Il tennis della Russia, da Lev Tolstoj a Daniil Medvedev

Il materialismo non fa per noi. Nel nostro carattere ci sono gli spazi immensi della Russia

Michail Gorbačëv

 

  ▻  Prima che in Russia arrivassero i tennisti, c’erano i pallonetti di Tolstoj. Quando Anna Karenina inizia a uscire in più puntate sul periodico Russkij vestnik, alla maniera di Balzac in Francia, a San Pietroburgo esiste già da una quindicina d’anni un cricket club, il primo aperto nel paese, evoluto poi in Lawn Tennis Club. La rivista Niva scrive di questo gioco che si tiene sui prati d’Inghilterra, più o meno mentre le pagine del romanzo (capitolo 22) restituiscono la sensazione che lo scrittore lo avesse in sincera antipatia, considerandolo un lusso, una bizzarria, un passatempo da ricchi, una posa. In realtà sappiamo che ci giocava, forse non sfasciava racchette come avrebbe fatto tempo dopo Marat Safin, aveva uno stile primitivo. Ce n’è traccia in una biografia scritta da Aylmer Maude, traduttore di alcune delle sue opere in inglese e compagno di scambi da fondo campo. Lo riferisce Gerald Marzorati in un pezzo per il New Yorker che indagava dentro questa passione. In The Life of Tolstoy: Later Years, sappiamo che Tolstoj giocava qualcosa di assai simile ai goccioloni che oggi si mandano dall’altra parte della rete per irritare l’avversario. Non era per darsi un’aria da maledetto, Tolstoj era miope, la sua dote migliore era la rapidità dei movimenti “assolutamente notevole – scrisse Maude – e mi ha sorpreso quando ha vinto i set in cui ci siamo affrontati, anche perché io ero abituato a giocare abbastanza spesso e abbastanza bene”. 

Un altro piccolo volume dal titolo How Count Tolstoy Lives and Works, uscito in inglese nel 1899 e scritto da P.A. Sergeenko, un giornalista, suo contemporaneo, racconta come l’autore passasse ore e ore su un campo da tennis nella tenuta di Jasnaja Poljana. Sergeenko è testimone di una partita dopo cena, “con ardore e con il fuoco, ma senza perdere le staffe. Il costante lavoro su se stesso si fa sentire anche in un gioco come quello del tennis”. 

Qualche anno fa Rivista Undici tenne il filo di questa insospettabile attività attraverso alcune foto d’epoca che ritraggono Tolstoj con una racchetta in mano. In una, “dall’altra parte della rete c’è una donna in un caftano lungo che arriva fino alle caviglie; potrebbe essere sua figlia e confidente, Alexandra? Le altre figure nella diapositiva sono più difficili da riconoscere. Nessuno è riuscito a scoprire di più riguardo la provenienza della foto; vista per la prima volta da una blogger di The Millions in un tweet di Elif Batuman, staff writer e studiosa di letteratura russa. Batuman dice di averla scoperta a sua volta grazie a un pin di qualcuno associato alla casa editrice Einaudi. Altre foto di Tolstoj in campo sono state pubblicate in The Bud Collins History of Tennis, datato 1896; con lo scrittore intorno all’età di 68 anni. In questa immagine indossa una spessa camicetta nera simil-cotone con una cintura in vita, la racchetta cadente stretta nella mano destra e quella che sembra una palla da tennis in uno stivale. L’espressione irata ma controllata lo fa apparire come qualcuno che ha appena perso un punto”. 

 

Il 1903 è l’anno in cui alcuni tennisti russi sono segnalati a un torneo in Stoccolma, deve trattarsi della prima partecipazione all’estero. Lev Tolstoj in quel momento è preso da altro. Ha appena scritto allo Zar: “Un terzo della Russia si trova nello stato di emergenza, vale a dire fuori della legge. L’esercito della polizia, ufficiale e segreta, continua ad aumentare. Le prigioni, i luoghi di esilio e le colonie penali sono affollate non solo da centinaia di migliaia di delinquenti, ma anche da prigionieri politici, tra i quali sono annoverati anche gli operai. La censura emana divieti insensati. Mai le persecuzioni religiose furono così frequenti e feroci come oggi. In tutte le città e i centri industriali si ammassano soldati che, ben forniti di munizioni, vengono mandati contro il popolo. In molte località si è già versato il sangue di fratelli assassinati”.

