Le crisi degli altri | Come ricominciò la Germania 20 anni fa

      Il posto era Rotterdam. Sérgio Conceição non aveva mai segnato una tripletta in vita sua e mai più ne avrebbe fatta un’altra. Ci andò di mezzo la Germania nell’ultima partita del girone agli Europei del 2000. Erano i campioni di quattro anni prima, erano tornati finalmente a vincere una Coppa dei Campioni con il Borussia Dortmund (1997) a 14 di distanza dal gol di Magath contro la Juventus e il Bayern si era ripresentato in una finale (1999) una dozzina di edizioni dopo il tacco di Madjer. Ancora un mese e avrebbero ottenuto l’organizzazione dei Mondiali del 2006. Un’occasione per rinnovare i vecchi stadi. La sconfitta per 3-0 contro il Portogallo e l’uscita al primo turno con un solo gol segnato (alla Romania) fu una gelata improvvisa in mezzo alla primavera. Il Ct Erich Ribbeck aveva vinto una Coppa UEFA sulla panchina del Bayer Leverkusen. Dopo quella sera non ha allenato più. Parve un passo indietro, ad altri un abisso, fu il primo atto involontario di una nuova vita. 

La federazione prese il coraggio a due mani per rompere una stagnazione, la stessa che viveva il Paese in economia. Gli Under 23 in Bundesliga erano il 6%. In Nazionale era ancora titolare Lothar Matthaeus all’età di 39 anni. Si accorsero di avere un buco nel settore Fantasia. Il movimento in cui Pierre Littbarski era stata un’anomalia, dove Olaf Thon era stato convertito da trequartista di 1 metro e 70 in un difensore centrale, aveva scoperto un bisogno improvviso di genialità. Volevano dei Conti e dei Del Piero. Meno corsa e più pallone. 

Nonostante la finale mondiale giocata con Rudi Voeller Ct nel 2002, la nuova eliminazione al primo turno degli Europei 2004 li convinse. La legge Bosman del 2001 spingeva a riconsiderare i punti di riferimento. Se dentro il mercato comune europeo si accettava che la libera circolazione della manodopera riguardasse anche i calciatori, non sarebbe più stato possibile  avere una maggioranza di lavoratori tedeschi in Bundesliga. Dentro una prevedibile riduzione della quantità, bisognava far crescere la qualità. Bisognava azzerare vecchi concetti e ripartire.

La riforma si diede un arco temporale di 10 anni per vedere dei risultati. Le squadre professionistiche dovettero adeguare le loro Academy e le proprie strutture. Le linee guida previdero finanche il numero di luci artificiali da montare ai centri d’allenamento. Nacquero 366 Stützpunkte, punti regionali di raccolta per ragazzi dai 10 anni in su. Lo scopo era che tutti ne avessero almeno uno nel raggio di 25 km da casa. I tedeschi si misero a studiare come Francia e Olanda avevano organizzato la formazione e il reclutamento. Seicentomila ragazzi iniziarono a passare ogni anno sono sotto gli occhi dei 1300 osservatori al servizio del Programma di promozione del talento. Jörg Daniel, ex preparatore dei portieri e allenatore delle Under, ne fu il coordinatore. La frase con cui partì fu: «Se qualche ragazzo di talento dovesse nascere in un villaggio sperduto fra le montagne, noi lo troveremo». Costo: 10 milioni di euro all’anno. 

Oggi sappiamo che fu l’atto fondativo della Goldene Generation, una banda di ali e mezzepunte dinanzi alla quale il vecchio interista Hansi Müller disse al suo sbocciare di «non aver mai visto una cosa del genere nella nostra storia». I Reus e i Draxler, per capirci. Puntuale come un treno svizzero, a 10 anni dall’inizio del programma sarebbe arrivato il titolo Mondiale in Brasile, gol decisivo di un anti-tedesco, quel piccoletto di Mario Götze, per un paio d’anni la cosa più vicina a Messi che si sia vista in giro per l’Europa. 

Cosa era successo? Nella fascia d’età fra i 10 e i 13 anni, nel reclutamento il fisico non venne considerato. Fu incoraggiata invece la libertà. I settori giovanili insegnarono a essere spensierati in campo. I vivai si riempirono di Footbonaut, la macchina che spara palloni dagli angoli. Bisogna indirizzarli dopo lo stop in uno dei 64 quadranti che di volta in volta si illuminano. Si toccano più palloni con il Footbonaut in 10 minuti che in una settimana nei vivai italiani. 

L’età media in Bundesliga è scesa dal 2001 in quindici anni dai 27.09 anni fino a 25.17. Jürgen Klinsmann fu il vertice tecnico della piramide, con il ruolo di manager della squadra nazionale.


| voci Jürgen Klinsmann

  ➣  Da cosa hai cominciato a cambiare? 

