo”.
Alla mezzanotte del 23 di luglio, la vita dei portieri diventò più complicata. Molto più complicata. Avrebbero smesso di prendere con le mani un passaggio all’indietro.
Chi sia stato l’ultimo a godere del privilegio è questione dibattuta e tuttora misteriosa. Si sa che accadde nell’ultima partita prima della dead line, El Salvador contro Nicaragua, partita valida per la qualificazione ai Mondiali del 1994. Il resto, boh. Il nostro eurocentrismo ci porta a individuare come ultimo retropassaggio consentito quello di Stefan Reuter a Bodo Illgner nei minuti conclusivi della finale all’Europeo.
Gli inglesi fissano l’ultima presa legale con le mani sul loro territorio in Liverpool-Sunderland, finale di Coppa d’Inghilterra, quando Steve Nicol la passa piano a Bruce Grobbelaar e quello si abbassa per raccoglierla.
GESTI Il primo portiere in bilico | La prima partita con la nuova regola – il 24 luglio 1992 – è stata giocata a Barcellona, nel giorno in cui i Giochi aprivano le gare con ventiquattr’ore d’anticipo sulla cerimonia d’apertura. In campo c’era l’Italia, la Nazionale olimpica di Cesare Maldini, contro gli Stati Uniti. Il primo portiere nella storia del calcio a fare i conti con la nuova vita agra fu Francesco Antonioli.
“Alle 18.10 della tarde – scrisse il giorno dopo Elio Trifari sulla Gazzetta dello sport – il mondo conosce il primo passaggio indietro che rischia una sanzione ufficiale in un torneo di calcio: Dino Baggio costringe Antonioli a un dribbling anche elegante per evitare il classico abbranco, sull’avventarsi dell’avversario. È il pizzico di sale aggiuntivo su una partita che altrimenti apparirebbe destinata, dopo il frizzante avvio dell’Italia, ad avere pochissima storia”.
Il primo dribbling per costrizione. Era stato fino a quel momento il gesto degli sconsiderati, la follia di un momento degli Higuita. Diventava un nuovo fondamentale per chi aveva sempre e solo giocato con le mani. Era il seme da cui sarebbe fiorita in un trentennio la pianta della costruzione dal basso.
Tra Antonioli e gli Ederson-Alisson, tutta una sfumatura di nuove nuance – una tavolozza di colori che va dal gioco di posizione al tiki-taka, dal lancio lungo del portiere a innescare la volata dell’attaccante, al palleggio corto sotto costa, dentro l’area, con i propri difensori. Fino alla trasformazione delle papere in pavone, gli errori marchiani di chi una volta andava a farfalle e adesso sbaglia per vanità.
Prima che cominciasse tutto questo, Antonioli fece in tempo a farsi fischiare un fallo contro. Forse per abitudine, forse non capì, forse si distrasse, su un retropassaggio si regolò com’era possibile fino alla mezzanotte del giorno prima. Tenne il pallone a lungo tra le mani. Calcio di punizione a due in area, gol di Moore sotto la traversa: risultato finale 2-1.
Il Neo-Calcio poteva cominciare.
Curiosamente, così come aveva chiuso l’Età Antica, sempre al Liverpool toccò inaugurare l’Età Moderna, sfidando i campioni del Leeds United nel Charity Shield. Bruce Grobbelaar e John Lukic, portieri di qua e di là, sembravano terrorizzati – ricorda Adam Hurrey in un vecchio pezzo per su Espn – ogni volta che la palla si avvicinava”. Lukic pensò di risolvere la nuova sfida alla maniera antica: ogni volta che gli passavano la palla, lui la mandava in tribuna, in fallo laterale. Tutto, pur di non finire come quell’Antonioli alle Olimpiadi.
Più gol, più spettacolo, più denaro dai diritti tv. Questa cosa nuova che si aggirava al tempo nelle redazioni – e che pareva anche difficile da spiegare.
Aspetta, dimmi bene, cioè?
Il Neo-Calcio incrociò molto altro, in quella indimenticabile estate del 1992. Il 15 agosto nasceva a tutti gli effetti la Premier League, la mezza scissione dei grandi club inglesi dal resto della piramide federale. Puntavano esattamente a gestirsi da soli il flusso di denaro del nuovo fenomeno in arrivo anche in Europa, le pay-tv.