Sono già stati uccisi anche il ministro dell’istruzione e quello degli interni. Quando sui campi del Krestovskiy lawn tennis club di San Pietroburgo viene segnalata la prima manifestazione nazionale con 65 iscritti, i Soviet esistono da due anni, i marinai della corazzata Potemkin si sono già ammutinati e il Manifesto d’ottobre ha entusiasmato da una parte e avviato i pogrom dall’altra. Siamo nel 1907 e Nicola II sta sciogliendo la Duma. 

È del 1912 il primo torneo internazionale con l’arrivo di giocatori dall’Europa e dagli USA, di nuovo a Stoccolma la coppia Sumarokov-Alejnicyn si qualifica per i quarti di finale del torneo olimpico. È l’ultima edizione dei Giochi prima della Grande Guerra. Il tennis lascia il suo nucleo originario, va via da una città che nel frattempo è stata ribattezzata Pietrogrado e conquista finalmente anche la società di Mosca: ci sono già state le Tesi di aprile, l’assalto al Palazzo d’inverno e l’assemblea costituente. Il primo campionato nazionale ormai sovietico arriva nel 1924 con i successi di Tamira Suhodolskaya e Georgiy Stolyrov. Pionieri. Lenin è morto, il gruppo dirigente composto da Trockij, Zinov’ev, Kamenev, Bucharin e Josif V. Dzugasvili detto Stalin si sta facendo la guerra su ruolo del partito, modello di sviluppo economico, centralismo burocratico e rivoluzione internazionale. La prima visita dalla Francia di apprezzati maestri della racchetta coincide con gli anni delle purghe di Stalin ormai al potere (1936-1938) contro i nemici del popolo e con la fucilazione di migliaia di ufficiali dell’Armata rossa. Una vera federazione di tennis sovietica nascerà solo nel 1956, l’anno dell’intervento armato in Ungheria. Con l’adesione agli organismi internazionali, molti ragazzi prendono parte a tornei juniores nel mondo, c’è qualche buon risultato, anche delle vittorie. Nulla che sfondi il tetto della popolarità. Finché non arrivano le prime due figure in grado di cambiare lo scenario interno e la percezione dall’esterna, si chiamano Olga Morozova e Aleksandre Metreveli. Siamo arrivati agli Anni Settanta. 

 

Il partito è retto da Leonid Bréžnev, più appassionato di motori che di racchette. Ha incontrato una prima volta a Camp David il presidente americano Richard Nixon, ha ricevuto in regalo da lui una Cadillac Eldorado e si è sentito dire da sua madre che sì, «è tutto molto bello, figlio mio, ma se i bolscevichi tornassero?». Siamo nel 1973 e Metreveli porta il tennis della Russia per la prima volta nell’alta società. L’alta società è Wimbledon, in un anno di circostanze straordinarie. È l’edizione del boicottaggio. Era successo che Nikola Pilić, il numero uno di Jugoslavia, fosse stato sospeso dalla sua federazione per essersi rifiutato di giocare in Coppa Davis contro la Nuova Zelanda. Il sindacato dei giocatori la trovò una invasione di campo e si schierò semi compatto di fianco a lui. Ottantuno tra i migliori al mondo, compreso il campione in carica Stan Smith, dissero che se a Wimbledon non c’era posto per Pilić, allora non sarebbero andati neanche loro. Dodici delle 16 teste di serie rimasero fuori. Ilie Năstase, Roger Taylor e Ray Keldie sfidarono i ribelli e vennero multati. Năstase insisteva sul fatto di essere un militare, capitano al servizio dell’esercito e del governo rumeno. Non poteva sottrarsi, non poteva fare diversamente. Sul suo cammino in quel torneo molti hanno ipotizzato una sconfitta di proposito appena possibile, non ai primi turni per non essere sfacciato, ma al quarto sì, per sostenere silenziosamente la posizione di Pilic. Il pubblico di Londra – francamente – se ne infischiò. La quota di partecipazione di 300.172 spettatori fu la seconda più alta nella storia fino a quel momento. Tirava il vento dell’est. Numero 1 al mondo tra i dilettanti, Metreveli perse la finale contro il cecoslovacco Kodes. Rino Tommasi sulla Gazzetta dello sport scrisse: 

