Come le triple di Steph Curry hanno cambiato il basket

  ▻  La sera che Steph Curry ha cominciato a cambiare il basket, la scena del basket americano era alle prese con una domanda che pareva epocale e definitiva. LeBron James è più grande di Michael Jordan? Il 27 febbraio 2013 al Madison Square Garden, i New York Knicks battevano i Golden State Warriors per 109-105, ma quel tipo con la maglia numero 30 aveva segnato 54 punti. Aveva segnato 11 triple su 13. Soprattutto l’aveva fatto in un modo nuovo. Aveva dato l’impressione di allargare il campo. Per molti quella data segna l’inizio della pallacanestro moderna, un punto di svolta, non si guarderà mai più indietro.

Sei anni più tardi, alla fine del decennio, il panorama americano aveva cambiato domande. Nel chiedersi chi fosse il campione che aveva lasciato un segno, molti rispondevano mettendo LeBron in seconda fila. Il meglio degli editorialisti USA erano certi. 

Secondo Harvey Araton “l’impatto di Curry sul modo in cui vengono giocate le partite NBA è stato più profondo dell’impatto di James, sebbene The King sia stato senza dubbio il miglior giocatore in assoluto del decennio. Marc Stein diceva che Stephen Curry ha riscritto i limiti della distanza di tiro accettabile, il tentativo da 3 punti è diventato l’arma di spicco di questo sport, il volto di una squadra arrivata a cinque finali consecutive e tre anelli. Kevin Draper sosteneva che LeBron James è stato senza dubbio il miglior giocatore del decennio, ma Stephen Curry questo decennio lo ha definito. Scrivere della rivoluzione dei 3 punti è diventato stantio e banale, ma Curry ha davvero cambiato il gioco. Ha deformato e rotto gli schemi difensivi del passato. Shauntel Lowe riteneva che nessuno ha cambiato il basket come lui e nessuno ha affascinato il mondo come lui. Improvvisamente, ecco un giocatore per il quale non esiste un brutto tiro. Una cosa che non è vera per nessuno altro, a parte Curry. Infine per Benjamin Hoffman, Curry non ha beneficiato di questa era: l’ha creata. Prima di lui, era inaudito ignorare il cronometro, sollevarsi da nove metri in palleggio e tirare. Anche se adesso ha degli imitatori (Damian Lillard, Trae Young), nessuno ha imparato così bene l’arte.

 

 

Davanti a gente disposta a spendere migliaia di dollari per esserci, stanotte Steph Curry ha raggiunto il record di tutti i tempi in NBA per triple segnate. Come aveva confessato di desiderare, in tribuna c’era anche l’uomo al quale il record è stato sottratto, Ray Allen. Se poi vi piace credere che il caso non sia sempre un caso, tutto è successo di nuovo al Madison Square Garden e di nuovo contro i Knicks. All’inizio del primo quarto – racconta Scott Cacciola per il New York Times – con la folla che ronzava ogni volta che Curry toccava la palla.

Bob Myers, il direttore generale dei Golden State Warriors, ha paragonato di recente Curry all’arte di Rembrandt e Picasso, oppure al giocatore di baseball Ken Griffey Jr., casomai al Golden Gate Bridge. Charles Barkley e Shaquille O’Neal hanno coniato l’aggettivo Stephortless e il New York Times si chiede perché, cos’ha di tanto speciale questo ragazzo: Curry non si limita a tirare da 3 punti. No, lo fa con tre difensori addosso come una tovaglia. Sorride e balla e indica e si pavoneggia, trasformando ogni tentativo di canestro in una telenovela

Solo pochi giorni fa la rivista il magazine culturale New Yorker ha scritto che Curry è diventato come Federer. Non è un giocatore. È un’esperienza. Fanno il tifo per lui anche gli avversari. Da quella sera di otto anni fa, ogni tiro da tre non è più un semplice tentativo. È il nuovo canone. Riscritto da lui. 

 

All’alba dell’era nuova, come succede agli eretici e ai rivoluzionari, Curry ha rischiato il rogo o di essere internato al manicomio. Durante il terzo quarto della partita NBA di Natale 2016 tra Golden State e Cleveland, Mark Jackson della ESPN disse: «Steph Curry è forte. Steph Curry è l’MVP. È un campione. Ma cercate di capire cosa intendo: in un certo senso sta danneggiando il gioco». Andava oltre quello che era sempre stato definito il bel gioco. Le sue scelte erano quelle che Dan Peterson nelle telecronache anni Ottanta avrebbe detto forzate. Sì, insomma, delle scelte sbagliate. Eppure esatte. Così esatte da avere la forza di uscire da sé e diventare generazionali. Nessuno aveva mai segnato tanto da tre, nessuno aveva mai spinto tutti gli altri a imitarlo. Mike D’Antoni avrebbe messo in piedi a Houston quasi un laboratorio di questo neo-basket che toglieva centralità ai centri.

