La stregoneria di Gerd Müller

C’è una piccola targa di vetro sul muro della casa in Bergerstrasse 4, nel mezzo del centro storico di Nördlingen, un borgo medievale tirato su in Baviera poco prima del Mille all’interno di un cratere vecchio di quindici milioni di anni, la conseguenza della caduta di un meteorite. C’è scritto: qui è nato Gerd Müller.

C’è sempre stato qualcosa di ultraterreno, in questo paesino che si incontra sulla Strada Romantica, tra il parco nazionale dell’Altmühltal e verso il confine con il Baden-Württemberg. A Nördlingen vennero gli astronauti dell’Apollo 16 in preparazione. Di ritorno dalla missione portarono un pezzo di roccia lunare alla città. Tra le strade di Nördlingen è stata girata la scena finale di Willy Wonka e sul suo modello è stata ricostruita la città in cui si svolge il manga L’attacco dei giganti. 

Innaturale è stato Gerd Müller, un meteorite. Innaturale nella sua confidenza con il gol, al punto che di lui un giornalista tedesco suo contemporaneo ha scritto: “Nel Medioevo lo si sarebbe sospettato di stregoneria”. Era sparito, inghiottito dalla più orribile delle oscurità, la sottrazione dei ricordi, lui che è stato indimenticabile. La sua ultima apparizione è del 2013 allo Sportbild Award in Amburgo. Aveva avuto un premio alla carriera. 

 

Udo Muras su die Welt ha scritto che “se c’è un dio del calcio, adesso ha pure un centravanti. E ha il migliore”. Lo chiamavano il Bomber della Nazione, e a Müller il soprannome non piaceva. Primo: perché parlava di devastazione. Secondo: perché i sostantivi in tedesco vanno con la lettera maiuscola e bomber scritto a quel modo gli faceva due volte impressione. «Io non bombardo con miei gol – diceva – li segno tutti in area». Non erano i gol più belli che si siano mai visti, stanno scrivendo in Germania da ieri, “ma erano tutti importanti”, dice die Welt, chiarendo che quel soprannome contrastava con “una persona amante della pace che preferiva evitare tutti i conflitti e rimaneva sempre in secondo piano nella vita, anche se aveva tutte le carte in regola per vivere in prima fila. È stato il miglior marcatore tedesco di tutti i tempi nello sport più popolare al mondo, il calcio”.

Nessuno ha segnato più gol di lui in Bundesliga (365) e in Coppa di Germania (78), nessun tedesco più di lui in Coppa dei Campioni (65) – e tutti per il Bayern. Fino ai Mondiali in Brasile era anche il capocannoniere della nazionale (68 gol in 62 partite) prima che Miroslav Klose lo superasse. Fino all’estate scorsa i suoi

 

40 gol in campionato (1971/72) sono rimasti imbattuti. Quando Robert Lewandowski gli ha tolto il record, aveva una t-shirt con il suo volto sotto la maglia.

“Nessuno può essere paragonato a Gerd Müller – scrive die Welt  – nemmeno trentotto anni dopo il suo ultimo gol in serie A nel 1983 per i Fort Lauderdale Strikers in Florida, dove chiuse la carriera”. Era arrivato diciottenne al Bayern, ricorda der Spiegel, e allora l’allenatore Cajkovski lo aveva battezzato “piccolo mugnaio grasso”. Le gambe avevano una circonferenza di 48 centimetri nel punto più spesso. Aveva come taglia del piede un 38, ma portava il 41. Si fasciava come nessun altro per proteggere le caviglie e avere torsioni rapidissime. 

 

Era  nato poco dopo la guerra in una famiglia povera, con molte difficoltà chiuse un ciclo di studi professionali, come tessitore. Non parlava lingue straniere, non aveva grande fiducia in sé stesso, gli appuntamenti con le interviste erano un disastro. Quando ha dovuto sostituire Beckenbauer come capitano a Monaco alla fine della sua carriera, si sentiva a disagio. I compagni di squadra, scrive die Welt, non ricordano nemmeno un suo discorso particolarmente ispirato. Nel 1979 se ne andò in Florida in preda alla rabbia per una sostituzione a metà stagione. Aprì una steakhouse, dove ancora pare che ci sia qualche sua foto e un gagliardetto del Bayern. “Non poteva essere uno di quegli allenatori autoritari, né un manager brillante o un esperto di calcio in tv. Quando ha smesso, nessuno lo ha cercato. Le giornate erano lunghe e la bottiglia gli teneva compagnia sempre più spesso”. 