 

“Si vuole affermare che sia Kodes che Metreveli difficilmente potrebbero togliere un set, su questi campi, a uno Smith in grande giornata, però il loro match è stato accettato dal pubblico come una finale autentica non già come quella di un torneo di consolazione, quale è diventato quest’anno il singolare maschile. Ad essere severi bisognerebbe giudicare questa finale come una delle più modeste del dopoguerra e – forse – di sempre; ma è chiaro che Kodes e Metreveli non hanno colpa”. 

 

Dodici mesi dopo, l’URSS ruppe la barriera anche in campo femminile. Nel giro di due mesi, Olga Morozova giocò la finale al Roland-Garros e quella di Wimbledon. Le perse entrambe nettamente contro Chris Evert, che era sua compagna di doppio. Con lei era arrivata al titolo dello Slam proprio quella volta a Parigi. 

Max Bordat sulla Gazzetta scrisse dalla Francia: “È stata una delle finali più facili e scontate in 50 anni del torneo, ma l’Evert ha giustificato la sovietica dicendo: «Olga gioca veramente bene, però in vita mia io non ho mai giocato così bene». Il 6-1 6-2 sulla terra rossa a giugno diventò 6-0 6-3 sull’erba londinese a luglio. “Il primo set – questa è la cronaca di Rino Tommasi sulla Gazzetta dello sport – è volato via rapidamente (20 minuti) perché la Morozova risentiva troppo l’importanza dell’occasione. La russa sapeva perfettamente di non poter battere la Evert sul piano della regolarità. Aveva quindi una tattica obbligata, quella di conquistare la rete appena possibile e sperare che l’americana non fosse a posto nei passanti. All’inizio però la Morozova sbagliava addirittura i colpi d’approccio, quando le passava la paura il match diventava più interessante e il secondo set sarebbe probabilmente andato per le lunghe se la Morozova non avesse perduto il servizio, dopo aver condotto 40 a 0, sul 5 a 4 per la Evert”. 

 

Di quella stagione fatta di reciproche scoperte tra lei e il mondo, anni dopo Olga Morozova avrebbe detto: «La mia famiglia era molto semplice. Mia madre era una segretaria e mio padre un meccanico. Non credo che sarei stata in grado di iniziare a giocare ai tempi d’oggi, è più costoso di allora. Mia madre mi comprò una racchetta e una tuta da tennis. Non era roba alla Fred Perry o di super speciale, ma ero felice di andare al tennis e fare nuove amicizie. Da bambina non sapevo nulla di Wimbledon o degli US Open. Pensavo solo a giocare. Me ne parlarono a 16 anni, dissero che esisteva la possibilità di gareggiare. Era un sogno perché il tennis era qualcosa di diverso, non lo vedevamo allo stesso modo con cui venivano considerati l’hockey, il pattinaggio artistico o l’atletica leggera. A Mosca si tenne una grande esibizione contro gli Stati Uniti. Quando sono arrivata e ho visto le loro auto enormi, la Coca-Cola, i blue jeans, mi pareva di essere dentro un film. Sono andata per la prima volta negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’70. Ho fatto subito amicizia con Chris Evert, Virginia Wade, Billie Jean King. Vennero a prendermi con una macchina enorme. Durante gli US Open, l’estate a New York era calda. Io aprivo il finestrino della macchina ma l’autista continuava a chiuderlo e alla fine ho capito perché: stavo facendo uscire l’aria condizionata. Ma io non sapevo che esistesse una cosa del genere. Dopo il match della battaglia dei sessi contro Billie Jean King, Bobby Riggs mi disse che avrebbe voluto fare una partita anche contro di me a Mosca, sulla Piazza Rossa. Gli dissi di chiedere un invito, l’avrei affrontato quando voleva, credo non l’abbia mai fatto».  