“Dopo tutto il clamore – scrisse Independent – è stato proprio come ci aspettavamo. Un classico caso da vestiti nuovi dell’imperatore. La nuova Premier League è semplicemente la vecchia First Division con un altro nome”. È un’ulteriore testimonianza di come le rivoluzioni sanno mimetizzarsi, quando arrivano.
Quattro giorni più tardi, il 19 agosto, andò in scena la prima partita della Coppa dei Campioni con un nome nuovo. Nella dicitura inglese: League prendeva il nome di Cup. Abbiamo finito per chiamarla anche noi così, per marcare il distacco dalla precedente formula di sole partite a eliminazione diretta, fino al 1987 senza nemmeno le teste di serie – l’anno in cui l’UEFA capì che non si potevano incontrare al primo turno il Real Madrid e Maradona.
Quel primo spunto iniziale di protezione del cammino delle grandi attrazioni è diventato il principio filosofico che guida il Neo-Calcio. È stato il genitore dell’idea delle wild card che accompagna la gestazione – trent’anni dopo – della Champions XXL.
Tre mesi fa Rory Smith, firma di calcio del New York Times, ha ricordato che senza il bando di Blatter al passaggio all’indietro “non sarebbe esistito il tiki-taka, non il gegenpressing, non Arsène Wenger o Pep Guardiola, nemmeno Jürgen Klopp. Non esisterebbe il gioco come lo conosciamo. È facile per i tifosi di una certa età deridere la tendenza del calcio a trattare il 1992 come una sorta di Anno Zero, a irritarsi per la facilità con cui tutto ciò che è accaduto prima dell’alba della Premier League e della Champions League – un intero secolo – viene respinto come preistoria irrilevante. Ma il 1992 non è stato solo un esercizio di rebranding. Ha portato un cambiamento sostanziale nella natura del calcio. Esistono un prima e un dopo a pieno titolo”.
La sua idea è che “il calcio venuto dopo non solo è stato fondamentalmente diverso. È stato migliore”. È un pezzo che Slalom segnalò a suo tempo e che riprendiamo.
Smith voleva dimostrare come da allora il calcio europeo abbia sviluppato una sorta di ossessione per il modello americano – oppure possiamo dire per la capacità di attrazione (e di generare introiti) tipica del Super Bowl.
Smith riepilogava come l’Europa stia considerando di ridisegnare le strutture dei suoi sport intorno alla fine del merito sportivo, intorno al concetto di franchigia.
Diceva il New York Times che “queste idee non dovrebbero essere respinte a priori. Non sono perfette né fantasiose, ma non sono del tutto prive di aspetti positivi. Il calcio farebbe bene a ricordare che, all’inizio, anche la regola sul retropassaggio venne fraintesa. Si pensava che avrebbe semplicemente incoraggiato i portieri a calciare via la palla. Nessuno immaginava che l’ultima conseguenza sarebbe stata Éderson. Anche l’idea delle due wild card per la Champions non è così assurda. Aumenterebbe, senza dubbio, la disuguaglianza – che rimane la sfida più grande del gioco. Ma esiste una logica nell’idea di premiare il modo in cui ti sei espresso nel tempo nel torneo. Non c’è motivo di rifiutare le idee di Al-Khelaifi solo perché rappresentano il cambiamento. Il cambiamento, come testimonierebbe Jeandupeux, a volte può apportare miglioramenti in modi che non sono immediatamente evidenti. Il problema è il contrario. Il problema è che queste idee non rappresentano abbastanza un cambiamento”.
Il punto, secondo il New York Times era un altro.
“È sorprendente che Al-Khelaifi abbia citato il Super Bowl come evento che il calcio dovrebbe imitare. Sono questioni che i dirigenti del calcio europeo si pongono con frequenza allarmante.