Benjamin Morris su FiveThirtyEight scriveva: Curry non è solo un tiratore efficiente, ma è anche virtualmente immune al confine. Sono stato piuttosto scettico nel credere che il tiro da tre punti sia superiore per natura. Non sono contro il tiro da tre punti ma pensavo che giocare a una distanza media – che storicamente è sempre stato un indicatore di successo nella NBA – avrebbe potuto essere ancora importante una volta che le difese si fossero adattate alla nuova matematica dell’attacco, e sarebbe stato raggiunto un nuovo equilibrio. Ma Curry ha ucciso tutto questo. Curry non è un prodotto della matematica; è così forte che ha una sua propria matematica. La matematica è così a favore di Curry che i Warriors – e il basket in generale – potrebbero non avere ancora capito esattamente quello che si sono ritrovati tra le mani.

Aveva ragione. Aveva visto dove saremmo arrivati. Scriveva Il Post osservando il fenomeno da qui che Curry unisce la sua capacità eccezionale di trattare la palla con altre due caratteristiche: un’ottima coordinazione del corpo e una grande velocità nel fare buone scelte – o almeno, buone per lui –  di fronte a diverse situazioni di gioco

All’alba dell’età di Curry, il New York Times arrivò a intervistare il primo ballerino del San Francisco Ballet, Taras Domitro, cubano. Non aveva mai guardato una partita di basket fino all’arrivo di Curry: «Quello che noto di più quando vedo Steph è l’incredibile coordinazione delle braccia, delle gambe e nel modo in cui tratta la palla. Il modo in cui dribbla con la palla è il modo in cui ci muoviamo con una donna sul palco». Domitro sosteneva che la bellezza in Curry era la stessa che nella danza: far sembrare la loro arte facile da eseguire

 

Lo scrittore Emiliano Poddi ha detto di lui in un pezzo su Repubblica che quando Curry ringrazia il Padreterno è da escludere che lo faccia per le proprie doti fisiche. Più probabile che gli sia grato per altre skills, come dicono di là. La meccanica balistica, per esempio, oggetto di studio tra gli scienziati (ovviamente). O la velocità quasi comica con cui Steph passa dal primo palleggio alla retìna bucata. Vediamo nel dettaglio le fasi intermedie che ho dovuto saltare per rendere l’idea: secondo palleggio sotto le gambe, cambio di mano, esitazione, terzo palleggio dietro la schiena, finta di tiro, quarto palleggio, step back, arresto, sospensione, rilascio del pallone, parabola, canestro. Curry comprime tutte queste operazioni in un tempo appena percettibile dall’occhio umano. Un attimo fa stava palleggiando, ora punta già il dito verso l’alto. Ecco perché ringrazia Dio: per quell’atomo di tempo che gli altri non riescono nemmeno a vedere, mentre lui lo abita, quel tempo, lo riempie con le sue sequenze micidiali di gesti tecnici, lo vive con gioia e spensieratezza – quasi con calma, verrebbe da dire. non sono sicuro che i record, per quanto fantascientifici, spieghino certe cose. Non spiegano, ad esempio, perché il figlio di Lebron James abbia scelto come numero di maglia il 30, lo stesso di Curry – un po’ come se il padre di Messi se ne andasse in giro con una felpa del Real Madrid con su scritto “Cristiano Ronaldo”. Nowitzki ha poi aggiunto che, se Curry non dovesse rivelarsi un caso isolato, sarebbe opportuno spostare più indietro la linea dei tre punti”.

Anche questo si è verificato. Curry non è il giocatore amato dai puristi e se il caso non è sempre un caso, va sottolineato che il ritorno dei centri al centro della scena NBA è coinciso con la sua lunga assenza dai campi per un infortunio. Solo che adesso è qui, con tutte le definizioni che di lui sono state date in questi anni. Il bimbo con la faccia da assassino. Il ragazzo che salta a piedi uniti su un tombino difettoso. La farfalla che punge come un’ape. Questa per la verità si era già sentita per Muhammad Ali. Che al Madison Square Garden ha combattuto otto volte in vita sua.

 

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