 

Yuri Gagarin e Neil Armstrong avevano giocato la loro partita a distanza tra il 1961 e il 1969. Sascha Belov e Kevin Joyce erano letterariamente usciti dalla finale per l’oro olimpico di basket a München (cfr Emiliano Poddi, Le vittorie imperfette, Feltrinelli), mentre intorno a una scacchiera in Islanda si sfidavano Boris Spasskij e Bobby Fischer. Il tennis sovietico non poteva neppure lontanamente impensierire quello americano: tra 1976 e 1977 gli USA avrebbero portato quattro giocatori su otto al Masters, addirittura sei nel 1978, con tutti e quattro i semifinalisti: Ashe, Gottfried, McEnroe, Dibbs, oltre Connors e Solomon. Eppure in America si erano incuriositi a quella strana ascesa dei due dilettanti di Stato in uno sport così immerso in un circuito di dollari. Nel marzo del 1976 se ne occupò Christopher Wren sul New York Times. 

“In Unione Sovietica potrebbero essere scarse le palle da tennis, non i giocatori. Un tempo deriso come esercizio borghese per la classe agiata, il tennis ha assunto una sua rispettabilità proletaria in angoli molto diversi della nazione, da Vorkuta nell’Artico a Vladivostok nell’estremo oriente, fino a Samarcanda nell’Asia centrale. L’abilità dei tennisti sovietici e la devozione dei loro fan, sono diventati evidenti la settimana scorsa, quando una folla di oltre 12 mila persone si è accalcata al Lenin Sports Palace di Mosca per due notti di tennis dal ritmo serrato, russi contro americani, su un campo tutto spiegazzato, disteso sul ghiaccio dell’hockey”. 

Era come se gli USA non vedessero l’ora di riconoscere perfino nel mondo agiato delle racchette la rivalità che era dovunque, dalle armi nucleari al basket, dallo Spazio agli scacchi. 

 

“Il tennis sovietico – spiegava il New York Times – è cresciuto fino a comprendere circa 70 mila giocatori attivi, secondo Vladimir Golenko, segretario generale della federazione. Tra gli amatori più in vista c’è anche il ministro della Difesa, Andrei Grechko. I giovani che si fanno strada attraverso un rigoroso sistema di allenamento possono sperare di guadagnarsi il privilegio di viaggiare e tutti gli altri concessi ai dilettanti a tempo pieno. Ma i cittadini comuni hanno difficoltà a trovare una racchetta e una pallina da tennis decenti, tanto meno un campo al coperto dove giocare durante il lungo inverno russo. Non ci sono club di tennis. Lo sport viene promosso attraverso le strutture sportive scolastiche e sindacali. Il più importante è il Central Army Club di Mosca, con due campi al coperto. Golenko riferisce che esistono circa 3.500 campi in Unione Sovietica, di cui più di 100 al chiuso. Un’altra stima fa scendere il numero a cinquanta”. 