«Dalla struttura. Innanzitutto ho creato una nuova figura, una specie di direttore sportivo della Nazionale. Una persona che sta a metà tra i vertici della Federazione e la squadra. Si occupa delle questioni più varie, dai rapporti con il  Cancelliere a quelli con lo sponsor di turno, perché l’allenatore non può e non  deve perdere tempo, e deve concentrarsi sul campo e sui giocatori. Scelsi Oliver Bierhoff, che mi sembrava perfetto per il compito. È un uomo molto intelligente,  serio, si mostra sempre bene, positivo, parla quattro lingue, è gentile ed educato nel rapporto coi media, sa cosa deve dire e come dirlo davanti alle telecamere e ai microfoni. Io mi occupavo del campo, avevo le mie idee, ma non avevo tanta  esperienza da questo punto di vista, e avevo bisogno di un tecnico che mi affiancasse, e scelsi Jogi Loe, che avevo conosciuto al corso allenatori. Aveva una fiducia in se stesso che mi aveva colpito, la mia stessa filosofia di gioco, di protagonismo  e attacco. Possedeva un senso pratico, nella gestione degli allenamenti, che io non avevo. Era più bravo di me in questo». – da Pep Guardiola. Storia Aneddoti Metodologia Evoluzione tattica, di carlo pizzigoni, micaela acevedo, filippo lorenzon

 

Uno dei punti chiave del Talent Development Program prevede che i club lavorino in armonia con le ambizioni della squadra nazionale. Una prima scrematura avviene in periferia, i più bravi finiscono allora nei Leistungszentren, i centri di formazione con parametri fissi per tutte le società di A e B, dotati di medici, fisioterapisti e psicologi. Fino all’età di 13 anni, i ragazzini tedeschi provano tutti i ruoli, compreso il portiere. I lanci sono vietati e si ritiene che non abbia molto senso esercitarsi così piccoli a colpire la palla di testa. Di ruoli e posizioni non si parla prima dei 14 anni. Una società belga indipendente, la Double Pass, è incaricata di effettuare controlli periodici di qualità, assegnando un giudizio da una a tre stelle. In base a quella valutazione, i club ricevono un contributo federale da investire solo nel settore giovanile, con l’eccezione di quelli che partecipano alla Champions. I soldini li hanno già. Non solo. I milioni del finanziamento arrivano da un fondo di solidarietà che viene alimentato da quelli che giocano le Coppe. 

 

Il club che oggi in Bundesliga costruisce per sé più calciatori da prima squadra è il Friburgo. Una buona parte del personale tecnico ha nel proprio curriculum esperienze svolte nel campo della didattica e dell’insegnamento, così da poter fornire un aiuto educativo ai giocatori. Ce ne sono alcuni che con i ragazzi fanno anche i compiti di scuola. L’allenatore Christian Streich ha detto al Guardian che nella sua visione delle cose, i club hanno l’obbligo morale di pensare a cosa succede ai ragazzi che non sfonderanno. Il Metodo Streich mette la persona davanti al calciatore. Secondo Ottmar Hitzfeld, due Champions in panchina al Borussia e al Bayern, «dovrebbe vincere il titolo di allenatore dell’anno ogni anno»

Ai suoi giocatori Streich chiede cosa mangiano e dice: «Avete tutti abbastanza soldi per comprarvi qualcosa di meglio di un pollo a 2 euro e 50»

Vincenzo Grifo, suo giocatore, ha raccontato a 11Freunde che «a Friburgo devi sempre dare tutto, anche a 20 anni, bisogna spingersi fino al limite. Sembra di correre sempre 10 km in più degli avversari. Questo chiede l’allenatore. Poi gira l’angolo e ti domanda: – Vincenzo, e dimmi, come celebrate voi il Natale in Italia?».  

Nils Petersen, altro giocatore del club, qualche anno fa disse: «In squadra abbiamo un americano e due turchi, Streich vuole sapere le loro opinioni su Trump ed Erdogan. Il business del calcio è superficiale e noi calciatori non siamo così esperti. Per questo mi piace ascoltare l’allenatore durante queste conversazioni in spogliatoio».

Dice: ma cosa c’entra?

Invece c’entra. Quando Christian Streich tenne una lezione allo staff tecnico dell’Aston Villa, spiegò che a Friburgo i ragazzi della Under 17, Under 18 e Under 19 andavano a scuola 34 ore a settimana. Gli dissero che mentiva, non era possibile. A Birmingham frequentavano le lezioni per nove ore, gli allenamenti non gli lasciavano abbastanza tempo. Non era una bugia. Streich disse: «Noi non possiamo farlo a Friburgo. La maggior parte dei ragazzi del nostro vivaio non diventeranno professionisti, dovranno cercarsi un lavoro. La scuola è più importante del calcio. Diamo ai giocatori delle giovanili le migliori possibilità di arrivare in alto, ma dobbiamo prenderci cura anche dell’80% di quelli che non ce la faranno con una istruzione superiore. In ogni caso, avremo sempre bisogno di giocatori intelligenti in campo».  

(1. – continua)


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