Nessuno è più ossessionato di loro dal Super Bowl. Nessuno sembra mai fermarsi a considerare il fatto che il pubblico globale per la finale di Champions League sminuisce quello del Super Bowl, né la realtà che il calcio è più popolare in un ordine di grandezza mondiale della NFL. Ha raggiunto tutto questo nonostante non abbia uno spettacolo all’intervallo. I dirigenti del calcio danno l’impressione di avere poca fiducia nel loro sport. Il modo per rendere ogni partita un evento, come ha detto Al-Khelaifi, non è invitare i Maroon 5. È aumentare l’equilibrio competitivo tra due squadre, in modo che il risultato non sia scontato. Il motivo per cui le fasi a gironi non sono così avvincenti, non dipende dalla mancanza di uno spettacolo di luci in stile Jean-Michel Jarre prima del calcio d’inizio, ma perché è una fase a gironi, quindi non c’è un vero senso di pericolo. Chiunque abbia un minimo di comprensione del calcio – dello sport – si rende conto che il drama non è generato dalla messa in scena di una partita e neanche dalla qualità di essa, ma dal suo significato e dal suo contenuto, come dimostrano gli spareggi di qualificazione ai Mondiali della settimana scorsa. Al-Khelaifi, ovviamente, non proporrà alcun cambiamento così radicale e così significativo. Affrontare la cronica mancanza di equilibrio competitivo non gioverebbe al PSG o al resto dei superclub, la cui agenda continua, anche dopo la debacle della Super League, continua a dominare il pensiero della UEFA. Lui e i suoi colleghi continueranno a credere – e ad insistere – che la strada verso la crescita del calcio risieda nel migliorare la confezione, anziché il prodotto”.
Cosa accadrà nel 2037. Forse
In un mondo dominato da un unico governo sino-arabo, il Mondo Unito dalla Cina (MUdC), tra quindici anni anche il calcio non sarà più lo stesso. Esisterà una SuperLegaSmart, la SLS, con una realtà che i bravi chiamerebbero distopica rispetto a oggi. Una realtà di cui si fa narratore Long Seller, il dee jay di Radio Haiti International, nel nuovo libro di Marco Ciriello, I Calciatori Selvaggi, in uscita oggi per Gog Edizioni, dedicato in epigrafe a Libero De Rienzo e Gianni Mura.
Disclaimer per chi si distrae. Marco Ciriello è un amico di Slalom, ma Slalom ritiene in modo presuntuoso che quest’amicizia non sia un velo.
I Selvaggi nel 2037 sono i praticanti del calcio clandestino, quelli che ancora inseguono il pallone come nel 1986 – l’ultimo Mondiale vero, dicono. Saranno chiamati a una partita decisiva per i destini del gioco e dell’umanità contro gli Elisei Assoluti. Il fatto che si giochi in un vulcano, il fatto che il narratore si chiami in quel modo lì, serve a pagare subito un debito di riconoscenza verso L’Area 18 di Roberto Fontanarrosa, uno dei romanzi più belli sul calcio. Così come tra le pagine si riconosce la passione di Marco per Bolaño e Huxley.
Sono due i registri prevalenti nei suoi libri. La misura nel racconto del dolore, e sono le sue pagine migliori: il dolore che attraversa Un giorno di questi (Rubbettino, 2018 – selezionato per lo Strega) nella ricostruzione del delitto di Giancarlo Siani; il dolore dell’allenatore Marco che ha perso la moglie Carla in Per favore non dite niente (Chiarelettere, 2014), quello de Le Sorelle Misericordia (Spartaco, 2017), storia di Laura Cammarata che alla Rod Laver Arena di Melbourne sta affrontando Serena Williams e all’improvviso si ferma, esce e se ne va. Ha avuto un’apparizione mistica e si dedica alla sorella, su una sedia a rotelle per la Sla.
Il secondo registro di Ciriello è l’eccesso del grottesco, una smisurata valanga di invenzioni, personaggi e parole, come accade – un esempio per tutti – ne I Leggeri di Nairobi (Rubettino, 2020), storia di un ragazzino maratoneta che si chiama Muhammad Ali, vicino a correre sotto le due ore e inseguito da una multinazionale [la NK] – che vuol fare di lui il testimonial di nuove scarpe – oltre che dal governo cinese per vincere a Tokyo. Un romanzo nel quale ci sono Binyavanga Wainaina, Abebe Bikila, un tennista americano andato in Afghanistan dopo l’11 settembre, un lottatore di sumo, una squadra ciclistica keniana, un sosia nero di Hemingway, Zemeckis, Scorsese e Xi Jinping.
Ecco. Dentro questo canale dove vengono frullati Stefano Benni e Paco Ignacio Taibo II, I Calciatori Selvaggi è da stamattina la sua invenzione più felice.
Se volete sapere tutto del 4-3-3 dei Selvaggi, loro sono questi.
Atiq Rahimi sta in porta clandestinamente dopo le ore della scuola di informatica-coranesca e “gli sarebbe piaciuto avere, oltre a sognare i riccioli di René Higuita. Atiq era segretamente innamorato dell’antichissimo portiere colombiano, ma era vietato portare i capelli lunghi, era vietato amare, era vietato giocare o replicare gesti che facessero pensare al gioco”.