Raccontava il New York Times nella sua inchiesta che “agli occhi dei russi più abituati alla rudezza dell’hockey o del calcio, il tennis conserva tuttora un’aria intellettuale. È più popolare a Mosca, dove attori e scienziati amano giocare per tenersi in forma. Ma sta emergendo anche nelle regioni industriali dell’Ucraina. Ci sono programmi di formazione attivi a Donetsk e a Dneprodzerzhinsk. Nell’Asia centrale, dove le temperature consentono di giocare all’aperto tutto l’anno, sta crescendo a Tashkent e Dushanbe. Gli Stati baltici come l’Estonia hanno perso terreno: Tomas Lejus, la stella che aveva vinto il campionato juniores di Wimbledon nel 1959, è in prigione per l’omicidio di sua moglie. Un nuovo palazzetto sarà presto costruito a Tallinn, ma anche il tennis soffre delle stesse carenze che appartengono ai beni di consumo. Non vengono prodotte racchette metalliche. Delle 140 mila in legno che siano messe in vendita ogni anno, alcune sono prodotte a Mosca insieme alle mazze da hockey, altre in Estonia da un’azienda che fabbrica anche sci. Ma sono difficili da reperire nei negozi di articoli sportivi”. 

La Pravda aveva scritto nel settembre precedente che la produzione delle palline riusciva a soddisfare meno della metà della domanda nazionale e l’unico produttore di corde di budello era in difficoltà. Il risultato era una fame di attrezzature occidentali. Agli americani giunti in Mosca per le esibizioni del 1976 era stato chiesto di portarsi dietro almeno 4 dozzine di palline. Sbarcarono che ne avevano circa trecento. Anche con questi dettagli si vincevano le guerre fredde. 

 

L’URSS uscì traumatizzata dal confronto. Il solco era ancora troppo vasto. Pochi mesi dopo l’impatto con il pianeta del tennis USA, i sovietici lasciarono la scena. Il motivo ufficiale, riferito da Lisa Dillmann sul Los Angeles Times, era il timore di rappresaglie da parte di altri paesi per la partecipazione a un tour che includeva il Sudafrica, boicottato dalla comunità internazionale per l’apartheid. Per rivederli bisognò aspettare che il CIO reintroducesse il tennis nel suo programma olimpico, Seul 1988, dopo il torneo dimostrativo di quattro anni prima a Los Angeles. La Morozova e il Metreveli di fine anni Ottanta si chiamavano Natalia Zvereva e Andrei Chesnokov. La Macchina ripartì con loro. Erano la proiezione dentro le righe di un campo da tennis del verbo perestrajvat’sja usato dal nuovo segretario del Pcus, Michail Gorbačëv. Parlava di riforme economiche per ricostruzione e la ristrutturazione, mentre il Paese fronteggiava le conseguenze dell’incidente nucleare di Černobyl’, le contrazioni nella produzione industriale e in quella agricola, una nuova ondata di scioperi, tra cui uno di 300 mila minatori nel Donbass. Zvereva si presentava ai tornei con una t-shirt che aveva sul davanti il disegno del volto del cantante degli A-ha e una giacca di jeans con un pin di Madonna. Lui diventava a Firenze il primo sovietico della storia a vincere un torneo del Grand Prix e si rammaricava per essersi perso un concerto dei Genesis a Londra. 

“Sembrano solo una coppia di adolescenti indipendenti come tanti altri, magari un po’ matti, in realtà sono tutt’altro”, spiegava il Los Angeles Times in quel 1988, anno olimpico e del ritorno di una sovietica in una finale dello Slam. La 17enne Natalia che aveva vinto due stagioni prima il titolo jr a Wimbledon, era arrivata a giocarla al Roland-Garros dopo aver eliminato Martina Navrátilová ed Helena Suková. La partita durò 34 minuti. Steffi Graf la vinse 6-0 6-0. 

 

Gianni Clerici la considerava “la ragazza di maggior talento dopo la Graf, tutta istinto, da quell’artista che è”. Dopo il 6-0 6-0 raccontò per Repubblica da Parigi che “ascoltata Steffi scusarsi con il pubblico, perché la finale era stata troppo breve, Natalia rifiutava il microfono, ma la via crucis l’avrebbe condotta, traverso le viscere dello stadio, alla conferenza stampa. Alcuni discendenti del conte Dracula e del Marchese de Sade le stavano davanti, e le loro biro devono esserle parsi stiletti intinti nella pura crudeltà se ha alzato agli occhi la manina delicata ed è corsa via, a piangere da sola, sotto la doccia. Non avevo mai assistito a niente di simile”. 