Trent’anni fa era diventata pubblica la sua dipendenza dall’alcol. Su insistenza dei vecchi compagni di squadra del Bayern, era entrato in riabilitazione, con successo, e questa battaglia l’aveva vinta. Sei anni fa, nel mese di febbraio, è stato ricoverato in una clinica per una malattia neurodegenerativa, a Wolfratshausen vicino a Monaco di Baviera. Sua moglie Uschi è andata da lui ogni giorno con sua figlia Nicole, a matrimonio finito. “Ma i vecchi compagni – scrive die Welt – presto sono diventati solo ombre davanti ai suoi occhi. Li ha dimenticati tutti, il Kaiser Franz, Sepp Maier, Paul Breitner e Uli Hoeneß, con i quali aveva fatto grande il Bayern Monaco negli anni Settanta”. 

C’è Breitner che adesso chiama Müller il più importante di tutti loro, il più grande che la Germania abbia avuto dopo il 1954. Franz Beckenbauer dice che senza i suoi gol, il Bayern sarebbe ancora una squadra in una vecchia capanna di legno sulla Säbener Strasse. Uli Hoeneß gli ha dato a lungo una mano da dirigente del Bayern. Gli fece firmare un contratto a vita. Lo assunse prima come preparatore degli attaccanti, poi fu assistente allenatore per la squadra B tra i dilettanti, allenatore delle giovanili, talent scout, infine la domenica passeggiava tra i palchi VIP, raccontava la storia del Bayern agli sponsor nei giorni delle partite. Come farebbe solo il personaggio di un film di Paolo Sorrentino. 

“Müller era un fenomeno – scrive ancora die Welt – nessuno aveva il suo istinto del gol, le sue reazioni rapide. Quando il 7 luglio 1974 la Germania vinse la finale dei Mondiali contro l’Olanda con il suo gol del 2-1, il giornalista di ARD Rudi Michel disse: i gol che segna Müller, può segnarli solo Müller. L’austriaco Norbert Hof, dopo una partita tra Nazionali in cui dovette marcarlo, disse: «Fuori dall’area di rigore è un agnello, dentro l’area diventa un lupo furioso».

 

Daniel Montazeri su der Spiegel ne ha analizzato il modo di giocare e lo definisce “un attaccante in anticipo sui tempi, molto più di un puro giocatore di area di rigore”.

Christian Eichler sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung ricorda che “era così incomparabile che una volta fu inventato per lui un modo di dire, das Müllern. Molto più tardi di lui è arrivato un altro bavarese con lo stesso cognome, anche lui campione del mondo, capocannoniere in una Coppa del Mondo; e poi ancora più tardi un altro centravanti del Bayern che ha battuto un suo record. Ma questo non cambia l’unicità di Gerd Müller. La storia dell’uomo venuto come un taciturno artigiano da Nördlingen nel 1964 per giocare a 160 marchi al mese nella città di Monaco di Baviera, lasciata come una star mondiale, milionario nel 1976, abbandonato in Florida dalla felicità, ammalatosi di Alzheimer, vissuto in una casa di cura, riflette la rapida ascesa verso il grande business che il calcio iniziava a promettere in quei decenni. Uno sviluppo che ha reso ricchi e famosi tanti giocatori, ma che ha anche travolto molti – nei primi anni del boom – quando i club non sapevano ancora come preparare i giocatori al loro ruolo pubblico e come proteggerli dalla continua crescita. I calciatori sono diventati pop star e Müller ha preso parte al gioco a metà. Era solo pop”. 

 

Der Spiegel ricorda tra i molti gol importanti segnati da Müller, quello che “riuscì a segnare contro i campioni del grado zero del calcio, gli italiani del Catenaccio di quel tempo, un gol senza fatto senza alcuna possibilità di segnare nella partita del secolo, il 3-4 nella semifinale della Coppa del Mondo 1970. Curioso a pensarci. Per noi è Italia-Germania 4-3, per i tedeschi è Germania-Italia 3-4. “Se non avete mai visto un vero gol di Müller – ha detto una volta il giornalista Ernst Huberty – guardate quello”. 

 

Un punto debole l’aveva. Nella stagione dei quaranta gol, sbagliò tre rigori. In Germania non c’è nessuno che non sappia che è il titolare della maggiore percentuale di errori dal dischetto nella storia della Bundesliga, 12 su 63 tentativi. “C’è un riconoscimento anche in questo – scrive der Spiegel – a nessun altro sarebbe stato permesso di continuare a tirarli dopo tanti tentativi falliti”. Helmut Schümann su der Tagesspiegel ha scritto che Müller, “con la sua agilità, il suo senso dell’anticipo, il suo istinto, sarebbe ancora oggi il miglior centravanti di tutti i tempi. Forse tali paragoni intergenerazionali sono inutili, ma chiunque lo abbia visto giocare, chiunque gli abbia visto segnare i suoi gol con ogni parte consentita del corpo, può condividere questo giudizio”. 