Juan Carlos Quiroga, terzino destro, uruguagio, fan di Piazzolla, è “un diciassettenne sentimentale e timido, come tutti i terzini del vecchio calcio. Questo non gli impediva di avere il tackle più preciso e duro di tutto il continente, o di marcare all’infinito chiunque, nel caso gli fosse stato chiesto”. A sinistra sta Wole Achebe, nigeriano, “i suoi muscoli sembravano disegnati dallo scultore Robert Venturi, la perfezione del corpo era alterata solo dalla cicatrice sul collo, ma il resto era denso, nero, e scalciava. Praticare il calcio Selvaggio a Lagos era molto più facile che in altri posti, c’erano più libertà tra le grandi discariche e pochissimi controlli”.
In mezzo all’area di rigore – e deve esserci un senso se stanno proprio là – si muovono Robert Burns, uno scozzese, e Cheick Diome, che viene dal Senegal.
I Burns avevano un’azienda di famiglia, “facevano coltelli, rasoi, spade, asce, forbici, lame, lamette e nessuno s’era mai lamentato. Il segreto era l’acqua. Questo era tutto quello che diceva John Burns, il padre, il resto erano sorrisi di cortesia e tanto lavoro tra loro”, mentre l’africano si sentiva allievo di Koulibaly, “era un solitario, non aveva amici, fatta eccezione per una zanzara, se questa si poteva considerare amica. Una zanzara nuvola, grassa e intelligente, allegra e canterina. L’aveva chiamata Toyota, perché era capace di tutto, resisteva a tutto, come nella sua immaginazione una vecchia macchina giapponese”.
A centrocampo spicca Sergej Gluchovskij, russo, parla come Iosif Brodskij e alle sue imprudenze si sente chiedere dalla fidanzata Lara Antipova: «Sergej, amore caro, ma che cazzo stai facendo?». Risponde: «Sto lavorando su me stesso». Al suo fianco Umberto Bembo, italiano, veneziano, una città che ormai è semi-allagata, “pare che ci fossero anche degli
uomini rana nati dall’incrocio tra i fanghi di Porto Marghera e alcuni esponenti della Lega”. È finito a giocare tra i Selvaggi quasi per caso anche John Roth, newyorkese, fondatore e direttore de La rivista invisibile, “l’unica fuori dall’informazione governativa, e per questo poco richiesta. Ma Roth si ostinava a distribuirla, come a cercare grandi storie, ne aveva un archivio meraviglioso in testa, ovviamente. E quando si era auto-inviato alla ricerca delle partite selvagge c’erano voluti mesi di ricerche e incontri prima di vederne una, e appassionarsi”.
In attacco – claro – vengono tutti dalle amate Americhe centromeridionali. Osvaldo Piglia, argentino, è un pianista mancato, “magrissimo, malato, appunto, ma anche il più elegante ballerino di dribbling dell’Argentina. Piglia oltre l’asma aveva un’altra malattia molto più grave e per niente contagiosa: leggeva”. Centravanti Joao Galera, pescatore, brasiliano, “il Selvaggio più Selvaggio delle aree di rigore immaginate sulla sabbia, per lui la porta non si restringeva mai, e quando gli chiedevano: «Ma come fai a segnare tanto?». Rispondeva: «Ho sempre fame». La sua esultanza era la mano a disegnare un cerchio sul ventre piatto”. Col numero 11 – i Selvaggi certamente perdoneranno la semplificazione numerica – gioca Dalya Mastretta, fantasista, messicana, rigorista, una fan di Clint Eastwood e di Nicola di Bari. Una tipa, dice Ciriello, che con con il piede sinistro accarezza la palla al ritmo di una ninna nanna, “tanto che alcuni calciatori tornando a casa avevano accarezzato i figli per la prima volta con ancora nelle orecchie il tum tum tum tum dei palleggi della ragazza”.
Quando la ammettono in squadra, gli altri si dicono che è donna, non durerà, poi lei fa tre gol, dribbla e ridribbla e se ne va: «Non so se torno, vi facevo più forti».
Se tra quindici anni Ciriello ci ha preso, non glielo dite. Si monta la testa. È già convinto di aver profetizzato mentre scriveva I Selvaggi che qualcuno voleva rubare il cuore di Maradona per portarlo in uno stadio. Il guaio è che tiene pure ragione.