Più tardi Natalia avrebbe ammesso: «Le Olimpiadi? Sì, sono molto importanti. Per me sono più importanti della vittoria di Wimbledon e degli US Open. Non so perché. Forse perché negli altri sport in URSS le Olimpiadi sono un evento grande».

Per uscire dall’isolamento, il tennis sovietico aveva firmato un accordo con ProServ, gruppo manageriale americano con sede a Washington. Il suo amministratore delegato, Donald Dell, era stato uno dei primi americani a giocare in Unione Sovietica. Iniziò a rappresentare una cinquantina di giocatrici e giocatori. Negoziò un accordo di sponsorizzazione con Nike. Era la prima volta che degli sportivi sovietici usavano beni di consumo di produzione americana. C’era una tale aria nuova che Chesnokov poteva farsi notare per le libertà che si prendeva. Così una volta disse che alla Nike preferiva la linea d’abbigliamento Adidas e in un’altra occasione si lamenta del fatto che le autorità in patria trattenessero una quota troppo alta dei suoi guadagni. Fece lo stesso nell’aprile del 1989 Natalia Zvereva. Presentò domanda alla Womens International Tennis Association per essere considerata un’autentica professionista, chiedendo l’intero versamento dei suoi premi, scegliersi da sola dove e quando giocare.

“Per ottenere questo elementare diritto alla libertà – spiegava Clerici – Martina Navratilova si vide costretta a chiedere asilo politico negli Usa, nel 1975”. Invece Natalia aveva fatto precedere la sua mossa con una intervista all’agenzia Sovietski Sport, nella quale affermava di aver potuto trattenere poco più di 20 mila dollari su 403 mila vinti. Sette mesi dopo cadeva il Muro di Berlino. 

 

Nelle prime pagine del saggio Histoire de la boxe di Alexis Philonenko, c’è un passaggio fondamentale che abbiamo già citato qualche volta. È centrale. Philonenko scrive che “è capitato che uno sport, il tennis, si sia sostituito alla boxe. Oggi è il tennis a richiamare folle e denaro; è il tennis che, presentandosi come un combattimento, attrae gli animi, avidi di trionfi e di sconfitte, di capovolgimenti drammatici, ed è questo sport, soprattutto, che lascia aperte tutte le porte al denaro e in particolare alle scommesse. A ben vedere, la motivazione dei giovani che oggi si orientano verso il tennis è la stessa che alcuni decenni or sono spinse altri giovani verso la boxe: guadagnare denaro e diventare famosi. Oggi le persone si fanno vedere al Roland Garros come un tempo si facevano vedere al Vélodrome d’Hiver o al Madison Squadre Garden”. Questo succede in Russia, una volta caduta la cortina di ferro. Lo scrive nel 1991, anno in cui Zvereva e Savchenko diventano le prime del Paese a vincere il torneo di doppio a Wimbledon. Devono passare solo cinque anni prima di avere Evgenij Kafelnikov campione al Roland-Garros sia in singolare sia in doppio, il primo russo di sempre. 

 

Da questo momento in avanti il tempo del tennis russo accelera. Del resto siamo nell’era di Boris Eltsin. Partecipa ai G-7 e in ogni angolo del mondo si fa prenotare un campo per un’ora all’alba, prima del vertice. Il 1997 è l’anno della semifinale di Anna Kournikova a Wimbledon, un nuovo momento di passaggio. La racchetta diventa a tutti gli effetti strumento dell’ascesa sociale delle ragazze dell’Est. 