 

Visto dall’Italia. Giudizi d’autore

 

“Se non è vera è ben pensata la storia di Gerd Müller (9, come la sua maglia) che torna a giocare in una squadra di Helsinki che deve andare a Tirana. E questo perchè Gerd (41 anni) vorrebbe rivedere l’ex ragazza Hojna da lui conosciuta e amata nel 1967 e poi più vista” – di gianni mura, la Repubblica, 1985

 

“Rapinatore di classe, centravanti dalle gambe corte, dal tronco lungo, piuttosto sgraziato, grossissimo confezionatore di gol”. – di gian paolo ormezzano, da Il calcio e la Coppa del mondo

 

“Astutissimo sempre, piroettante come al solito, pronto e freddo sul tiro che offre il gol vincente alla Germania. Non è più strepitoso come negli anni scorsi, tende ad ingrassare, ma crea problemi all’interno di qualsiasi retrovia avversaria. Anche un centravanti all’antica come lui risulta essenziale nel gioco tedesco” – di giovanni arpino, la Stampa, 8 luglio 1974

 

“Il miracolo che l’Olanda chiede a Cruyff è lo stesso miracolo che la Germania aspetta da Müller. Gerd non ha mai tradito e infatti non tradisce neppure stavolta. Che Müller questo gol prima o poi lo farà, si può avvertirlo nell’aria. Non promette bene per gli olandesi il modo troppo disinvolto col quale Rijsbergen lo marca. Quel controllare la palla e quel volerla giocare a un metro da Müller, come se Müller non fosse il più grande rapace del calcio di tutti i tempi, è un rischio enorme. Come se non bastasse, Rijsbergen ha rimediato pure una botta al ginocchio nei primi minuti. Ma Rijsbergen, seppur presuntuoso, è fortunato, I rimpalli tornano tutti a suo favore. Müller scatta una, dieci, cento volte, si rigira come un forsennato ma arriva sempre con un attimo di ritardo. Ma non si arrende. Anche lui è perfettamente convinto che Müller il iracolo l’ha sempre fatto e anche stavolta lo farà. 43′ del primo tempo, questione di attimi. Lo stop sul passaggio di Bonhof sembra uno stop sbagliato. Invece è uno stop volutamente largo per poter trovare lo spazio di tiro che altrimenti mancherebbe. Prima che Rijsbergen si volti, Müller ha già fatto una virata di novanta gradi. e prima che Jongbloed possa in qualche modo opporsi, la palla gli è già sfilata accanto, diretta in gol” – di pier cesare baretti, Tuttosport, 8 luglio 1974

 

“A chi accostarlo fra i grandi attaccanti di ieri e di oggi? Non a Piola o Boninsegna, centravanti di sfondamento. Né alla freccia rossa Di Stefano o al finto centravanti Hidegkuti, due che impostavano il gioco da lontano ed erano capaci di forti tiri da fuori area. Neppure a Charles famoso per le sue realizzazioni aeree o a Pelé, atleta potente e jongleur raffinato. Müller non assomiglia ad alcuno dei grandi centravanti del passato o in attività. Anche se riesce ad andare in gol in cento maniere, anche se sa impostare partendo da lontano. La sua struttura morfologica è del brachilineo, la sua statura è modesta. Ma nonostante sia tozzo di tronco e abbia visibilmente ipertrofici i muscoli delle gambe, corre in scioltezza e con buona coordinazione. Vista in azione da metà campo fino all’area di rigore, la sua figura appare scolorita, persino insignificante. Ma questa prende luce non appena si avvicina alla porta. In area di rigore filtra attraverso qualsiasi difesa, si avventa su qualsiasi passaggio o lancio, per complicato che sembri, effettua il controllo e il tiro con rapidità e tempestività sorprendenti. Davanti al portiere i suoi gol sono personalissimi, le sue azioni sono così furtive che richiedono ai cronisti la necessità di consultarsi prima di descrivere sul taccuino – non il marcatore che è sicuramente lui – ma l’intreccio dei passaggi e il modo con cui si è arrivati al tocco finale. Questa abilità fa di Müller l’opportunista b. Ciò non significa che sia abile solo nel fare i gol. Lo ammiro per tutto quello che sa fare quando la palla da tiepida a metà campo comincia a scottare avvicinandosi al portiere avversario. Quanto alla tecnica si può affermare che la sua granitura è semplice, pulita, essenziale: solo sotto porta – più per necessità che per lo spettacolo – cede alle lusinghe del virtuosismo acrobatico. Certo, dalle sue gambette tozze e dalla sua bassa statura, cava cose straordinarie di piede e di testa. La Germania gli deve parecchio” – di annibale frossi, Corriere della sera, 21 giugno 1972

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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