Simone Sandri su la Stampa raccontava all’epoca: “La Kournikova fece parlare di sé sei anni fa quando lasciò Mosca, insieme alla madre, dov’era considerata la più grande speranza del tennis russo, tentata da Nick Bollettieri e dalla promessa di diventare in breve tempo una delle giocatrici in grado di scalzare Steffi Graf e Monica Seles dal trono di regine del tennis. I successi a livello giovanile e il suo atteggiamento da stella del cinema (singolare è il commento a chi le imputava la troppa attenzione dei media nei suoi confronti, «me la merito, i risultati parlano per me») conditi da un look ed un atteggiamento volutamente malizioso, che di teen-ager ha veramente poco, l’hanno portata alla ribalta internazionale. La Adidas non si è fatta pregare ed ha preso la giovane promessa nella sua scuderia, con un contratto da favola”. 

Kafelnikov sale al numero 1 nel 1999 e l’anno dopo è oro olimpico a Sydney, mentre Marat Safin vince gli US Open di New York. Roberto Lombardi sul Corriere della sera: “A un grande talento ha sempre sottolineato di possedere una certa fragilità nervosa, una mancanza di controllo che gli fa frantumare 50 racchette in una stagione. Da quando si allena con Alexander Volkov, bielorusso ex giocatore di grande talento, il suo comportamento sta migliorando. Sarà la filosofia di Volkov, nato a Kaliningrad (l’ex Koenigsberg di Kant), sarà il consistente aiuto offerto da Andrei Chesnokov, ex giocatore di buon livello che si è prestato a coprire le assenze di Alexander per non lasciare mai solo il puledro di razza. Saranno le eccezionali doti tecniche che gli permettono di uscire da qualsiasi difficoltà. Certo è che Marat, atleta dal fisico poderoso con la sensibilità del tocco dell’artista, senza debolezze sul piano tecnico, sta crescendo anche sul piano nervoso. In una parola, sta imparando a recitare il suo ruolo, quello che il jet-tennis del Duemila sembra deciso ad assegnargli”. 

A una ragazzina siberiana, figlia di un amico di suo padre, Kafelnikov ha regalato una sua vecchia racchetta nera, troppo grande per lei. Il manico finisce segato e così comincia la storia di Maria Sharapova. La Russia adesso ha un movimento, ha una squadra, nel 2002 vince la Coppa Davis a Parigi, facendo un’impresa al terzo giorno, quando sotto di 2-1 dopo il doppio contro la Francia, trova i punti decisivi in singolare: prima con Safin contro Grosjean (6-3 6-2 7-6) e soprattutto con Youzhny che rimonta due set a Mathieu (3-6, 2-6, 6-3, 7-5, 6-4). 

Gianni Clerici su Repubblica scrive: “La prodezza l’ha realizzata una riserva, Mikhail Youzhny, nome che significa “del Sud”. Predestinato pare, se fu il primo a battere il fratello maggiore ritenuto la grande speranza moscovita e se gli capitò, nel ’95, di far da raccattapalle nel match Russia-Usa, in cui Sampras vittorioso fu portato fuori a braccia. Lo ispirò, quella vicenda, ma non meno ebbe ad affascinarlo Stefanello Edberg. Non lo sapevo, prima di vederlo oggi liberarsi del rovescio quasi volesse avvolgersi alla spalla sinistra un invisibile mantello: giusto lo stile di un tennista che non rimpiangeremo mai abbastanza. Di Edberg, Mikha non ha certo il diritto e nemmeno le volèe, meno ispirata. Ma, in fondo, lo ricorda a sufficienza, in questa bieca civiltà arrotina. È stato buttato dentro, Youzhny, dallo scoramento di Kafelnikov, terminato iersera in una memorabile ciocca al Sofitel, il quartiere generale di quella squadra di sciagurati”. 

 

Un nuovo passaggio storico arriva due anni più tardi con Anastasia Myskina, la prima donna a portare in patria un titolo di Slam in singolare femminile. Lo conquista in una finale-derby contro Elena Dementieva. Il paese ha schierato in tabellone 12 partecipanti, quasi un decimo del totale in tabellone, con otto teste di serie. Diciotto degli ultimi 19 trofei del Grande Slam erano andati o negli Stati Uniti o in Belgio. Il tennis russo era come il calcio africano: un eterno Godot. Con Anastasia Myskina cambia la scena. Era già stata la prima della storia a entrare nella top-5 al mondo, con un gioco di colpi piatti e la capacità di creare tennis dal nulla. Quel 2004 diventerà irripetibile, perché la Russia prende pure la Federation Cup, gli US Open con Svetlana Kuznetsova e soprattutto Wimbledon con Maria Sharapova, che batte Serena Williams. La Russia e l’America, ancora, di nuovo. 

 

     pagine Sharapova a Wimbledon

“Vedendola camminare nei corridoi che portano verso il Centrale aveva provato una fitta allo stomaco: «Ma è una ragazzina». Aveva tutto da perdere quel pomeriggio. Così è stato. 6-1 nel primo set in meno di mezz’ora: rovesci fuori di metri, scivolate e cadute plateali, inutili rincorse, dritti sotto la rete: «Ahi, ahi, ahi Serena» commenta dai box mamma Oracene guardando la figlia che a ogni punto perso sembra chiedersi: «Com’è possibile che stia perdendo contro questa qui? Com’è che si chiama? Chi l’ha mai vista? E poi non può urlare un po’ più piano?». 

Sharapova porta un crocifisso al collo, non alza mai lo sguardo dall’erba e a ogni punto stringe i pugni. Ha intuito che l’unico modo per non farsi sottomettere dalla Williams è non incrociare mai i suoi occhi.

Nel secondo set l’incontro diventa un poco più equilibrato, la tennista americana raccoglie tutto ciò che le è rimasto e prova a rimanere aggrappata alla partita. È la finale di Wimbledon e lei non ha nessuna intenzione di perderla contro una diciassettenne filiforme. La sua volontà non basta. Sull’uno pari, dopo uno scambio lunghissimo, entrambe le giocatrici scendono sotto rete. Serena, ormai lo sappiamo, si prepara per colpire un rovescio mirando soltanto al corpo dell’avversaria. Tira più forte che può, ma Sharapova ha i riflessi allenati, ha studiato le partite e i gesti di chi le sta di fronte per anni: si fa trovare preparata. Risponde al missile di Serena con un altro missile, che colpisce l’americana sul naso. Sharapova alza la mano per chiedere scusa, la Williams non se ne accorge nemmeno, i suoi occhi lampeggiano, si sente umiliata, presa a pallate in faccia da una sconosciuta”. 

di giorgia mecca, Serena e Venus Williams, nel nome del padre (66thand2nd)

 

La storia recente e recentissima vede nel 2005 Maria Sharapova al numero 1: un’altra prima volta. Il 2006 è l’anno della seconda Coppa Davis vinta a Mosca contro l’Argentina. Quindici anni più tardi è arrivata la terza.

Daniil Medvedev entrerà nel 2022 con l’obiettivo di togliere il numero 1 a Djokovic. La Russia oggi ha due giocatori fra i primi cinque (l’altro è Rublev), tra i primi venti (Karatsev 18), quattro fra i primi trenta (Khachanov 29). Ma poi più nulla fino al numero 167 di Safiullin. Tra le donne non c’è nessuna top-10. Al numero 11 Pavlyuchenkova ha conquistato la sua migliore classifica a trent’anni dopo la finale di Parigi, Daria Kasatkina è scesa al numero 26, Veronika Kudermetova è in 31esima posizione, Ekaterina Alexandrova numero 33, Ludmilla Samsonova numero 39 (miglior piazzamento della carriera a 23 anni), i vent’anni di Anastasia Potapova al 69, i 21 anni di Varvara Gracheva al 79 e i 37 anni di Vera Zvonareva al numero 87. 

Adesso sembra una scena povera, ma le cose vanno peggio a guardare il premio Nobel, uno solo per l’ex Urss negli ultimi trent’anni, attribuito nel 2015 a Svjatlana Aleksievič, “per la sua opera polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo”. 

In fondo nemmeno Tolstoj l’ha vinto mai. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.